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Prima, poco dopo la strage e durante le indagini la presenza di entità esterne a Cosa nostra resta un fatto accertato.
Lo testimonia il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza interrogato dal pubblico ministero Nino Di Matteo (oggi sostituto procuratore nazionale antimafia e già membro togato del Csm) durante il processo Trattativa Stato-Mafia: nel garage di Villasevaglios a Palermo, durante la preparazione dell’autobomba c’era un uomo che non apparteneva a Cosa nostra.
Poco dopo l’uccisione, come raccontato dall’ispettore Francesco Maggi, si potevano notare quattro o cinque persone, vestite tutte uguali, in giacca e cravatta, che si aggiravano nello scenario della strage, anche nei pressi della blindata del magistrato.
Anche dopo, durante la fase delle indagini gli 007 fecero la loro comparsa: l’allora procuratore capo di Caltanissetta Giovanni Tinebra assoldò i servizi segreti, al cui vertice c’era Bruno Contrada, per eseguire le indagini. Tutto in piena violazione della legge.
In tutto questo l’agenda rossa di Paolo Borsellino scompare, la scatola nera della nostra Repubblica viene prelevata dalla macchina del magistrato e portata via. Come elemento è rimasta la foto dell’allora capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli: nell’immagine si vede con la valigetta mentre attraversa l’inferno che si era creato. Il militare venne poi prosciolto da ogni accusa.
Moltissimi testimoni sono passati dalle aule di giustizia per raccontare quello che avvenne in quei giorni: una di queste è stato Antonio Ingroia, magistrato di punta della procura di Palermo e oggi avvocato. Davanti alla Corte di Caltanissetta, nel 2021, raccontò di un colloquio informale con Tinebra in cui gli raccontò che Gaspare Mutolo, noto collaboratore di giustizia, aveva anticipato a Paolo Borsellino di voler fare delle rivelazioni su uomini dello Stato che erano collusi con Cosa nostra. “In particolare fece i nomi di un magistrato, Domenico Signorino, e di un alto funzionario del Sisde e della Polizia, Bruno Contrada ha detto Ingroia ai magistrati.
Tinebra però non verbalizzò mai quell’incontro e, cosa ancor più grave, la rivelazione del magistrato non gli impedì di assegnare un ruolo nelle indagini sulla strage a Contrada. Ricordiamo che quest’ultimo è condannato con sentenza in via definitiva nel 2007 alla pena di dieci anni di reclusione per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. La condanna verrà poi dichiarata “ineseguibile e improduttiva di effetti penali” dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Tuttavia l’attività dei servizi nelle motivazioni della sentenza Borsellino quater viene definita dai giudici della Corte d'Assise come "decisamente irrituale" in quanto non permessa dalla normativa vigente all'epoca, che viene analizzata anche in altri procedimenti più recenti. Contrada ha sempre negato un coinvolgimento diretto.
Eppure sulla sua agenda, acquisita agli atti dei processi, c’è scritto “colloquio su indagini, stragi Falcone e Borsellino”. E poi ci sono gli appunti del Centro Sisde di Palermo del 13 agosto e del 10 ottobre 1992. In particolare nel secondo, inviato alla Squadra mobile in maniera riservata, si segnalavano i rapporti di parentela e affinità di taluni componenti della famiglia Scarantino con esponenti delle famiglie mafiose palermitane, i precedenti penali e giudiziari rilevati a carico dello Scarantino Vincenzo e dei suoi più stretti congiunti. Come se si volesse evidenziare proprio la vicinanza a certi ambienti.
Totò Cancemi, sempre intervistato da noi, ci raccontò che sicuramente ebbero un ruolo nella strage i fratelli Graviano, ma in particolare fece riferimento a Salvatore Biondino, ex autista di Riina e capomandamento di San Lorenzo, aggiungendo che questi era in diretto contatto con i Servizi segreti. Cancemi fece intendere chiaramente che Biondino, all'epoca, aveva le spalle coperte dai servizi segreti dello Stato italiano per l'esecuzione del delitto.
E poi ancora ci sono le intercettazioni tra il collaboratore Mario Santo Di Matteo e la moglie in cui si parla di “infiltrati della polizia” in seno alla strage.
Quella Polizia che viene tirata in ballo pesantemente nel depistaggio di via d'Amelio, come dimostrato ormai da una sentenza definitiva come il Borsellino quater, e che vede in Arnaldo La Barbera (deceduto e che si è scoperto essere stato anche a libro paga del Sisde) il suo più alto riferimento. La Barbera che in qualche maniera entra anche nella vicenda della sparizione dell'Agenda Rossa di Borsellino.

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