Le autorità del Ministero dell’Interno hanno annunciato i risultati dell’operazione denominata “Nueva Era”, che ha portato al sequestro di oltre due tonnellate di cocaina - 2.200 chili - nascosti sottoterra, con un’efficiente logistica di stoccaggio clandestino, all’interno di un terreno rurale situato nella zona di Punta Espinillo, nel dipartimento di Canelones.
Sei persone sono state arrestate e l’operazione – condotta tra Montevideo e Canelones – ha consentito lo smantellamento di un’organizzazione criminale presumibilmente guidata dalla famiglia Albín. È stato accertato che la cocaina, valutata circa 13 milioni di dollari (con un valore in Europa vicino ai 60 milioni di euro una volta tagliata), era accuratamente stipata nel rifugio di una fattoria isolata, con destinazione finale il mercato europeo, in un contesto criminale che – ancora una volta – dimostra chiaramente che, da oltre 20 anni, il nostro Paese è parte integrante della rotta del narcotraffico internazionale: una rotta strutturata e ben organizzata dagli elementi criminali coinvolti. Alcuni di questi, con ogni probabilità, sono legati all’organizzazione mafiosa calabrese ‘Ndrangheta, come dimostrato dall’arresto a Montevideo nel 2017 di uno dei suoi referenti e operatori, Rocco Morabito, il quale, due anni dopo, fuggì clamorosamente dal Carcere Centrale, per essere infine catturato in Brasile ed estradato in Italia, dove oggi si trova in regime di 41-bis.
È opportuno ricordare al lettore che, da oltre un decennio, l’Uruguay è anche un Paese di stoccaggio della droga, fatto che rende il quadro ancora più grave.
Il meccanismo del narcotraffico internazionale ha continuato a funzionare, con spedizioni di cocaina verso l’Europa che si sono regolarmente concretizzate negli anni successivi, come se nulla fosse.
In questi giorni, il sequestro in questione, lungi dall’essere un successo estemporaneo del governo in carica a fini mediatici, rende invece evidente il livello drammatico di infiltrazione criminale nel territorio nazionale. Tale scenario è, in definitiva, la punta di un colossale iceberg che si è radicato nelle nostre latitudini ben prima dell’arresto di Morabito, vale a dire intorno al 2005, quando questa organizzazione criminale italiana, anche grazie al boss calabrese, stabilì stretti legami con elementi del narcotraffico locale e regionale.
Le conseguenze che osserviamo oggi non sono altro che la prova più tangibile del livello di penetrazione raggiunto in Uruguay, con tutte le implicazioni che ne derivano, presumibilmente tanto nel sottobosco del narcotraffico quanto nei suoi inevitabili legami con alcuni personaggi – evidentemente corrotti – del sistema politico, imprenditoriale, finanziario e persino delle forze di sicurezza. Non dobbiamo dimenticare che la rete criminale è molto intricata, multiforme, poliedrica e soprattutto multifunzionale, con una capacità di copertura e successo operativo che può raggiungere livelli di connessione davvero sorprendenti.
Tanto che l’operazione di Punta Espinillo potrebbe perfino essere il risultato di un’informazione riservata filtrata strategicamente alle autorità con un fine specifico, forse strategico, e dove la politica non sarebbe estranea. Tuttavia, ciò resta, al momento, una mera supposizione. 
È però innegabile che, in riferimento a questa e ad altre operazioni, passate o future, non possiamo ignorare che tutte rappresentano solo la punta dell’enorme iceberg costituito dalla forte presenza del narcotraffico internazionale in Uruguay. Tra le sue figure più tristemente celebri spicca Sebastián Marset, a cui si attribuisce, tra le altre gravi responsabilità, un coinvolgimento ideologico nell’omicidio del procuratore paraguaiano Marcelo Pecci, avvenuto in Colombia due anni fa. E questo senza nemmeno entrare nei dettagli del caso del passaporto rilasciato a Marset a Dubai – con tutte le ripercussioni internazionali del caso – o nei suoi legami regionali, e forse anche nelle minacce subite dall’ex deputato uruguaiano Sebastián Cal, per citare solo alcune situazioni legate al narcotraffico locale, regionale e internazionale radicato nel territorio uruguaiano.
Non è solo con sequestri come quello di Punta Espinillo – per quanto importanti – che si combatte il narcotraffico. Pensare che bastino significherebbe guardare solo l’albero, ignorando la foresta; soffermarsi sulla punta dell’iceberg e ignorare ciò che si cela sotto la superficie. E ciò che si trova lì sotto, purtroppo, coinvolge il sistema politico e altri livelli, poiché tutta la logistica necessaria per lo stoccaggio della cocaina e il suo successivo invio oltre l’Atlantico implica, suggerisce e presuppone un apparato logistico imponente, che va ben oltre le persone incaricate della sorveglianza del nascondiglio.
Carico sotterrato e monitorato con telecamere di sicurezza
Secondo quanto riferito dal Ministero dell’Interno, la fattoria nella zona di Punta Espinillo in cui sono stati trovati i 2.200 chili di cocaina era letteralmente un centro clandestino di stoccaggio e sorveglianza, situato in una zona molto isolata e difficilmente accessibile, praticamente nascosto dietro un canneto e alla fine di una strada sterrata che parte da un sentiero noto come Basilio Muñoz. Gli agenti intervenuti, una volta giunti sul posto, hanno accertato che vi risiedevano da circa due anni una coppia con tre minori. Ovviamente, gli adulti sono stati messi a disposizione della Procura, e si è disposto che la donna venisse trasferita in un’istituzione statale insieme ai figli.
È stato segnalato che i pacchi di cocaina erano interrati e ben protetti all’interno di una sorta di capanno precario. Inoltre, l’area era sorvegliata da telecamere a circuito chiuso: il carico veniva quindi monitorato costantemente.
Durante l’operazione di polizia, condotta da diverse unità, è stato verificato che una parte della cocaina era già pronta per essere trasportata, presumibilmente – secondo informazioni ottenute dalle autorità – destinata esclusivamente al mercato europeo. Va ricordato che nel 2019 le autorità doganali avevano sequestrato quasi quattro tonnellate e mezza di cocaina pura.
Il numero totale di arrestati è di sei persone, tutte maggiorenni e di nazionalità uruguaiana (quattro uomini e due donne). Il Pubblico Ministero responsabile è la dottoressa Angelita Romano. Parallelamente all’operazione di Punta Espinillo, sono stati effettuati altri interventi, uno a Montevideo e un altro a Canelones.
È emerso che tra i detenuti ci sarebbero persone legate al gruppo criminale noto come “Los Albín”, la cui area di attività comprende i quartieri Villa Española, Cerro e Cerro Norte. Si è inoltre appreso che la cocaina sarebbe entrata in Uruguay nel novembre dello scorso anno, a bordo di un aereo Cessna, e che inizialmente sarebbe stata immagazzinata in un terreno rurale di Playa Pascual, nel dipartimento di San José, per poi essere trasferita a Punta Espinillo. 
L’operazione “Nueva Era” è stata effettuata domenica, e il giorno seguente il Presidente della Repubblica, Yamandú Orsi, ha tenuto una conferenza stampa nella quale ha espresso la sua opinione, sottolineando: “La solidità istituzionale dell’Uruguay è stata una forza e ci dà ancora oggi gli strumenti per essere un Paese in cui i livelli di corruzione sembrano lontani da quelli di altri Paesi. Guardare al passato ci permette anche di vedere come quella stessa società e quello stesso sistema politico che hanno costruito queste fortezze non siano riusciti a impedire, come nessuno finora, che il narcotraffico si inserisse profondamente nel Paese. E con lo stoccaggio sono comparse le armi da guerra in mano a ragazzi sempre più giovani. Siamo diventati uno dei Paesi con il consumo pro capite di cocaina più alto al mondo. Sia la povertà che la ricchezza possono essere terreno fertile per la crescita del narcotraffico. E in una società dove il narco prospera, le istituzioni appassiscono. Non sarà compito di un solo governo, ma dello Stato nel suo insieme. E non sarà un’azione temporanea, ma istituzionale. Il nemico che oggi minaccia le nostre società e le nostre istituzioni è troppo potente per affrontarlo divisi. E per questo, sarà necessario superare le differenze transitorie e assumere che da questa sfida o ne usciamo tutti insieme, oppure tutti insieme affonderemo.
Il suo discorso, la sua retorica e la sua posizione, in quanto capo di Stato, hanno esattamente il tono istituzionale, governativo e formale che gli compete, come minimo. Tuttavia, nel tratto finale, parla di una sfida. Ma quella sfida a cui fa riferimento Orsi interessa l’Uruguay da oltre vent’anni, eppure è sempre rimasta sospesa nell’aria, nella dialettica istituzionale, mentre i tentacoli dell’ideologia mafiosa si consolidavano al punto che nessun partito politico al governo è rimasto immune dall’essere infiltrato. E di ciò esistono prove documentate; prove che, da queste pagine, abbiamo più volte indicato e denunciato.
Ma non c’è nulla da fare: non c’è peggior cieco di chi non vuole vedere, né peggior sordo di chi non vuole ascoltare. E quando, per di più, si verificano amnesie all’interno dei governi di turno, le speranze, inevitabilmente, tendono a dissolversi. È allora che l’ideologia mafiosa e il narcotraffico – locale, regionale e internazionale – si infiltrano senza ostacoli, e quel che è peggio, sotto gli occhi di tutti. Ed è proprio per questo che siamo arrivati dove siamo arrivati.
Yamandú Orsi sarà in grado, durante il suo mandato, di rovesciare il tavolo del crimine organizzato legato al narcotraffico che oggi domina, affinché non affondiamo e affinché si cominci finalmente a distruggere quell’enorme iceberg che è l’ideologia mafiosa?
Una domanda che è nostro dovere porci.
Foto © Ministero dell'interno Uruguay
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