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Ripetiamo i dati più importanti: in una nota dei carabinieri degli anni ottanta vi sarebbero dei riferimenti ad un presunto incontro nella zona della Comasina a Milano, sotto un ponte, tra Silvio Berlusconi (deceduto) e un soggetto - non ancora identificato - vicino al mafioso Vittorio Mangano (lo 'stalliere' di Arcore) durante il quale quest'ultimo avrebbe consegnato del denaro al futuro premier.
L’annotazione, come riporta il 'Fatto Quotidiano', è stata firmata da Vincenzo De Marzio, ex carabiniere dell’anticrimine di Milano, poi integrato tra le file del Ros.
I punti da chiarire sono molti, per questo il condizionale è d'obbligo su ogni aspetto di questa vicenda.
L'esistenza di questa nota è stata rivelata dall'hacker Samuele Calamucci, difeso dall’avvocato Antonella Augimeri, nel suo interrogatorio del 17 dicembre scorso davanti al pm milanese Francesco De Tommasi.
L'interrogatorio è avvenuto nell'ambito delle indagini sulla centrale di dossieraggio celata dietro la società Equalize di via Pattari: Calamucci, ricordiamo, è ritenuto dal magistrato De Tommasi ai vertici di questa organizzazione assieme all’ex poliziotto Carmine Gallo e all’ex presidente della Fondazione Fiera Enrico Pazzali.
Anche l'ex carabiniere De Marzio (nome in codice Tela, e già nei Servizi) è indagato per Equalize: secondo i magistrati avrebbe consegnato al gruppo di via Pattari il suo archivio di 53 mila documenti riservati del Viminale e dei Servizi segreti. Tra questi anche la presunta nota su Berlusconi.
Ora la linea investigativa si incrocerà con quella sulle stragi del 1993 (Roma, Firenze e Milano) e del fallito attentato davanti allo stadio Olimpico del 1994.
Sempre dal 'Fatto' si apprende che Calamucci, come emerge dal decreto di citazione firmato dalla Dia di Firenze e inviato l’8 agosto all’hacker, è stato sentito questa mattina come persona informata dei fatti dai pm di Firenze, Leopoldo De Gregorio, Lorenzo Gestri e dall’ex procuratore Filippo Spiezia. Con loro il pm titolare del fascicolo sui dossieraggi e il sostituto procuratore della Dna, Antonio Ardituro. In serata si è appresa la notizia che ha risposto a tutte le domande.
L'interrogatorio ha riguardato proprio il fascicolo della Procura di Firenze con numero 16249/2022 e che, fino alla sua morte, vedeva indagato l'ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi rispetto ai fatti del 1993.


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Mario Mori © Imagoeconomica


Ad oggi risultano iscritti l’ex senatore Marcello Dell’Utri (condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa) e l'ex generale dei carabinieri Mario Mori.
I magistrati avranno molte domande da porre a Calamucci.
Per esempio: dall'interrogatorio del 17 dicembre scorso emerge che, secondo Calamucci, "quel documento De Marzio potrebbe averlo dato alla Cia per il tramite di carabinieri sempre dell’anticrimine arruolati dal servizio segreto americano", si legge dal 'Fatto'.
L’esistenza del documento, inoltre, emergeva già da una intercettazione dello stesso Calamucci: “Quella è la vera prova di colpevolezza di Berlusconi di come ha preso i soldi dalla mafia. Troverai anche la firma del carabiniere che conosciamo, il suo nome in codice è Tela”.
Inoltre, sempre l'hacker di Equalize, ha raccontato di aver appreso da De Marzi, che quella informazione già allora era nota ad altri militari e all’ufficio dell’anticrimine milanese.
La pista dei soldi riveste particolare importanza nella ricostruzione di ciò che avvenne e gli elementi su cui ragionare sono molti anche se, è obbligo ribadirlo,
in questi anni ogni accusa relativa a rapporti economici diretti tra Silvio Berlusconi e la mafia non è mai stata dimostrata ed è sempre stata smentita.
Tuttavia c'è una traccia, rappresentata dalla sentenza definitiva di condanna a 7 anni per concorso esterno nei confronti dell'ex senatore (e braccio destro di B.) Marcello Dell'Utri. Nelle motivazioni della sentenza è scritto che per diciotto anni, dal 1974 al 1992, l’ex senatore è stato il garante “decisivo” dell'accordo tra Berlusconi e Cosa nostra con un ruolo di “rilievo per entrambe le parti: l’associazione mafiosa, che traeva un costante canale di significativo arricchimento; l’imprenditore Berlusconi, interessato a preservare la sua sfera di sicurezza personale ed economica”. Inoltre viene spiegato come “la sistematicità nell'erogazione delle cospicue somme di denaro da Marcello Dell'Utri a Cinà (Gaetano Cinà, boss mafioso, ndr) sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all'accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa nostra”. Inoltre i giudici della Suprema corte parlano, più che di una polizia privata assunta per proteggere sé e la sua famiglia, di un “patto di protezione andato avanti senza interruzioni”. E Dell’Utri era il garante per “la continuità dei pagamenti di Silvio Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa, in cambio della complessiva protezione da questa accordata all’imprenditore”.

Fonte: ilFattoQuotidiano

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