Tra le cosiddette "stragi continentali" attribuite a Cosa nostra, quella di via Palestro resta la più enigmatica. Accadde a Milano, il 27 luglio 1993, e provocò la morte di cinque persone: i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, intervenuti sul luogo dopo una segnalazione di fumo proveniente da un’automobile; Alessandro Ferrari, agente della polizia municipale che aveva notato il fumo e richiesto l’intervento dei pompieri; e Moussafir Driss, un venditore ambulante marocchino senza fissa dimora, ucciso da una lamiera mentre dormiva su una panchina nei giardini vicini all’esplosione. Almeno dodici i feriti, tra cui passanti e vigili del fuoco, molti dei quali riportarono traumi gravi: fratture, ferite agli arti, perdita parziale dell’udito.
A raccontare quella notte e il suo contesto è il podcast Nero su Bianco, prodotto da ANTIMAFIADuemila. La strage si inserisce in un periodo segnato dalle scosse giudiziarie dell’inchiesta Mani Pulite, che stava rivelando la portata di un sistema di corruzione ramificato tra politica e imprenditoria, e da una stagione di sangue innescata da Cosa nostra. Solo un anno prima, infatti, il 23 maggio e il 19 luglio 1992, erano stati assassinati i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nei noti attentati di Capaci e via D’Amelio. A questi seguirono, nel 1993, l’attacco dinamitardo di via dei Georgofili a Firenze (27 maggio), e, nella stessa notte della strage milanese, gli attentati contro le basiliche romane di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro.
Eppure, a distanza di trent’anni, restano molti interrogativi senza risposta. Chi ha materialmente collocato l’esplosivo nella vettura? Chi l’ha guidata fino al luogo della strage? Chi ha ordinato di farla detonare davanti al Padiglione d’Arte Contemporanea, e perché? L’unico indizio certo è la testimonianza di qualcuno che avrebbe visto una donna bionda allontanarsi dal veicolo pochi istanti prima della deflagrazione — un dettaglio anomalo, considerando che nella storia di Cosa nostra non risultano precedenti in cui donne siano state impiegate per compiere omicidi o attentati.
In quelle stesse ore, tra il 27 e il 28 luglio 1993, il presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi si trovava fuori Roma.
Rientrò d’urgenza nella capitale, ma non riuscì a comunicare con Palazzo Chigi: i centralini risultavano inaccessibili, compreso il telefono del suo ufficio. Il blackout durò tre ore. Anni dopo, Ciampi avrebbe raccontato: “Quella notte ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora e lo penso ancora oggi”.
A causare questo timore fu forse anche l’idea che dietro quelle bombe ci fosse qualcosa di più di una semplice matrice mafiosa?
Pochi giorni dopo, Ciampi annunciò la volontà di riformare i servizi segreti.
Il 2 agosto 1993, salendo sul palco della commemorazione per la strage della stazione di Bologna, Ciampi pronunciò un discorso che lasciò trasparire inquietudini profonde: “È contro questa concreta prospettiva di uno Stato rinnovato che si è scatenata una torbida alleanza di forze che perseguono obiettivi congiunti di destabilizzazione politica e di criminalità comune”.
A cosa alludeva, esattamente, parlando di una “torbida alleanza di forze”? Intendeva forse dire che quelle bombe non furono solo frutto di iniziative mafiose?
Per le stragi di via Palestro, San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, sono stati condannati - come esecutori e mandanti - una ventina di mafiosi.
Tra questi, il capo dei capi Totò Riina e diversi affiliati del gruppo operativo di Brancaccio, il rione palermitano guidato dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, considerati tra i principali artefici della strategia stragista. Eppure, dopo trent’anni di inchieste e processi, restano aperti molti interrogativi: soprattutto su chi si celasse tra i cosiddetti mandanti esterni, i volti coperti che ispirarono - e forse orientarono - le decisioni di Cosa nostra.
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