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Smotrich: “Cancellare lo Stato palestinese”. Condanne internazionali: la pulizia etnica ora sta minando il commercio globale

Il governo Netanyahu, ormai incatenato nella sua stessa follia genocida, è giunto al vicolo cieco della “soluzione finale” della Palestina. 
Dopo una riunione durata oltre 10 ore, alle 3.30 del mattino, il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato il piano del premier israeliano Benjamin Netanyahu di prendere il controllo militare di Gaza City.  
Una decisione salutata con toni messianici dal ministro delle Finanze israeliano di estrema destra Bezalel Smotrich: “Ciò che ci è consentito fare in questo periodo è semplicemente cancellare lo Stato palestinese. Più avanti, con l’aiuto di Dio, ufficialmente, ma prima nella pratica”, ha affermato citato dal Times of Israel. Smotrich afferma inoltre di “lavorare per il ritorno nelle comunità evacuate nella Samaria settentrionale, Ganim e Kedim”, la parte nord della Cisgiordania, aggiungendo di sperare “che ciò accada nelle prossime settimane, in concomitanza con la correzione del peccato del disimpegno. Il popolo di Israele sta correggendo il peccato a Gaza e spero che saremo in grado di completare la correzione del peccato anche nella Samaria settentrionale”
Un’operazione che richiederà l’evacuazione di circa un milione di abitanti palestinesi verso i campi profughi centrali entro il 7 ottobre. L’ufficio stampa del primo ministro israeliano ha annunciato che il piano è stato approvato a maggioranza e prevede due obiettivi principali: garantire assistenza umanitaria alla popolazione civile al di fuori delle aree di combattimento e procedere alla smilitarizzazione della Striscia di Gaza, con la sicurezza affidata interamente a Israele. 
Al termine del conflitto, il territorio verrebbe amministrato da una nuova autorità civile araba, concordata con Tel Aviv, escludendo sia Hamas sia l’Autorità nazionale palestinese. Secondo l’ufficio di Netanyahu, la maggioranza assoluta dei ministri di gabinetto ha ritenuto che il piano alternativo presentato non avrebbe portato né alla sconfitta di Hamas né alla liberazione degli ostaggi. Attualmente, all’interno dell’enclave restano circa 50 prigionieri, di cui 20 ancora in vita. 
Il capo dell’esercito israeliano Eyal Zamir ha affermato che nei prossimi giorni l'esercito israeliano "approfondirà la pianificazione operativa" per creare le condizioni per il ritorno dei prigionieri rimasti e il "crollo di Hamas". Una convinzione di cui non ha dato prova nelle ore precedenti in cui il capo di Stato maggiore ha evocato davanti a Netanyahu il “rischio Vietnam»”, confidando ai suoi collaboratori che “entrare a Gaza è come cadere in un buco nero”. 
Durante la riunione del gabinetto, Zamir ha spiegato che non esiste alcuna risposta umanitaria adeguata per il milione di persone che verrebbero trasferite e che l’operazione richiederebbe tra i dodici e i ventiquattro mesi di combattimenti intensi. 
Come riporta anche il Corriere della Sera, occupare Gaza richiederebbe la mobilitazione di 40-60 mila uomini. In quanto i soldati di carriera e di leva non sarebbero sufficienti. Nella sua storia, Israele non è mai stato impegnato in una guerra così lunga, e molti riservisti, ormai al quarto o quinto turno di servizio, cercano qualsiasi pretesto per evitarlo.
Ha evidenziato come le forze armate siano ormai logorate da due anni di conflitto e ha avvertito che gli ostaggi verrebbero ulteriormente messi in pericolo. Infine, ha suggerito di escludere il ritorno degli ostaggi dagli obiettivi dell’offensiva. 
È effettivamente molto difficile oramai solo paventare la tesi che il vero obiettivo di Israele sia riportare i suoi concittadini a Casa e non portare a termine la pulizia etnica per l’occupazione completa dell’enclave. 
In un'intervista a Fox News dello stesso giorno, Netanyahu ha chiarito la strategia: "Non voglio governare Gaza. Voglio un governo diverso... Vogliamo assumere il controllo per garantire la nostra sicurezza, rimuovere Hamas" e "consegnare" la Striscia "alle forze arabe che la governeranno correttamente". Ha inoltre rivelato di aver concordato con Trump che "Israele sarà responsabile della sicurezza generale" della Striscia dopo il conflitto. 


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© Imagoeconomica 


Basti pensare che la tregua iniziata i 19 gennaio scorso prevedeva tre fasi distinte con impegni specifici per entrambe le parti. La prima di 42 giorni doveva includere il rilascio di 33 ostaggi israeliani in cambio di circa 1.000 detenuti palestinesi, il ritiro israeliano dalle aree popolate e l'incremento degli aiuti umanitari. Israele ha fin da subito violato i termini del cessate il fuoco, provocando la morte di almeno 180 palestinesi.
Nella seconda fase, Israele avrebbe dovuto ritirare i soldati dal corridoio Filadelfia, entro l'8 marzo, ma il 27 febbraio 2025, funzionari israeliani hanno dichiarato che non si sarebbe attuato il piano dal corridoio. Hamas ha immediatamente denunciato questa decisione come una "palese violazione" dell'accordo di cessate il fuoco e Netanyahu ha giustificato la permanenza militare trasformando l'area in una "zona cuscinetto" permanentemente controllata.
Ora la società israeliana rischia completamente di implodere su sé stessa. Migliaia di manifestanti hanno bloccato l'autostrada Ayalon a Tel Aviv, bruciando pneumatici e chiedendo la fine immediata della guerra. Le famiglie degli ostaggi hanno organizzato manifestazioni davanti agli uffici governativi, accusando Netanyahu di aver "condannato a morte" i loro cari.
Il leader dell'opposizione Yair Lapid ha definito il piano "un disastro che porterà alla morte degli ostaggi, all'uccisione di molti soldati" e costerà "decine di miliardi". Ha aggiunto che si tratta di "esattamente quello che voleva Hamas: intrappolare Israele sul campo senza uno scopo". 

Condanne internazionali: la pulizia etnica ora sta minando il commercio globale

Cresce in queste ore lo sconcerto nella comunità internazionale, come mai prima d’ora. Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha lanciato un appello severo su X, invitando Israele a riconsiderare la sua decisione. Costa ha sottolineato come un’operazione di questo tipo, unita all’espansione degli insediamenti in Cisgiordania, al blocco degli aiuti umanitari e alla diffusione della carestia, violi non solo l’accordo tra Ue e Israele per migliorare la situazione umanitaria, ma anche i principi fondamentali del diritto internazionale. “Questa scelta – ha avvertito – avrà inevitabili conseguenze sulle relazioni tra l’Ue e Israele, che dovranno essere valutate a livello del Consiglio europeo".


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In Germania, il cancelliere Friedrich Merz ha annunciato una decisione drastica: Berlino sospende tutte le esportazioni di armi verso Israele fino a nuovo avviso. Merz ha definito “difficile immaginare come gli obiettivi dichiarati possano essere raggiunti” con l’intensificazione dell’offensiva israeliana. Ha inoltre esortato Tel Aviv a garantire un accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari e a non procedere con ulteriori annessioni in Cisgiordania.
Al di là delle retoriche diplomatiche non ci sono certamente istanze umanitarie in ballo nelle ciniche menti dei leader europei che finora hanno sostenuto il genocidio in maniera incondizionata.
Il vero problema è di tipo economico: il conflitto ha già ridotto del 70% il traffico container nel Mar Rosso, raddoppiato i costi di trasporto da Shanghai a Europa e causato perdite per oltre 200 miliardi di dollari l’anno. Un’occupazione prolungata potrebbe far salire il petrolio oltre i 120 dollari al barile, favorendo l’asse Russia-Cina-Iran, con Mosca rafforzata come fornitore energetico e Pechino in espansione nei mercati arabi. Partner regionali come Egitto e Giordania rischierebbero collassi economici per la perdita di miliardi di dollari e l’arrivo di milioni di rifugiati. L’Iran, che investe 800 milioni l’anno in milizie e controlla chokepoints cruciali come Hormuz e Bab al-Mandab, avrebbe il pretesto per paralizzare il commercio globale e scatenare una crisi energetica mondiale.
Nel frattempo, la situazione sul terreno si fa sempre più drammatica: nelle ultime 24 ore, il ministero della Salute di Gaza ha registrato 72 palestinesi uccisi e 314 feriti a causa dell’offensiva israeliana. Le condizioni di vita si aggravano ulteriormente con quattro morti per fame e oltre 200 decessi legati alla malnutrizione dall’inizio del conflitto, tra cui numerosi bambini. La crisi umanitaria si intensifica, mentre la comunità internazionale assiste con crescente allarme a una escalation che rischia di trasformarsi in un conflitto ancora più grave e destabilizzante.

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