Il procuratore della repubblica di Prato presenta il suo ultimo libro “Il biennio di sangue” alla festa del Fatto Quotidiano
È un dato di fatto che le stragi del 1992-’94 avevano lo scopo di “ricattare lo Stato per condizionarne la politica giudiziaria, la politica legislativa e miravano a ottenere l'abolizione del 41 bis, l'eliminazione del sequestro di beni, il condizionamento, la neutralizzazione della normativa sui collaboratori di giustizia, la chiusura delle carceri speciali di Pianosa e Asinara, erano quindi proiettati a forzare la mano allo Stato”. Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Prato Luca Tescaroli al giornalista Giuseppe Pipitone durante la festa del Fatto Quotidiano in corso al Circo Massimo di Roma in cui è stato presentato il suo ultimo libro “Il biennio di sangue” edito da PaperFirst. Il magistrato, già titolare di delicatissime indagini sulle stragi del 1993 quando era in forza presso la procura di Firenze ha ribadito che la strategia stragista si arrestò “quando è affiorato un nuovo quadro politico e funzionale”, cioè quando nel 1994 venne alla luce Forza Italia. Un unico piano, un’unica grande regia; e poi Cosa nostra assieme alla ‘Ndrangheta come braccio armato per mettere le bombe e fare attentati. In altre parole il progetto era “unitario” e si è concretizzato sin dagli inizi del 1992 quando Cosa nostra “decise di eliminare i nemici storici che l'avevano combattuta, Falcone, Borsellino e i cosiddetti amici che in seno alle istituzioni avevano sempre consentito nel passato di raggiungere e di soddisfare le aspettative che nutriva Cosa nostra".
Dopo le stragi di Capaci e di Via d’Amelio prende il lancio un “nuovo disegno criminoso che affonda le sue origini nell’unitaria strategia e che si attua” fino al 1994 con lo di scopo individuare “nuovi referenti politico-istituzionali in grado di soddisfare” determinate pretese.
Tuttavia il quadro non è ancora chiaro e ancora oggi “molte stragi sono rimaste impunite e non conosciamo il perché di diversi attentati” e la “frammentazione degli episodi stragisti non consente di avere una visione di insieme di quello che è avvenuto” poiché “va in rotta di collisione con quella che è stata la strategia politico-criminale che l'organizzazione ha pianificato sin dal finire del 1991 con le riunioni che vi furono a Enna, dove parteciparono di esponenti rappresentanti della Commissione regionale di Cosa Nostra, la massima organizzazione che governava la struttura Cosa Nostra”.
La visione unitaria delle stragi “affonda su prove solide che hanno consentito di ottenere numerosissime condanne, solo per le stragi del 1993-1994 sono state condannate 32 persone, molte di queste condannate all'ergastolo e la suddivisione delle competenze tra Caltanissetta e Firenze si è retta proprio sul fatto che pur esistendo una strategia unitaria, sono stati individuati due disegni criminosi, ancorché collegati, che hanno visto attuazioni di delitti per quanto attiene la prima fase nel 92 e per quanto attiene la seconda fase sul finire del 92 e nel ’93-’94”.
Punto centrale di questa lunga scia di sangue è proprio la sua conclusione: Cosa nostra aveva in programma di eseguire l’attentato allo stadio Olimpico di Roma ma qualcosa andò storto con il funzionamento del telecomando.
La bomba non esplode, ma Cosa nostra non fa nessun ulteriore tentativo; tutto si blocca.
Eppure poteva finire tutto il 15 gennaio del 1993, giorno in cui venne arrestato Salvatore Riina assieme al suo braccio destro Salvatore Biondino; ma Cosa nostra si salvò perché si decise di non seguire la macchina del capo dei capi fino al luogo in cui si stava svolgendo un incontro tra tutti i principali stragisti dell’epoca, tra cui i fratelli Graviano e Matteo Messina Denaro.
In quel frangente, se fosse andata diversamente, si “sarebbero arrestate persone che poi tutte sono state condannate e processate e giudicate responsabili delle stragi del 1993 e del 1994, quindi in quel momento si sarebbe rasa al suolo l'organizzazione delle sue figure più pericolose e questo non è avvenuto”.
E poi “ancora bisogna spiegare come mai viene divulgata la notizia degli arresti prima di effettuare la perquisizione” del covo di Riina; che per inciso avvenne solo quando i mafiosi lo avevano ripulito da tutto il materiale compromettente. Fu il Ros dei carabinieri guidato da Mario Mori (oggi indagato a Firenze per le stragi) a prendere quella decisione.
I processi che ne seguirono assolsero tutti gli imputati; ma i fatti restano e fanno tanto tanto rumore. Tuttavia c’è il rischio che con l’attuale clima politico vengano chiusi nel “dimenticatoio”.
Foto © Imagoeconomica
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