Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

A Palermo l’anteprima nazionale del nuovo libro del poeta e attivista palestinese. Con lui Leila Belhadj Mohamed e Karem Rohana per denunciare la narrazione tossica dell’Occidente e la grammatica della deumanizzazione 

Perché vittime perfette? Perché essere riconosciuti come vittime perfette per essere conosciuti”. Con queste parole il poeta, scrittore e attivista palestinese Mohammed El-Kurd riassume uno dei nodi centrali della rappresentazione occidentale del popolo palestinese. Ospite d’eccezione del primo talk della seconda edizione della rassega “Resistenə” organizzata da Our Voice al Cre.Zi. Plus, presso i Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo, El-Kurd (in collegamento da New York) ha analizzato il meccanismo perverso che costringe chi subisce l’occupazione a rientrare in canoni di “civiltà” e di accettabilità mediatica per ottenere attenzione. “Purtroppo i palestinesi devono mantenerne degli standard americani - denuncia El Kurd, oggi nelle librerie italiane con “Vittime Perfette” (ed. Fandango Libri) presentato ieri a Palermo in anteprima nazionale - di fatto distoglie lo sguardo dal principale problema che è il sionismo. Possono avere attenzione solo se si mostrano civilizzati. Ma noi meritiamo libertà e dignità perché anche noi siamo esseri umani, il focus deve restare sul genocidio”.  




Questo processo di deumanizzazione si riflette anche nel linguaggio giornalistico, che spesso parla di “morti collaterali” o di “scontri”, evitando di nominare le responsabilità. “Ci rende umani anche la rabbia, non solo volere la pace”, afferma El Kurd, criticando la tendenza occidentale a riconoscere come vittime solo “il bambino palestinese morto sotto una bomba”. Non basta impietosirsi di fronte ai corpi dei più piccoli: la società palestinese non è costituita solo da donne e bambini. “La realtà è che gli uomini, così come le donne e i bambini fanno parte della stessa lotta, della stessa resistenza, della stessa identità e storia. Questo categorizzare in questo modo le donne e i bambini fa sì che alle donne non venga dato quel contributo politico nella lotta palestinese, come invece accadde nella prima Intifada”.  


leila mohamed pb

Leila Belhadj Mohamed

Sul palco di Palermo anche la giornalista Leila Belhadj Mohamed: “I media occidentali usano la voce passiva per parlare della morte palestinese. Quanto è difficile rompere questa grammatica della de-umanizzazione”. Secondo lei, questo deriva da una tradizione giornalistica che in Italia appare ancora più marcata: “La politica estera viene narrata come qualcosa di poco rilevante. Ancor di più quando queste notizie riguardano qualcosa che non è Occidente”. Il risultato è una narrazione coloniale, segnata dal punto di vista dell’uomo bianco, che trasforma i palestinesi in oggetti anziché in soggetti. “Dare legittimità a tutte le soggettività è fondamentale. Non si può pretendere di adottare una visione che vada bene per tutti: ci sono diversi modi di resistere, chi in maniere pacifiche, chi con le armi. Tutte le resistenze hanno bisogno di essere comprese ed accettate per quello che sono”.  


resistenze pal 2

I palestinesi vengono “de-politicizzati, si estraggono queste figure da un contesto sociale e si rischia di mercificare la loro vita”, dice Karem Rohana, anche lui ospite di Our Voice. La propaganda israeliana, sottolinea, “deumanizza i bambini palestinesi, nel mirino ci sono loro, non i componenti di Hamas”. Parlare di donne e bambini come vittime esclusive, invece, finisce per occultare la realtà: “Non ci sono bersagli legittimi”.  


resistenza pal 6


Di fronte a questo quadro, le voci palestinesi insistono: non basta reclamare uno Stato, occorre “chiedere la fine del genocidio così come la fine dell’occupazione” e usare la pressione internazionale per interrompere le relazioni con Israele. “Il sionismo è un’ideologia suprematista e razzista, dobbiamo fare di tutto per contrastarlo”, afferma El Kurd. 


rohana karem pbassani


La sfida allora non è solo politica, ma anche culturale e linguistica: rompere la grammatica della deumanizzazione, rifiutare la retorica pietistica, riaffermare la soggettività palestinese in tutte le sue forme — la rabbia, la resistenza, la dignità, la lotta, la poesia. Solo così sarà possibile scardinare l’immagine della “vittima perfetta” e restituire al popolo palestinese la sua piena umanità.  


resistenza pal 5


Foto © Paolo Bassani 

ARTICOLI CORRELATI 

Palermo, dal 25 al 28 Settembre - Resistenzə 2025: quattro giorni di cultura, diritti, lotta e solidarietà

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy

Stock Photos provided by our partner Depositphotos