E' da oltre trent'anni anni che attendiamo, inutilmente, la parola fine. Invece da 33 anni raccontiamo una storia che è a cavallo tra due secoli (il ventesimo e il ventunesimo) e che ha fatto la storia. E' da quel 1992 che cerchiamo di raccontarla, di capirla questa storia. Di trovare un compendio a quello che avvenne e che da 33 anni si trascina. Eppure, ancora oggi, su quella che venne definita la stagione stragista di Cosa nostra, non si è ancora fatta piena luce.
Pochi anni fa l'allora procuratore capo di Caltanissetta Amedeo Bertone: "Ci sono buchi neri nei fatti legati alla strage di via D'Amelio, come la vicenda dell'agenda rossa di Paolo Borsellino”. Ed è lo stesso magistrato che ha aggiunto: “Ci sono le prospettive per una ulteriore attività che dovrà essere svolta e verificata". Nuove indagini insomma, ma non solo sulla strage di via d'Amelio, ma anche su quella di Capaci e ancora sul fallito attentato all'Addaura, del giugno del 1989. Si cercano nuove verità, come quelle scoperte dall'allora gruppo di magistrati guidati da Sergio Lari, il quale riuscì a smascherare falsi pentiti (poi condannati per calunnia) che avevano, probabilmente pilotato, portato le indagini su altri binari. Allora si scoprì che sette persone erano state condannate ingiustamente all'ergastolo.
Persone che io vidi, più volte, chiuse nelle gabbie dell'aula bunker di Caltanissetta, dove i processi per le stragi del '92 si celebravano. In quella stessa aula, prima che i processi si celebrassero con gli imputati collegati in videoconferenza, vi sono entrati i protagonisti di quella stagione. Tra tutti Salvatore Riina. Totò 'U Curtu, il capo dei capi, che si è perso pochissime udienze nell'aula bunker di Caltanissetta. Per lui era stata riservata la prima gabbia, quella alla destra della Corte. Arrivava una ventina di minuti prima che l'udienza cominciasse, quando nelle altre gabbie vi erano già gli altri imputati. Entrava nella gabbia dopo che gli agenti gli avevano tolto le manette. Si avvicinava alla vetrata che è rivolta verso l'aula e alzando la mano destra e muovendo, cadenzandolo, su e giù il capo, salutava tutti. Subito dopo metteva mano nella tasca posteriore del pantalone ed estraeva un fazzoletto bianco che poggiava sulla panca prima di sedervisi sopra, per non sporcarsi. Un metodico 'U zi Totò. Metodico anche quando si rivolgeva al presidente della Corte, con parole gentili e di cortesia. Un “padre di famiglia” educato e a modo, quasi a voler manifestare che si trova in quella gabbia per caso.
Solo un paio di volte è uscito dai suoi binari. La prima volta, violentemente, quando sul pretorio c'era Gaspare Mutolo. Il pentito lo accusa di decine e decine di efferatezze, di omicidi e stragi. Ma lui, non faceva una piega. Ma quando Mutolo ha detto di essere stato, anni prima, in cella assieme a lui e che spesso giocavano a dama, aggiungendo che lo faceva vincere perché... “Signor presidente, lui era Riina...”. Dalla prima gabbia a destra si è sentito un urlo: “Gasparì, tu si canazzu di bancata”. Ad essere accusato di stragi, omicidi, di tutti i malaffari degli ultimi decenni non gli importava, ma sentirsi dire che vinceva a dama perché favorito no. Riina non ci stava.
Una seconda volta trasgredì al suo silenzioso stare in aula. 
Strage via d'Amelio © Shobha
Accanto alla sua gabbia vi era la postazione di Radio Radicale. E un operatore registrava tutte le udienze del processo per poi mandarle in onda. Trasmissioni che erano molto ascoltate, soprattutto nelle carceri. Un giorno Riina, a metà mattinata, si alzò, si avvicinò alla vetrata della gabbia e cominciò a chiamare: “Signor radio radicale, signor radio radicale...”. Fui io, seduto accanto al collega della radio, a segnalargli che Riina voleva parlargli. Quando i loro sguardi si incrociarono Riina aggiunse indicando dei fili che erano per terra: “Un carabiniere, con il piede, involontariamente ha staccato la spina, non vorrei che la registrazione non venisse”.
A distanza di un paio di gabbie, ma sempre sullo stesso lato dell'aula vi era il cognato di Riina. Leoluca Bagarella. Quest'ultimo, quando entrò per la prima volta in aula, dopo essere stato arrestato, fece felice il cognato. Lo fece quando passò davanti alla sua gabbia e Riina, con uno scatto felino cogliendo di sorpresa gli agenti penitenziari, riuscì a stringergli la mano e poi con aria soddisfatta e sorridente si compiacque con tutti coloro che erano in aula.
Bagarella, al contrario di Riina, non stava mai fermo. Avanti e indietro, come un animale in gabbia. Gli occhi sempre fissi nel vuoto.
Ogni volta che sono entrato in quell'aula, e l'ho guardato, non ho potuto fare a meno di ricordare Mario Francese. Era stato lui, Bagarella, ad ucciderlo sotto casa il 26 gennaio del 1979. Ed io, amico di Giulio figlio di Mario, ogni volta che ho guardato quella belva in gabbia non posso nascondere di avere provato un sentimento di rabbia e dolore, usando un eufemismo, miscelato alla soddisfazione di vederlo dietro le sbarre.
Sono stati lunghi anni di processi, centinaia di udienze e in molte sono successi fatti che non si cancellano dalla mente. Come quando davanti a me, dove mi sedevo abitualmente per seguire il dibattimento, nella zona tradizionalmente occupata dagli avvocati di parte civile dietro i pubblici ministeri, c'era una persona vestita elegantemente, che non avevo mai visto prima di allora. Costuì si girò e chiese: “Lei è Giuseppe Martorana?” e alla mia risposta positiva mi allungo la mano offrendomela per stringerla in un saluto. Io lo feci quasi meccanicamente, involontariamente, ma mentre le due mani erano strette tra loro aggiunse: “Io sono Giovanbattista Ferrante”. Non potei più staccare la mia mano dalla sua, tirarla indietro, lui già me la stringeva, ma subito dopo stetti male, così come anche nelle ore successive. Avevo stretto la mano a chi aveva compiuto tutte le stragi di Palermo e che aveva confessato un centinaio di omicidi. In quel momento era un pentito, un collaboratore di Giustizia, ma la sua mano, per me grondava ancora di sangue ed io l'avevo stretta.
Come non fu una udienza come le altre quella quando fece ingresso, per la prima volta in un processo, Giovanni Brusca. Lui, 'u verru, di San Giuseppe Jato, l'uomo che schiacciò il pulsante che fece saltare in aria Giovanni Falcone, la moglie del giudice Francesca Morvillo e tre agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Lui, che aveva sciolto nell'acido un bambino innocente, Giuseppe Di Matteo, che aveva la sola colpa di essere figlio di un mafioso che aveva deciso di collaborare con la Giustizia. Non era e non poteva essere una udienza normale. Si presentò in vestito color fumo di Londra. Molto dimagrito rispetto al giorno dell'arresto. Con passo sicuro salì sul pretorio e con voce ferma, senza emozioni particolari cominciò a narrare le sue vergogne. Era la Settimana santa e a Caltanissetta sono i giorni della passione di Cristo, i quali vengono rappresentati in centro storico con grandi manifestazioni. Ma anche in quell'aula furono giorni di passione. Io scrissi, sul mio giornale, che Brusca dava l'impressione di essere un chirurgo, uno che tagliava il braccio incancrenito per salvare il resto del corpo. Ovvero accusava alcuni, compreso il padre, di essere dei carnefici, ma non faceva altri nomi. Lui lesse l'articolo e si lamentò con alcuni pubblici ministeri, tra questi Nino Di Matteo. Solo qualche settimana dopo quando gli venne contestato che aveva detto delle falsità insieme ad alcune verità. Confessò che era proprio così, ma che lo aveva fatto per “evitare problemi” a persone che gli erano state vicine. E qualcuno gli ricordò: “Martorana, allora aveva ragione”, lui se ne uscì con un sorrisetto. 
Strage di Capaci © Shobha
Ma in quell'aula bunker ci fu anche chi non resistette più, come Calogero Ganci (figlio del boss del quartiere Noce di Palermo Raffaele). Calogero Ganci appartiene ad una delle famiglie storicamente mafiose. Riina un giorno affermò che la “famiglia della Noce ce l'ho nel cuore”. Parole di “affetto” che testimoniavano il radicamento mafioso dei Ganci. Calogero Ganci al termine di una udienza chiese di parlare con il pubblico ministero che era Luca Tescaroli. Al pubblico ministero Ganci disse che voleva collaborare. Chiese, però, di poter parlare subito con il fratello, anche lui imputato, Domenico “Mimmo” Ganci. Li fecero incontrare in una vicina caserma dei carabinieri. All'invito di Calogero di collaborare il fratello gli sputò in faccia, si girò e chiese di tornare in carcere.
In quell'aula si presentò sempre, fino a quando il processo non si concluse una donna anziana, accompagnata dal marito, più anziano di lei. Lei era bassina, curvata dagli anni e dal dolore. Al collo una catenina con un ciondolo, forse nemmeno d'oro. In quel ciondolo una fotografia che raffigurava un uomo in divisa. Quell'immagine era quella di Agostino Catalano, il capo scorta di Paolo Borsellino, morto nell'eccidio di via D'Amelio assieme al “suo” giudice e ai suoi compagni Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Quella donna, che non si è mai perduta un'udienza: d'estate, d'inverno, con il freddo, con la pioggia o con il sole cocente, era sua madre.
Uno di quei processi, quello per la strage di Capaci, fu anche sfortunato. Dopo alcuni anni, relativamente pochi per come si celebrano i processi sulle stragi in Italia, arrivò a conclusione. Almeno per il primo grado. Ventidue le condanne all'ergastolo. Era il 26 settembre 1997. Presidente della corte Carmelo Zuccaro. L'attuale procuratore di Catania. Tutti, naturalmente, ci aspettavamo che i giornali del giorno dopo dessero la notizia in prima pagina. C'era, ma non di apertura, come si usa tecnicamente definire la notizia più importante di quel giorno. Perché la sentenza, la prima sentenza per la strage di Capaci, fu battuta da un'altra notizia più importante: il terremoto in Umbria che ebbe il titolo più grande e più importante.
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