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Il procuratore all’evento di Addiopizzo: “Borsellino era un uomo buono, voleva cambiare la Sicilia partendo dai giovani” 

“Sicuramente è difficile arrivare a una verità processuale. È passato troppo tempo e molti protagonisti non ci sono più. Non credo sia semplice ipotizzare un processo in grado di accertare responsabilità, anche quelle esterne a Cosa Nostra. Tuttavia è assolutamente necessario andare avanti e quantomeno raggiungere una verità storica su quanto avvenuto”. A dirlo è il procuratore aggiunto di Catania, Sebastiano Ardita, intervenuto sabato 19 luglio dal palco di Addiopizzo, durante la commemorazione della strage di via d’Amelio, che si è svolta a Catania, presso l’Arena Adua. Ardita ha ricordato come, a 33 anni dall’attentato, tra depistaggi, memorie affievolite e la scomparsa di testimoni chiave, sia sempre più difficile verificare i fatti in modo giudiziariamente valido, al punto da consegnare alla verità processuale i nomi nascosti dietro connivenze, segreti e silenzi istituzionali che hanno determinato la strage in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Claudio Traina, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli e Walter Eddie Cosina


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Tuttavia - ha evidenziato - in questo momento è in corso un dibattito molto rilevante”, che ruota attorno a una questione cruciale: se la strage di via d’Amelio, così come altri eventi che si sono susseguiti nel biennio ‘92-’93, legati tra loro come anelli di una catena, abbia avuto una regia e un sostegno esterni a Cosa Nostra. Un interrogativo tutt’altro che marginale - ha precisato il magistrato - perché oggi in Italia si sta affermando una narrazione che tende ad attribuire tutto ciò che è accaduto unicamente alla mafia, escludendo ogni possibile responsabilità di soggetti esterni che potrebbero aver avuto un interesse in quella stagione di sangue. “Anche per questo - ha precisato Ardita - ritengo fondamentale iniziare a costruire una verità storica su quanto accaduto”.
Parlando di verità storica e della necessità di rinnovare una memoria collettiva capace di resistere al tempo, per non dimenticare il sacrificio di uomini come Borsellino, o come il giudice Giovanni Falcone, ucciso appena 57 giorni prima nella strage di Capaci, non è mancata una riflessione sul ruolo delle nuove generazioni e sul futuro del Paese. 


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Borsellino considerava la lotta alla mafia una questione di cambiamento sociale e civile nei costumi della Sicilia. Credeva che tutto potesse partire dal riscatto dei giovani. Non era un eroe solitario, un tagliatore di teste, ma un uomo profondamente buono, capace di vedere il bene negli altri. Sapeva bene quale fosse il vero problema della mafia: il suo consenso sociale”. Borsellino aveva infatti compreso fin dall’inizio che la vera forza della mafia risiedeva nell’assenza dello Stato: un vuoto profondo che la criminalità organizzata ha saputo colmare, radicandosi stabilmente nei territori tutto l’anno, a differenza della presenza sporadica delle istituzioni, spesso limitata alle campagne elettorali. 


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Vi racconto un aneddoto - ha proseguito Ardita -. Era una domenica di tanti anni fa. Borsellino era a passeggio per le strade di Palermo con un amico, il dottor Alfio Lo Presti, ginecologo. All’epoca, con i negozi chiusi la domenica, trovare il pane era difficile. Così si cercava tra le bancarelle che vendevano il pane fatto in casa. Borsellino si avvicinò a una di queste. Mentre il venditore gli incartava le forme, al momento di pagare gli disse: ‘No, dottore, non voglio soldi. Il pane glielo regalo’. ‘Perché?’, chiese Borsellino. ‘Perché lei mi ha fatto condannare per vendita abusiva di pane’, rispose il venditore. Potete immaginare l’imbarazzo del momento. Ma quell’uomo era una persona semplice, buona. Aveva commesso un’irregolarità, ma non era un criminale. Allora Borsellino fece la cosa più naturale: lo abbracciò. Abbracciò l’imputato che aveva condannato. Ecco chi era Paolo Borsellino”.

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