Sul palco delle Agende Rosse, una tavola rotonda di ragazze e ragazzi a confronto sulla lotta alla mafia. Borsellino: “Siete la mia speranza”
Salvatore Borsellino è stato estremamente chiaro nell’organizzazione degli eventi per il 33° anniversario della strage di via D’Amelio: fuori i politici, dentro i giovani. Una decisione coerente con le sue battaglie e con l’amore che ha sempre dimostrato verso le nuove generazioni, “le più adatte - diceva Paolo Borsellino - a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale”. Così, lo scorso 19 luglio, sul palco di via D’Amelio si è tenuto il dibattito “Giovani e antimafia: contro silenzi e depistaggi”, organizzato dall’associazione Our Voice. Studenti medi, universitari, giovani sindacalisti e giornalisti si sono confrontati sulla lotta alla mafia e sulla ricerca della verità sulle stragi, a partire proprio da quella di via d’Amelio. Tra il pubblico, Salvatore Borsellino ascoltava con sguardo emozionato i vari interventi. “Non siamo professionisti o esperti di antimafia e di stragi”, ha esordito Marta Capaccioni di Our Voice, moderatrice del dibattito.
Marta Capaccioni
“Quando saltavano in aria le autostrade, le stazioni ferroviarie, i treni, le auto di magistrati e agenti delle scorte, ancora non esistevamo. Siamo nati negli anni in cui era già in corso un processo di silenziosa pacificazione con la mafia. Come se non bastasse - ha aggiunto - nelle scuole e nelle università ci viene negata la conoscenza della storia degli ultimi 70-80 anni del nostro Paese. Un progetto pensato per cancellare definitivamente ciò che è successo, rimuovere la memoria collettiva, delegittimando chi è ancora in vita per testimoniarla”. “Ci viene spesso detto che noi giovani siamo il futuro”, ha continuato Capaccioni, “ma viviamo un presente che non guarda al futuro, perché privo della consapevolezza della nostra storia e delle nostre radici. Assistiamo a un inquietante processo di revisionismo storico sulle stragi, in cui riemergono ideologie autoritarie, nostalgie del fascismo e interventi repressivi nelle strade, nei luoghi di lavoro, alle frontiere, nelle sedi accademiche, giornalistiche e istituzionali”. I giovani hanno ricordato quella “rivoluzione culturale” evocata da Paolo Borsellino, possibile solo andando oltre la narrazione della mafia intesa esclusivamente come organizzazione criminale. “Occorre prendere atto - ha spiegato l’attivista - che il sistema mafioso è perfettamente integrato nel potere costituito: politico-istituzionale, imprenditoriale ed economico-finanziario. Le modalità mafiose della minaccia e dell’intimidazione vengono utilizzate anche dal sistema ‘legale’”.
Nino Morana Agostino
Misteri irrisolti e un debito ancora da ripagare
La ricerca della verità sulle stragi mafiose è stato il filo conduttore degli interventi in questa tavola rotonda, come l’ha definita Nino Morana Agostino, che ha ringraziato Salvatore Borsellino “per lo spazio concesso in un momento in cui si ha paura della voce dei giovani”. Il nipote di Antonino Agostino - poliziotto ucciso con la moglie incinta Ida Castelluccio il 5 agosto 1989 da Cosa nostra - ha denunciato l’assenza di volontà istituzionale nel cercare i “pupari”, come li chiamava suo nonno Vincenzo (scomparso un anno fa). “Siamo in un’epoca in cui si persegue una verità comoda, depistante, utile solo a chi vuole nascondere le complicità politico-istituzionali dietro ogni attentato. Abbiamo persino una Commissione Parlamentare Antimafia che, invece di ascoltare figure come Scarpinato e Cafiero De Raho, fa di tutto per allontanarli con una legge vergognosa”. 
L'intervento di Luca Grossi
Secondo Morana Agostino, i “pupari” sono ancora tra noi. “Non c’è mai stato interesse a scoperchiare i sepolcri imbiancati”. Un’opinione condivisa anche da Luca Grossi, giovane redattore di ANTIMAFIADuemila. “Se lo Stato decidesse davvero di combattere la mafia, significherebbe che ha deciso di suicidarsi”, ha citato Grossi riprendendo Leonardo Sciascia. “Finora non siamo stati capaci di guardare dentro l’anima di questo Paese”. Tra i misteri ancora irrisolti spicca l’agenda rossa di Borsellino, “scatola nera della strage di via D’Amelio”, trafugata dall’auto distrutta e mai ritrovata. “La classe politica non ha interesse a trovarla. E anzi espone la sua valigetta come un trofeo vuoto alla Camera. Quello è il simbolo dello Stato-mafia”. Per questo, ha concluso Grossi, “noi giovani dobbiamo essere l’avanguardia di una nuova visione delle istituzioni. Non saremo mai liberi finché non ci liberiamo di questi indicibili segreti”.
Andrea La Torre
Oggi esiste un’avanguardia di ragazzi e ragazze che decidono di mettersi in gioco. Soprattutto a Palermo, dove gli stessi giovani intervenuti sul palco, due mesi fa, hanno organizzato un corteo popolare per ricordare la strage di Capaci. Un corteo di resistenza antimafia, contro le ipocrisie delle istituzioni e contro la riscrittura della storia di quella e delle altre stragi. "C’è un tentativo di ridurre tutto questo a un passato chiuso, che deve essere cancellato e su cui i giovani, gli studenti, le persone che lavorano e che vogliono informarsi non devono rimettere mano", è il commento di Andrea La Torre dell'associazione Attivamente. "Quando la presidente della Commissione Antimafia invita i giovani a ribellarsi contro la mafia, noi diciamo che siamo tutti d’accordo. Ma poi si devono ribellare anche contro quei pezzi dello Stato che, ancora oggi, non hanno permesso di conoscere fino in fondo la verità sulle stragi, da Portella della Ginestra in avanti", ha aggiunto, ricordando quel “debito morale” di cui parlò Borsellino durante la veglia per Giovanni Falcone. 
"I giovani si devono ribellare contro un governo che abolisce il reato di abuso d’ufficio; devono ribellarsi contro chi, ancora oggi, nega il ruolo politico di quelle stragi e non vuole vedere il filo che le collega al decreto sicurezza. L’attacco alla democrazia che è stato portato avanti con gli anni di piombo e con le stragi di mafia è ancora vivo e si riproduce oggi con le leggi di questo governo. E dobbiamo ribellarci contro quella classe dirigente corrotta che permette lo sperpero del denaro pubblico in una terra in cui servirebbe per la scuola, per gli ospedali, per i mezzi di trasporto. Queste sono le misure veramente antimafia". Andrea La Torre ha risposto anche a chi, in questi mesi, ha accusato gli studenti "di fare politica con l’antimafia". "Il problema, in questo Paese, è proprio che la politica non fa antimafia, non che i giovani fanno politica. È questo il paradosso: c’è una classe dirigente corrotta che si mangia la Sicilia e sperpera il denaro pubblico".
Giovani precari e poca antimafia nelle scuole
A seguire, Olga Giunta di CGIL Giovani ha parlato del referendum su lavoro e cittadinanza tentato a inizio giugno. “È stata una sfida importante, che puntava a rimettere il lavoro al centro del dibattito”. Lavoro e antimafia, ha spiegato, sono due facce della stessa medaglia. “Dove c’è precarietà, le organizzazioni mafiose sfruttano la vulnerabilità delle persone”.
“Molti giovani si sono sentiti coinvolti perché i quesiti referendari parlavano di stabilità, dignità, parità di diritti. E dai dati post-referendum emerge che, se avessero votato solo i giovani, il quorum sarebbe stato raggiunto: oltre il 50% degli aventi diritto si è recato alle urne”. “Questa - ha spiegato - è la nostra battaglia generazionale. E si può riassumere in una parola: libertà. Libertà economica, libertà di emancipazione e piena indipendenza. Ed è qui che gli obiettivi dell’antimafia sociale si intersecano con quelli del lavoro dignitoso. La dignità per lavoratori e lavoratrici è la prima vera forma di resistenza alla mafia. Ce lo insegnano Placido Rizzotto e Pio La Torre”. 
Olga Giunta
Hanno preso poi la parola Francesco Amante (UDU) e Rosario Alario (Collettivo Rutelli e Regina Margherita), intervenendo sul ruolo dell’università nella ricostruzione della storia italiana. “Le università devono sviluppare pensiero critico e ricerca. Ma hanno fallito se non superano la narrazione mistificata delle stragi. Tocca al corpo docente alzare finalmente il tappeto”, ha detto Amante. Alario ha aggiunto: “Si continua a promuovere l’idea che la mafia sia stata sconfitta dallo Stato. Falso. Stato e mafia hanno collaborato e, in alcuni casi, continuano a farlo. L’idea della mafia con coppola e lupara è superata: oggi sta nei palazzi del potere. Noi, come sindacati studenteschi, vogliamo ciò che ci spetta: la verità”.
L’emozione di Salvatore Borsellino
Alla fine del dibattito è salito sul palco Salvatore Borsellino: “La forza di questi ragazzi, io purtroppo non ce l’ho più. Ma loro sono la mia speranza. Sentendoli parlare, io riprendo forza. Ora è il loro tempo. Combattono con passione per il presente e per il futuro. E per questo li ho voluti qui, su questo palco. Il 19 luglio, su questo palco, voi ci potrete sempre tornare. Altri, non verranno mai più”.
Foto © Paolo Bassani
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