"Risentimento rancoroso" da parte dell'ex ufficiale del Ros Mario Mori
Non ci sono elementi per dire che la morte di Paolo Borsellino “sia collegata all’indagine mafia-appalti e, inoltre, né prima del mio arrivo alla procura di Palermo né dopo c’è stata una cattiva gestione di quell’indagine”.
È una tesi “indimostrata” che dietro le stragi di Capaci e via d’Amelio c’era “il dossier ‘mafia e appalti’” poiché, tra le altre cose, ridurrebbe le figure dei due magistrati a quelle di due “funzionari onesti, ma ben al di sotto del loro valore storico”. In altre parole se “trasformiamo Falcone e Borsellino in esperti di bilanci depotenziamo le loro figure e togliamo un riferimento a quei giovani che non vogliono adagiarsi nell’indifferenza, nel disimpegno e nella rassegnazione, ma vogliono piuttosto operare per ottenere risultati socialmente e politicamente utili”.
Così l’ex procuratore della repubblica di Palermo, Gian Carlo Caselli, oggi davanti alla commissione parlamentare antimafia ha descritto in maniera minuziosa il perché ‘mafia-appalti’ non può essere stato il movente che avrebbe spinto Cosa nostra a organizzare ed eseguire una delle campagne stragiste più sanguinarie della storia italiana e non solo.
L’ex procuratore ha offerto una lettura articolata delle motivazioni dietro l’attentato di via d’Amelio: “Entrambi, sia Falcone che Borsellino, sono stati uccisi per una vendetta postuma di Cosa nostra che li riteneva i suoi peggiori nemici. In più Borsellino fu fermato per impedire che riferisse ai magistrati di Caltanissetta, qualora mai l’avessero convocato, quanto a sua conoscenza sull’attentato a Falcone”. Caselli ha inoltre ipotizzato che “la strage potrebbe essere stata compiuta per ribadire, raddoppiando l’efficacia offensiva, le stesse ragioni per le quali era stato ucciso Falcone, ovvero un tentativo di soffocare nel sangue il metodo del pool antimafia”. Ha poi collegato l’attentato al contesto del 41-bis che doveva essere “convertito in legge ed era di fatto accantonato, ma dopo la strage di via d’Amelio fu immediatamente recuperato. Se qualcuno avesse anche solo accennato al fatto che Riina potesse non sfruttare l’opportunità di sbarazzarsi del 41-Bis tutti lo avrebbero preso per pazzo. Forse per una pulsione suicida anziché aspettare il 7 agosto, giorno in cui sarebbe scaduto il termine per la riconversione in legge, decise che l’attentato a Borsellino si dovesse fare il 19 luglio”.
La reazione dello Stato e i successi della Procura di Palermo
Caselli ha ricordato i risultati ottenuti dalla Procura di Palermo sotto la sua guida (1993-1999), sottolineando il ruolo cruciale della reazione dello Stato dopo le stragi del ’92: “Dopo la reazione dello Stato seguita agli attentati del ’92 c’è stato il più alto numero di collaborazioni con la giustizia, segno di un cambio di egemonia politica e sociale perché il mafioso si pente quando si fida dello Stato. Non dimentichiamo poi i successi contro l’ala militare di Cosa nostra, che ha subito colpi durissimi (come le condanne a 650 ergastoli e centinaia di anni di carcere), e le indagini sul lato oscuro dei rapporti tra pezzi Stato e boss”. Ha aggiunto: “Un dato importante è il numero di mafiosi che dopo le stragi si sono pentiti e hanno collaborato con la giustizia, in pochi anni siamo passati da un numero esiguo a uno molto elevato. Come ci ha insegnato Falcone, il mafioso si pente e collabora con la giustizia quando comincia a fidarsi dello Stato: anche in virtù delle confessioni rese dai pentiti siamo riusciti a catturare un numero importante di mafiosi latitanti”. 
Con decisione, l’ex procuratore ha difeso l’operato della Procura, respingendo le accuse di cattiva gestione e le insinuazioni su presunte divisioni interne: “Dopo il mio arrivo alla guida della Procura di Palermo, semmai ci fu un ‘nido di vipere’ se ne dispersero le tracce”, ha detto sottolineando che “nessuno pretende che i pm di Palermo vengano pensati come salvatori della patria, ma di sicuro hanno diritto a un rispetto autentico. Mettere in funzione macchine che spargano dubbi non è certo compito di una commissione parlamentare”.
Una commissione che ha adottato come oracolo l’ex generale del Ros Mario Mori che, secondo Caselli, nutre “un risentimento rancoroso” ampiamente manifestato durante un’intervista rilasciata a Gaia Tortora, in cui il generale avrebbe dichiarato: “Mi alleno per vendicarmi di una certa magistratura”.
La testimonianza di David Monti e le altre piste investigative
“Fondamentale a riguardo è una testimonianza di un magistrato, collega, amico di Borsellino, di nome David Monti. Depone al Borsellino bis” parlando “di un incontro con Paolo Borsellino a Palermo intorno alle ore 20 del giorno prima della strage, neanche 24 ore. Borsellino dice a David Monti che” la cosa prioritaria “in questo momento è cercare elementi di ricostruzione della strage di Capaci. Non c’è nessun accenno a mafia-appalti”, ha riportato Caselli elencando “altre strade” di carattere investigativo tra cui la collaborazione di “Alberto Lo Cicero che si pente in quel periodo”. Quindi la cosiddetta ‘pista nera’.
Caselli ha poi sottolineato l’importanza delle dichiarazioni di altri pentiti per comprendere le motivazioni dietro l’omicidio di Borsellino: “In un lasso di tempo che non riesce meglio a precisare, orientativamente tra Capaci e i primi giorni di luglio, Giovanni Brusca riceve da Riina un ordine. Sospendi la preparazione dell’omicidio Mannino, di cui appunto aveva incaricato Brusca, perché ci sono decisioni più immediate da affrontare. Secondo Brusca, Riina, per una serie di notizie e valutazioni connesse, riteneva prioritaria l’eliminazione di Borsellino. Dopo Brusca possiamo ricordare Cancemi, che parla di eliminazione di Paolo Borsellino per agevolare la creazione di nuovi contatti politici. Comunque c’è un dato obiettivo di base. Riina, Paolo Borsellino lo vuole morto, più presto di quanto dovesse avvenire.” L’ex magistrato ha chiarito che né Brusca né Cancemi fanno riferimento all’inchiesta mafia-appalti come movente della strage: “Anticipo che Brusca motiva parlando di notizie e valutazioni di Riina, Cancemi parlando di nuove alleanze. Nessuno dei due parla di mafia-appalti, quindi di nuovo, se ci si ferma a questi dati, che però sono dati importanti, un collegamento difficilmente proponibile, se non del tutto improponibile.”
Una risposta, ha proseguito Caselli, “potrebbe venire dal pentito Salvatore Cancemi, che si legge nelle sentenze ha dichiarato, per agevolare la creazione di nuovi contatti politici occorreva eliminare chi, come Borsellino, avrebbe scoraggiato qualsiasi tentativo di approccio con Cosa Nostra. E ancora, dice Cancemi, ‘Riina era stato accompagnato per la manina nell'organizzazione della strage’. E infine, ‘lui aveva rassicurato agli altri boss della cupola che la strage di Borsellino sarebbe stata alla lunga un bene per tutta Cosa nostra; e nel contesto Cancemi fa anche i nomi di Berlusconi e Dell'Utri, indicandoli come soggetti da appoggiare ora e nel futuro".
Foto © Imagoeconomica
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