L'operazione è stata orchestrata da gente del mestiere, che ha sapientemente mischiato informazione e disinformazione, una campagna a vasto raggio iniziata in sordina un paio di anni fa ed esplosa in tutta la sua virulenza quest'estate. È l'“Operazione Borsellino", quella che sta segnando il trentatreesimo anniversario della strage di via Mariano D'Amelio, la verità e nient'altro che la verità sull'attentato che il 19 luglio del 1992 ha fatto saltare in aria l'amico più caro di Giovanni Falcone.
La verità confezionata e imposta dall"Operazione Borsellino" è rintracciabile in un migliaio di pagine di un rapporto giudiziario che era stato valutato monco e vago da più procuratori, il famigerato dossier su mafia e appalti dei carabinieri dei reparti speciali del generale Mario Mori, un documento che una propaganda di regime ha fatto diventare un totem. Una sorta di scatola nera che contiene tutti i segreti sull'uccisione di Paolo Borsellino, uomo di legge e di coraggio, siciliano di fibra forte ucciso dal cinismo di un'Italia canaglia che oggi è sicura di avere trovato il movente che per oltre trent'anni è stato scartato e bollato, nel migliore dei casi, come "fuorviante".
C'è ormai solo mafia e appalti per spiegare la morte del procuratore, c'è solo l'insabbiamento di un dossier per ricostruire i perché di quell'autobomba, resta solo la codardia e anche le contiguità della magistratura palermitana del tempo per capire cosa è accaduto o cosa non è accaduto fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992.
La verità, nient'altro che la verità. Prima era solo nelle tasche di un generale dal tempestoso passato, oggi è la verità e basta.
L'"Operazione Borsellino" ha colpito forte: ha fatto centro. Qualche settimana fa un programma di attualità della Rai, Far West, ha titolato così la puntata: "L'ombra di mafia e appalti sulla morte dei due giudici". Aggiungendo, tanto per abbondare perché non si sa mai, anche il nome di Giovanni Falcone fra le vittime eccellenti di ciò che ruotava intorno ai patti fra le imprese mafiose e i grandi gruppi industriali del Nord. Nessuno vuole sentire più parlare di piste nere o di patrimoni riciclati a Milano dall'aristocrazia mafiosa, è solo un gioco di borse che appaiono e scompaiono, di mezze frasi, di allusioni, di qualche nome appena sussurrato.
Anniversario di manovre oblique, anniversario di falsità mascherate e di doppi giochi, di poteri sporchi che si annusano e di cavalieri serventi travestiti da opinionisti. Scatenatissimi, molti di loro probabilmente non hanno mai letto una sola riga di quel dossier, ma si mostrano certi che dentro quel migliaio di pagine — e soltanto lì - si possa trovare la soluzione del mistero. Un 19 luglio più cattivo era difficile da prevedere.
Dietro l"Operazione Borsellino" non è invece facile immaginare chi ci sia e quanto sia esperto di queste azioni di avvelenamento dei pozzi. Ma ciò che veramente preoccupa è altro, è che l"Operazione Borsellino" è stata parallelamente accompagnata dalle attività ufficiali della commissione parlamentare antimafia e dall'inchiesta della procura della Repubblica di Caltanissetta.
Si è assunta una grande responsabilità la presidente dell'Antimafia Chiara Colosimo, voluta a tutti i costi a Palazzo San Macuto dalla premier Giorgia Meloni, a farsi prendere per mano dal generale Mori (l'aveva fatto anche con l'ex terrorista nero Luigi Ciavardini, salvo poi chiedere pubblicamente perdono) e dirottare totalmente i lavori della sua commissione in favore della tesi di mafia e appalti come causa dell'uccisione di Paolo Borsellino. Un convincimento raggiunto senza alcuna istruttoria, una tesi prefabbricata e spacciata come inchiesta.
Si stanno assumendo una grande responsabilità anche gli uffici inquirenti di Caltanissetta - e lo scriviamo con il massimo rispetto per il procuratore capo della Repubblica Salvatore De Luca - che hanno orientato principalmente le loro indagini sulla strage del 19 luglio nella direzione tanto amata dal generale Mori (e seguita pedissequamente dalla commissione antimafia), nonostante sia apparso un verbale di Paolo Borsellino che lega l'uccisione di Falcone a personaggi dell'eversione di destra. Il procuratore De Luca avrà sicuramente le sue ragioni, e speriamo di vedere presto i frutti delle sue investigazioni. Ma non siamo così sicuri che arriveranno rovistando fra quel dossier o assecondando i desideri di un generale che, è un forte nostro presentimento, sta portando tutti fuori pista.
Tratto da:Domani
Foto © Imagoeconomica
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