La procura di Luca Tescaroli apre un varco sulla nuova frontiera dei clan cinesi
Una banca clandestina nascosta tra le mura di un appartamento in via Respighi, nel cuore della “Chinatown” di Prato, fungeva da fulcro per un sofisticato sistema di riciclaggio basato sulle criptovalute. L’indagine, coordinata dalla Procura di Prato, guidata dal procuratore Luca Tescaroli, ha svelato un intreccio di tecnologia finanziaria e falsificazione documentale: gestione di portafogli digitali, denaro contante e attrezzature per la creazione di carte d’identità elettroniche contraffatte.
Secondo gli inquirenti, la criminalità cinese starebbe abbandonando i tradizionali canali dei money transfer per orientarsi verso l’utilizzo delle valute digitali. L’operazione appena conclusa ne rappresenterebbe una concreta conferma.
Figura centrale dell’inchiesta è Cheng Bangjie, cittadino cinese di 45 anni, già noto alle forze dell’ordine. Durante una perquisizione, sono stati rinvenuti nel suo smartphone due wallet digitali collegati a indirizzi virtuali: tra aprile e luglio dell’anno in corso, su questi account sarebbero transitati oltre 9 milioni di euro in criptovalute Usdt (Tether).
Le analisi hanno rivelato che più del 90% di questi fondi proveniva da piattaforme di scambio online. Il denaro virtuale veniva poi dirottato verso una piattaforma con sede in Cambogia, già segnalata dalla Fin-CEN – l’unità antiriciclaggio del Tesoro USA – per operazioni sospette. Un secondo portafoglio, attivo nello stesso periodo, avrebbe movimentato circa 320 mila euro, trasferiti in gran parte su wallet privati, dove i fondi risultano ancora presenti.
Nel corso della perquisizione, le forze dell’ordine hanno sequestrato anche 15 mila euro in contanti, due stampanti, due laminatori, tessere grezze con chip e banda magnetica, oltre a pellicole ologrammate: tutti strumenti riconducibili alla produzione di carte d’identità false, visivamente simili a quelle ufficiali e valide per l’espatrio. 
Questo nuovo assetto è l’evoluzione di un sistema consolidato. A Prato, dove vive la comunità cinese più numerosa d’Europa – oltre 32 mila residenti – l’economia sommersa è una realtà ben nota. Già quindici anni fa l’inchiesta “Cian Liu”, che in cinese significa “fiume di denaro”, aveva fatto emergere un flusso milionario diretto verso la Cina. Secondo uno studio Irpet, fra il 2007 e il 2009 sarebbero stati trasferiti da Prato 423 milioni di euro all’anno tramite i money transfer, una media superiore al milione di euro al giorno. Dati poi confermati anche dalla Banca d’Italia.
Quel sistema si basava su prestanome e profitti in nero, frutto di evasione fiscale. Ma con il passare del tempo e l’intensificarsi dei controlli, le tracce del denaro si sono fatte sempre più difficili da seguire.
L’indagine, coordinata dal procuratore Tescaroli e condotta congiuntamente dal Comando carabinieri antifalsificazione di Roma, dal Nucleo investigativo dei carabinieri di Prato e dalla Guardia di finanza, ha individuato una nuova rotta: quella digitale.
Un cambiamento che riporta l’attenzione sui flussi finanziari come chiave per decifrare le attività delle organizzazioni criminali. “Follow the money” – segui il denaro – diceva Giovanni Falcone. Una pratica investigativa ora applicata non più a contanti e bonifici, ma a movimenti criptati su piattaforme internazionali. Una sfida investigativa complessa ma imprescindibile, per capire dove e come si muove oggi il denaro illecito generato in una città che resta sotto stretta osservazione da parte della Commissione parlamentare antimafia e della DDA di Firenze.
Fonte: Il Corriere Fiorentino
Foto di copertina © Imagoeconomica
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