Dal lavoro della Commissione antimafia, alle riforme della giustizia, passando per temi come la questione carceraria o le inchieste sulle stragi. Sono gli argomenti trattati da due dei più autorevoli magistrati antimafia, il procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita e il sostituto procuratore della Procura nazionale antimafia Nino Di Matteo, intervistati da Giuseppe Pipitone, giornalista de ilfattoquotidiano.it, nell'evento "Mafia e antimafia, tra riforme e passi indietro". L'evento si è tenuto lo scorso luglio a Piazza Castello di Aci Castello. L’appuntamento è stato promosso dal Comune di Aci Castello, con il coordinamento del consigliere delegato alla cultura Antonio Maugeri. Una conferenza che riproponiamo ai nostri lettori.
“Il mio convincimento è che questa Commissione Parlamentare Antimafia stia allontanando, probabilmente definitivamente, la possibilità di arrivare ad una verità completa sulle stragi”. E’ amara e durissima l’opinione del sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo sul lavoro della Commissione Antimafia in tema di ricerca di verità e giustizia sulle sette bombe di Cosa nostra che nel biennio 1992-93 colpirono l’Italia. Il magistrato è intervenuto ad Aci Castello nel dibattito “Mafia e antimafia, tra riforme e passi indietro”, promosso dal Comune con il coordinamento del consigliere delegato alla cultura Antonio Maugeri. Un dialogo moderato dal giornalista Giuseppe Pipitone de Il Fatto Quotidiano, al quale ha partecipato Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto di Catania, e seguito da centinaia di persone in loco e in streaming su ANTIMAFIADuemila. “Da 30 anni di inchieste e processi noi possiamo ricavare un dato essenziale”, ovvero che “con probabilità ormai vicina alla certezza storica Cosa Nostra non agì da sola. Quelle stragi hanno avuto una valenza politica e sono state compiute anche grazie alla partecipazione di uomini esterni a Cosa Nostra nella fase ideativa, organizzativa e perfino esecutiva”. Tuttavia, denuncia Di Matteo, la Commissione Antimafia, presieduta da Chiara Colosimo, ignora quanto sin qui accertato da sentenze definitive, concentrandosi solo su una delle sette stragi, quella di via d’Amelio, e soltanto su una delle piste investigative (il dossier Mafia Appalti, ndr), “nemmeno tra le più accreditate stando alle risultanze dei processi”. “Non si può accettare un approccio in cui le sette stragi non vengano collegate tra loro. Non si può capire perché è stato ucciso Paolo Borsellino se non si capisce perché è stato ucciso Giovanni Falcone e perché nel ’93 gli stessi personaggi che hanno avuto un ruolo nella strage di via d’Amelio, per esempio i fratelli Graviano, sono stati i protagonisti delle bombe nel Continente”, commenta il sostituto procuratore nazionale antimafia. 
Giuseppe Pipitone, Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita
“Questa è un'opera di riscrittura che temo essere collegata al volere dare una visione tranquillizzante all'opinione pubblica. Noi oggi - aggiunge - stiamo assistendo ad un'opera di rappresentazione minimalista dei moventi dello stragismo del '92-'93. Stiamo assistendo da tutti i punti di vista ad una sorta di volontà di chiudere un capitolo”. La Commissione parlamentare antimafia “non si occupa più del contesto stragista, non vuole più sapere perché le stragi del ’93, come dicono le sentenze di Firenze, hanno avuto anche una valenza terroristica” con lo scopo di “gettare nel panico il popolo italiano per indurre lo Stato a trattare”. E chi, invece, come il senatore Roberto Scarpinato “propone un approfondimento anche su questo, scatta una sorta di ‘redde rationem’ e vogliono introdurre una legge - ricorda Di Matteo - per renderlo incompatibile con il suo ruolo di parlamentare componente della commissione antimafia”. Non solo. Come rammentato da Pipitone, tra i vari lavori della Commissione antimafia c’è anche l’audizione, plurima, dell’ex generale dei carabinieri Mario Mori che “da fatti che sono diventati pubblici, non più coperti da segreto, è indagato dalla procura di Firenze per un eventuale concorso in strage”. E oggi Mario Mori “non solo viene sentito come fosse l'oracolo della verità alla commissione parlamentare antimafia ma nel momento in cui viene raggiunto dall'avviso di garanzia, dall'invito a comparire della procura di Firenze viene ricevuto pubblicamente con tutti gli onori dal sottosegretario alla presidenza del consiglio (Alfredo Mantovano, ndr), con un'esternazione diciamo di solidarietà che non è passata inosservata”.
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Boss fuori dalle carceri
Non solo la ricerca della verità. Tanti i temi affrontati in serata, dalla riforma della separazione delle carriere appena passata in Senato, ai tagli alle intercettazioni, fino alla proposta del ministro Nordio di sanzionare disciplinarmente i magistrati che, come di Matteo e altri, criticano l’operato del governo in tema di giustizia e lotta alla mafia. Tra i vari argomenti dibattuti, di particolare rilevanza riguarda le recenti scarcerazioni di boss mafiosi, mai pentiti, per fine pena. Un punto “doloroso”, premette Ardita. “Purtroppo il sistema penale italiano è fatto in modo tale per cui una sentenza di condanna è una affermazione soltanto cartolare”, risponde il magistrato catanese alla domanda di Giuseppe Pipitone. “Una condanna a dieci anni in realtà presuppone una indicazione sbagliata, perché esistono strumenti che consentono di erodere questa quantità di pena. E dieci anni sono una pena rilevante, perché devi avere commesso un reato veramente molto grave. Eppure, attraverso diversi espedienti questi si riducono”.
Un meccanismo definito da Ardita “un po' diabolico” con cui “si è riusciti a fare uscire dal carcere soggetti che erano stati arrestati per gravissimi reati nei primi anni ’90 - ha aggiunto -, anche per omicidi di mafia”. Ma non finisce qua. “Usciti dal carcere questi soggetti hanno commesso reati altrettanto gravi - ha aggiunto il magistrato -. Sono stati riarrestati e sono usciti dal carcere nuovamente. E noi oggi siamo alle prese con la terza o quarta tornata di arresti di persone, che sono state riconosciute colpevoli di reati di mafia, spesso anche di reati di sangue”. Ardita è stato netto: “Queste uscite dal carcere non sono un effetto di democrazia, come vengono presentate. Sono un effetto di anarchia. Sono cioè il risultato della incapacità di misurare il rapporto che esiste tra sicurezza e libertà in uno Stato, che è il principio della democrazia”. “Le democrazie si caratterizzano per avere un giusto equilibrio tra sicurezza e libertà - ha continuato -. Occorre la certezza del diritto, occorre la sicurezza pubblica e questa sicurezza e questa certezza ovviamente non devono opprimere il cittadino fino al punto da rendere impossibile la vita ma neanche devono consentire a persone che commettono gravi reati di rimanere del tutto impunite”.
Il carcere è un argomento dibattuto spesso in modo fuorviante, “sul quale ci sarebbe da dire molto altro ancora, perché il carcere è un emblema dello Stato. È la forma più grave, più rigorosa con cui lo Stato interviene nella vita dei cittadini - ha concluso Ardita -. Può privare qualcuno della libertà. E attorno a questo emblema sono stati commessi moltissimi misfatti, moltissime operazioni oscure. Il carcere è un luogo di operazioni oscure. È un luogo nel quale dai tempi del terrorismo, poi con la mafia, sono avvenuti non dico i peggiori baratti, ma i peggiori passi indietro dello Stato in molte circostanze”. 
Di Matteo: “Separazione carriere? Dannosa e inutile”
Altro tema della serata è stato quello delle riforme in tema di giustizia che si sono susseguite negli ultimi anni. “Dobbiamo avere uno sguardo di insieme e capire che queste riforme portano alla creazione di una giustizia a due velocità - ha detto Di Matteo -, una giustizia che può essere spietata nei confronti degli ultimi della società e una giustizia con le armi spuntate nei confronti dei colletti bianchi”. Sotto la lente del sostituto procuratore alla Dna la separazione delle carriere “che non sposterebbe un millimetro quella che è la lentezza dei processi è una riforma che porterà inevitabilmente a una fuoriuscita del pubblico ministero dall’ambito della giurisdizione e a un controllo dell’ufficio del pubblico ministero da parte dell’esecutivo”. La separazione delle carriere riporta indietro la lancetta del tempo almeno a 40 anni fa. Già presente tra i primi punti del piano di rinascita democratica della loggia P2 “è stato poi uno dei cavalli di battaglia dei governi Berlusconi - ha aggiunto -. Questa è una riforma che non cha nulla ha a che vedere col funzionamento della giustizia. Non ha nulla a che vedere con la parità delle parti. I sostenitori della separazione delle carriere fondano il loro tentativo di convincere i cittadini sui presupposti falsi. I giudici, in quanto hanno fatto lo stesso corso dei pubblici ministeri, sarebbero sempre appiattiti sulle richieste dei pubblici ministeri, ma le cronache ci dicono che tante volte i giudici disattendono le richieste dei pm. Quindi questa esigenza è falsa”. L’unicità delle carriere “è una garanzia per i cittadini”. Il governo vuole fare una riforma costituzionale “dannosa e inutile” portando alla creazione di “una categoria di funzionari dello Stato potentissima che inevitabilmente assumerebbe la caratteristica di super polizia. Un pubblico ministero che diventerebbe un accusatore a tutti i costi. E questo finirebbe per accrescere a dismisura il suo potere ma soprattutto per diminuire le garanzie del cittadino nella fase più delicata che è quella delle indagini preliminari”.
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Riforme per arginare l’attività giudiziaria
Sulla scia delle riforme, Pipitone ha poi chiesto un commento al procuratore Ardita rispetto al limite alle intercettazioni che questo esecutivo ha posto in essere. “Chi ha pensato questo tipo di riforma non ha la lontana idea di come si svolgono le indagini non basate soltanto sulle intercettazioni ma fatte utilizzando anche le intercettazioni telefoniche che possono non essere l'elemento esclusivo che uno utilizza quando fa un'indagine ma che una volta che esistono e che si possono usare, e possono essere fondamentali, devono essere usate in modo efficace altrimenti non ha senso”, ha commentato il magistrato catanese. “Se c'è un'attività preliminare conoscitiva che consente di comprendere che c'è un'attività che viene svolta in un certo luogo tra certe persone e magari è possibile legittimamente sapere cosa si dicono quelle persone, nel momento in cui passano 45 giorni occorre interrompere qualunque attività e quindi tutto viene perduto - ha aggiunto -. Il problema è la ragione per cui si fanno queste norme”. Per il magistrato “queste norme vengano fatte per creare un argine all'attività giudiziaria. In fondo è la stessa idea che ci siamo fatti guardando le riforme sulla separazione delle carriere. Premesso che dal mio punto di vista molte delle riforme penali hanno una sorta di eterogenesi dei fini, cioè poi alla fine ottengono un obiettivo diverso da quello che voleva lo stesso legislatore, a volte opposto a quello dello stesso legislatore, noi non sappiamo cosa accadrà rispetto ad alcune di queste riforme. Sappiamo che con riferimento alle intercettazioni telefoniche sicuramente il processo penale subisce un fortissimo detrimento”. Ardita, però, registra un grande equivoco dietro tutto questo. Ovvero che queste riforme “siano state fatte e pensate da chi in qualche modo vorrebbe mettersi a riparo dalle indagini dei processi”. “Fino a quando esisterà una classe dirigente che penserà di scambiare favori, di prendere tangenti per appalti, di ottenere un qualunque vantaggio da un privato che ottiene un atto dell'amministrazione, è evidente che quella è una condizione di debolezza strutturale di quella classe dirigente e non ci sarà riforma che potrà metterla al riparo perché l'unico modo per essere al riparo è svolgere con dignità la propria attività”. Lo stesso vale per le intercettazioni. “Il problema fondamentale è comprendere il perché vengono fatte certe riforme, perché se lo scopo delle riforme è quello di rendere il processo più efficiente, ottenere un risparmio, ecco non è questa la strada", ha spiegato Ardita.
Il Potere non vuole essere controllato
Anche Di Matteo è convinto che “molte di queste riforme sono finalizzate ad ottenere un affievolimento del potere di controllo della funzione di controllo della magistratura sull'esercizio del potere in Italia”. Non solo. “Sono finalizzate anche a limitare l'informazione - ha aggiunto il sostituto procuratore alla Dna -. Non vogliono controlli incisivi da parte della magistratura, non vogliono controlli incisivi attraverso l'informazione da parte dell'opinione pubblica. Solo così si spiegano per esempio determinate riforme per cui per atti che non sono più coperti dal segreto c'è il divieto di pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare”. Se viene arrestato un funzionario pubblico o un politico “i cittadini non possono leggere quello che è scritto nell'ordinanza di custodia cautelare, non possono avere diretto accesso ad atti che non sono più coperti da segreto ma semmai ad una sintesi che può essere pericolosa in un senso o nell'altro da parte del giornalista - ha aggiunto Di Matteo -. Io devo essere informato in maniera compiuta. Devo sapere con chi quel soggetto stava parlando, a chi offriva il finanziamento, a chi diciamo destinava in maniera non rituale provvedimenti concessori. Il potere deve fondarsi sulla trasparenza e tutte queste limitazioni - da una parte nei confronti delle possibilità di indagini della magistratura, dall'altra parte sotto il profilo delle garanzie sulla possibilità di informare compiutamente -, sono sintomatiche di una insofferenza a qualsiasi tipo di controllo”. Queste norme, ravvisa il magistrato, “sono nate per contrastare il potere della magistratura e la possibilità dei media di raccontare le malefatte del potere. Sono riforme che sono caratterizzate da una volontà di creare uno scudo per i potenti e sono riforme che finiscono per alterare quel principio fondamentale su cui si regge la nostra Costituzione della parità di ogni cittadino davanti alla legge senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, condizioni sociali e soprattutto che finiscono per cristallizzare una situazione in cui gli ultimi non avranno mai le stesse garanzie dei potenti”.
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Ardita: “Carceri massima sicurezza? Storicamente oggetto di trattativa tra Stato e poteri criminali”
Nel corso della serata, seguendo il lungo filo delle riforme, Pipitone ha chiesto al procuratore aggiunto Sebastiano Ardita un'opinione rispetto alla questione carceraria. In particolare, quelle di massima sicurezza. Da anni il dibattito sul tema è ampio e spesso confuso. Proclami, slogan e promesse elettorali hanno deviato l’attenzione al cuore del problema: “L’equilibrio tra la sicurezza e la libertà”. “La materia delle carceri di massima sicurezza è stata storicamente un oggetto infinito di trattativa fra Stato e poteri criminali, infinito - ha detto Ardita -. A puntate è avvenuto questo e lo dico perché non solo si riferisce alle stagioni più recenti ma anche a quelle più antiche cioè al rapporto che esisteva rispetto al contrasto con i fenomeni terroristici per esempio. Le supercarceri esistono da moltissimo tempo”. “Vennero riaperte nel ’92 dopo la strage di via d’Amelio per una scelta del ministro Martelli – ha aggiunto -. Esisteva una legge che vietava l'uso di Pianosa e dell’Asinara per motivi penitenziari. Questa legge si basava su alcuni studi e su alcune proposte e richieste che provenivano dalla Regione Toscana, in particolare per quello che riguarda Pianosa, e della Regione Sardegna, per l’Asinara. Tra questi c'era la protezione della fauna selvatica, del famoso cerbiatto selvatico”. Il cerbiatto selvatico “era la ragione per cui a Pianosa e all’Asinara non potevano stare i detenuti di terrorismo o di mafia - ha detto Ardita sconcertato -. Quindi su un piatto della bilancia c’era un problema per lo Stato di gestione della sicurezza, della prevenzione penitenziaria, il pericolo di attacchi provenienti dal terrorismo e dalla mafia. Sull’altro, invece, c’era la necessità di non turbare il cerbiatto selvatico. Io sono stato qualche tempo fa all’Asinara e finalmente ho visitato questa meravigliosa isola insieme a un numero impressionante di turisti che venivano ammessi, anche se a piccoli gruppi. Sull'isola c’erano più di 500 turisti che andavano con dei mezzi appositamente autorizzati a dar fastidio al cerbiatto selvatico. Questo per dire cosa? Che quello del cerbiatto era una scusa”. 
Il magistrato e il dovere di informare i cittadini
A conclusione della serata, Pipitone ha chiesto come uscire dalla deriva verso cui il Paese sta precipitando sempre più vertiginosamente. La risposta di Nino Di Matteo non si è fatta attendere. Con una premessa: “È un dato di fatto consacrato che mentre noi ancora a Palermo avevamo il sangue dei morti sull'autostrada una parte autorevole dello Stato va a chiedere a Riina cosa vuole per far cessare le stragi. Questi sono i momenti in cui si solidifica quello che è il potere più tremendo delle organizzazioni mafiose, quello del ricatto nei confronti dello Stato. Noi paghiamo da tempo immemorabile anche la possibilità che abbiamo dato a Cosa Nostra, in particolare, di essere a conoscenza di segreti che sono scomodi anche per lo Stato”.
E allora come se ne esce? E soprattutto, è possibile invertire la rotta? “In questo momento io non vedo grandi prospettive - ha detto Di Matteo -. L'unica vera possibilità starebbe in un cambiamento politico, in una politica che al di là del colore dei governanti per la prima volta, cosa che non è mai accaduta, metta al primo posto dell'agenda governativa la lotta alla criminalità organizzata e la piena ricerca di verità su tutti gli episodi che ancora sono rimasti oscuri. Anche la magistratura ha le sue colpe, bisogna dirlo senza arretrare un centimetro su quella che è la resistenza e rispetto alle riforme in atto ma proprio perché dobbiamo essere credibili, abbiamo il dovere di essere credibili nei confronti dei cittadini, dei più deboli in particolare, dobbiamo sapere anche ammettere le nostre colpe perché noi abbiamo consentito che all'interno della nostra categoria della magistratura si insinuassero prima e si allargassero poi delle vere e proprie metastasi che sono una limitazione del vero potere, della vera indipendenza, della vera autonomia della magistratura e sono il correntismo, le cordate di magistrati in funzione di carriera, il carrierismo burocratizzazione, l'attenzione ai numeri”.
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“L'unica cosa è cercare ciascuno di noi di fare il proprio dovere senza paura, senza calcoli di convenienze di opportunismo politico - ha concluso -. Quello che abbiamo detto qui stasera non è per me, per il dottore Ardita conveniente, ma al magistrato di questo non deve interessare niente. Addirittura, ho sentito il Ministro Nordio che auspicava l'introduzione di un caso tassativo tra gli illeciti disciplinari dei magistrati quando i magistrati, come sto facendo io in questo momento, criticano le riforme in cantiere, o comunque prendono posizione sulle riforme in cantiere. La figura del magistrato per come è scritta nella Costituzione è quella di un soggetto che non deve avere né paure né speranze, deve cercare semplicemente nel suo piccolo di cercare la verità e affermare il diritto. Un magistrato in questo momento e in questi casi non soltanto ha il diritto di parlare, ma il dovere di parlare. Io e il dottor Ardita abbiamo giurato sulla Costituzione e apparteniamo a quella generazione di magistrati che si sono formati sul sangue di nostri colleghi. Abbiamo il dovere di parlare. Non ci può essere nessuno spauracchio di procedimento disciplinare che potrà indurci a non cercare di esporre ai cittadini, al popolo, quelle che sono le nostre preoccupazioni”. L’evento si è concluso con la consegna di una targa per i due magistrati da parte dell'associazione "Catania PIÙ Attiva" “per l’impegno profuso in questi anni” e con il saluto del direttore di ANTIMAFIADuemila Giorgio Bongiovanni: “Finché ci sono questi magistrati, queste persone delle istituzioni, vale la pena restare a combattere e resistere in questo Paese”.
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Foto © Paolo Bassani
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