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Crescono le tensioni interne e le condanne internazionali

Dopo le indiscrezioni trapelate lunedì su una “decisione già presa” da parte del governo israeliano per una “occupazione totale della Striscia di Gaza”, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha prima convocato e poi rinviato una nuova riunione del gabinetto di sicurezza, dove si sarebbero dovuti discutere i piani futuri per l’enclave palestinese.
Secondo fonti dei media israeliani, al termine della riunione di lunedì, Netanyahu avrebbe annunciato l’intenzione di chiedere al governo l’approvazione per una piena rioccupazione della Striscia. Una proposta che, però, incontra opposizioni interne, persino all’interno dell’esercito, alimentando frizioni e incertezze.
Nel pomeriggio, l’ufficio del primo ministro ha comunicato che Netanyahu ha tenuto una riunione ristretta della durata di circa tre ore, durante la quale il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha illustrato “le opzioni per la continuazione della campagna nella Striscia di Gaza”. Nella nota si precisa che “l’Idf è pronto ad attuare qualsiasi decisione sarà presa dal gabinetto di sicurezza politico-militare”.
Secondo il notiziario di Channel 12, Netanyahu dovrebbe sottoporre la proposta di occupazione all’approvazione del governo già giovedì. Tuttavia, fonti ben informate riferiscono che l’incontro si è concluso senza una linea condivisa tra la componente politica e quella militare.
Durante una visita alla base militare di Tel HaShomer, il premier ha ribadito la linea dura: Israele, ha detto, deve “sconfiggere completamente” Hamas per assicurare la liberazione di “tutti gli ostaggi israeliani” ancora detenuti a Gaza. Il ministro della Difesa Israel Katz ha sottolineato, citato dal Times of Israel, che “una volta che la leadership politica avrà preso le decisioni necessarie, il livello militare, come ha fatto finora su tutti i fronti di guerra, attuerà professionalmente la politica determinata”. E ha aggiunto: “Il mio ruolo di ministro responsabile delle Idf è quello di garantire che ciò avvenga, ed è ciò che farò”. 


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Nel frattempo, aumentano le condanne internazionali. Padre Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa, ha denunciato con fermezza la situazione, richiamando il diritto del popolo palestinese a vivere nei territori che gli sono stati riconosciuti da accordi e convenzioni internazionali. “I palestinesi hanno diritto a rimanere a Gaza, in Cisgiordania e nei territori a loro attribuiti (...), hanno il diritto di vivere, di esistere come popolo e come stato riconosciuto”, ha affermato. “Chi non riconosce questo, deve essere ritenuto responsabile e complice di un massacro”. Padre Faltas ha inoltre denunciato “la fame, la sete, il caldo, la mancanza di cure e di ogni bene essenziale” come “gravi e pesanti carichi sulla coscienza del mondo”. Ha poi concluso con un accorato appello: “Fermiamo le mani che uccidono, fermiamo le menti che distruggono la speranza della pace!”.
Anche l’Unione europea ha fatto sentire la propria voce. Durante un briefing con la stampa, la portavoce per gli Affari esteri della Commissione europea, Anitta Hipper, ha respinto “qualsiasi tentativo di modificare la situazione demografica e territoriale a Gaza, anche in relazione all’occupazione israeliana”. Ha poi aggiunto che “Gaza deve essere parte integrante del futuro Stato palestinese” e che Hamas “non deve avere alcun ruolo nel futuro governo e sicurezza di Gaza”. L’UE chiede inoltre “il rilascio di tutti gli ostaggi e un cessate il fuoco sostenibile”.
Sul campo, la guerra continua a mietere vittime. Secondo il ministero della Salute di Gaza, nelle ultime 24 ore almeno 87 palestinesi sono stati uccisi dagli attacchi israeliani, tra cui 52 mentre cercavano aiuti umanitari. Altri 644 risultano feriti. Otto persone – un bambino e sette adulti – sono morte di fame, portando a 188 il numero complessivo delle vittime legate alla malnutrizione, inclusi 94 bambini. Al Jazeera riferisce inoltre del ritrovamento di otto corpi tra le macerie di precedenti bombardamenti.
Il bilancio aggiornato parla di 61.020 palestinesi uccisi e 150.671 feriti dall’inizio del genocidio il 7 ottobre 2023. Stime che, secondo organizzazioni internazionali, sono stime al ribasso. 

Foto di copertina © Imagoeconomica 

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