Somiglia tanto al nostro Matteo Messina Denaro quel don Melchiore che, quasi due secoli fa, spadroneggiava anche lui a Castelvetrano. Melchiore, con una “r” proprio come suo padre, come suo cugino (il figlio di Pietro) e pure come Melchiore figlio di un altro zio paterno. Era il 1838, sono passati centottantasette anni, e ancora si trovano tracce di questo antenato del fu Matteo, che godeva di protezioni familiari e insieme altolocate capeggiando una "comitiva armata" fra le province di Trapani e Palermo.
Il nome per intero era Melchiore Tedeschi ed era schedato in quella che al tempo era la “classe dei facinorosi e degli intraprendenti”. Poi - era appunto il 1838 - arrivò il procuratore generale del re Pietro Calà Ulloa, un magistrato di origine napoletana che, ad appena pochi giorni dal suo sbarco in Sicilia, sentì il bisogno di scrivere al ministro segretario di stato: "Eccellenza, da più tempo una comitiva di individui armati ha scorso le campagne di Castelvetrano...".
Di questo "padre della patria mafiosa", come lo definisce Salvatore Mugno, saggista e narratore trapanese che negli ultimi anni ha indagato a fondo sugli antenati dei moderni boss nati nell'Ottocento in fondo alla Valle del Belice, Ulloa traccia un profilo che ci avvicina paurosamente al Matteo Messina Denaro che abbiamo conosciuto e, soprattutto, ci descrive una realtà criminale fatta di "sette" e di "partiti".
La mafia prima della mafia
Il procuratore generale del re non cita mai i termini "mafia" e "mafioso" perché quasi sicuramente li sconosce, ma dai suoi rapporti si capisce bene che lui aveva già capito tutto.
L'intrigante libro di Salvatore Mugno ha per titolo Nascita della Mafia, storie di uomini d'onore istruite in Sicilia(1838-1856) - è pubblicato da Navarra editore — e racconta di una provincia trapanese che ricorda tanto quella che è venuta dopo: "I soprusi, le prepotenze, la licenza de Signori, se ve n'ha de possidenti; la timidezza e la non curanza de Giudici egli è cosa da non credersi. La notizia del mio arrivo e de miei primi atti ha diffuso un certo salutare timore se debbo giudicarne all'affluenza di coloro che da tutti i luoghi della Valle accorrono per chiedere giustizia per fatti di non recente data, e sin ora rimasti impuniti".
È il rapporto del 7 aprile 1838. Dopo qualche mese, al contrario dei suoi predecessori, Pietro Calà Ulloa abbandona la sola attività burocratica ("scrivere offizi") e inizia un'esplorazione del territorio per scoprire uomini e luoghi Così verifica sul campo le protezioni offerte dai potenti - nobili, possidenti e qualche volta arcipreti - agli "intraprendenti" del trapanese. Localizza anche i loro covi, le loro basi operative. Resta impressionato da una tenuta: "L'ex feudo del marchese Artale denominato S.Onofrio è sovente il ricettacolo di tutti i malandrini del Distretto...la sua posizione è tale che offre comodo asilo a' perseguitati dalla Forza del Governo". L'Italia ancora non c'è, ma la mafia sì, anche se nessuno la chiama con quel nome. E Pietro Ulloa può considerarsi di certo il primo magistrato antimafia - così lo definiremmo oggi - del Regno delle Due Sicilie. Un Falcone o un Borsellino di due secoli prima al quale anche gli storici più accreditati hanno dedicato poca attenzione, secondo Mugno, che ha studiato a fondo il personaggio prima e dopo la sua avventura siciliana: "Ridurre la minuziosa, generosa e puntuale analisi condotta dal pubblico ministero partenopeo nelle sue due famose 'relazioni'. A nostro avviso mortifica l'eccezionale statura di giurista e di magistrato che egli certamente incarnò nei suoi otto anni nell'isola...".
C'è tanta ricerca e tantissima documentazione reperita negli Archivi di Stato e finita nel libro di Mugno. Sui complici di quel Melchiore Tedeschi, sulle trattative per la restituzione di refurtiva, sui sacerdoti in odore più di mafiosità che di santità, sull’“ordine" tenuto dai campieri nei latifondi. Una miniera di informazioni preziose che ci trasportano velocemente dal passato al presente. Un capitolo è tutto dedicato a quel Melchiore Tedeschi e alla sua lunghissima latitanza a Castelvetrano, a pochi metri dalla sua casa. Vi ricorda qualcosa?
Fra passato e presente
Non vi viene per caso in mente la spericolata e misteriosa esistenza di Matteo Messina Denaro? Non andarono poi tanto diversamente le cose in quel 6 gennaio del 1839, quando i gendarmi entrarono nell'abitazione di tale Luigi Passanante e trovarono Melchiore Tedeschi. Quest'ultimo riuscì incredibilmente a fuggire, meno bene andò al suo vivandiere che fu condannato dalla Gran Corte Speciale a 6 mesi di prigionia e a 50 ducati di ammenda per "volontaria ricettazione di un imputato di reati portanti a pena di morte".
Anche due secoli fa Castelvetrano era considerata una capitale della "mala pianta". Minacce, ricatti, agguati, Ogni scorribanda riportata in antichi atti che sono scivolati nelle pagine di Nascita della Mafia. Dopo una minuziosa ricostruzione dei fatti, in appendice il libro raccoglie i rapporti inediti dal 1838 al 1846 del procuratore generale del re Pietro Calà Ulloa.
Tratto da: Domani
Foto © Paolo Bassani
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