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Un ringraziamento particolare ad Anna Vinci e al generale Michele Riccio per aver scritto il libro “La strategia parallela” di cui si parlerà tra l’altro questa sera.
Michele Riccio spiega che siamo ancora prigionieri di quegli uomini delle istituzioni posti ai più alti livelli, nell’arrogante certezza dell’impunità.
Un’arroganza tracotante da parte di uomini di Stato che avevano il dovere di dire la verità sulla trattativa Stato mafia, sui mandanti esterni della strage di via D’Amelio, e sulla scomparsa dell’agenda rossa. E che invece si sono nascosti dietro a decine di “non ricordo”, o hanno fornito versioni contrastanti tra loro che si commentano da sole.
In merito alla scomparsa dell’agenda rossa è importante ripartire dalle parole dell’ispettore Garofalo, in servizio il 19 luglio ‘92 alla sezione volanti della Questura di Palermo.
Riferendosi ai primi minuti dopo l’esplosione dell’autobomba, disse testualmente: “Ricordo di avere notato una persona, in abiti civili, alla quale ho chiesto spiegazioni in merito alla sua presenza nei pressi dell’auto del giudice Borsellino.
Ho chiesto a questa persona chi fosse per essere interessato alla borsa del giudice e lui mi ha risposto di appartenere ai servizi".
In un paese civile questa dichiarazione avrebbe spianato la strada a un relativo processo. Ma non in Italia. Qui il principale protagonista, il capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, ripreso mentre si allontana da via d’Amelio con la borsa del giudice, è stato prosciolto dalla Cassazione che ha rigettato il ricorso della procura nissena contro la sentenza di non luogo a procedere del gup di Caltanissetta.
Non sono bastate le versioni discordanti dell’ex pm Giuseppe Ayala, sul ritrovamento della valigetta di Borsellino, per poter approdare ad un processo ad hoc.
E nemmeno le versioni contraddittorie rese da Giovanni Arcangioli sono bastate per far aprire un relativo processo.
Nel 2013 al processo Borsellino Quater Arcangioli ha dichiarato di non ricordare da chi ha avuto la borsa e a chi l'ha successivamente consegnata, né che fine abbia fatto. Per poi specificare che vi aveva guardato dentro, forse insieme al giudice Ayala, ma che non c'era nulla di rilevante se non un crest dei carabinieri. E che per questo motivo non ricordava cosa avesse fatto della borsa dopo. Poi però ha aggiunto di ricordare di aver detto di rimetterla, o di averla rimessa lui stesso, nell’auto di servizio di Paolo Borsellino.
Al processo che andrebbe fatto per la scomparsa dell’agenda rossa bisognerebbe individuare chi è l’amico di Borsellino che lo ha tradito. E chi, tra gli apparati istituzionali, ha ordinato di far sparire l’agenda rossa dando indicazioni precise all’ex Questore di Palermo, Arnaldo La Barbera. Che è risultato poi al soldo dei Servizi..
Certo è che parlare di un processo su questo mistero, in un momento storico come questo, e con un governo come quello attuale, può sembrare utopistico.
Soprattutto, se crediamo a uno degli ultimi sondaggi politici, che ha cristallizzato la crescita del centrodestra, e un aumento del giudizio positivo nei confronti del governo.
Come è possibile che in questi mesi il giudizio positivo nei confronti del governo sia aumentato?
O non crediamo ai sondaggi - che è del tutto legittimo - oppure il dato che emerge è quello di un popolo indegno che non vuole vedere la verità.
Un popolo che non vuole vedere il nostro governo obbedire ai diktat degli Stati Uniti e destinare in 10 anni il 5% del Pil alle spese militari sottraendo fondi a scuola, sanità, e welfare.
Che non vuole vedere gli effetti devastanti del Decreto Sicurezza nella nostra vita quotidiana.
Che non vuole vedere il silenzio complice del nostro governo dopo le sanzioni imposte dagli Stati Uniti a Francesca Albanese per il suo ultimo report nel quale denuncia chi trae profitto dall’economia del genocidio a Gaza.
E soprattutto un popolo che non protesta di fronte alle mistificazioni sulla strage di via d'Amelio, attraverso false ricostruzioni istituzionali. Con tanto di esposizione della valigetta di Paolo Borsellino da parte della presidente della commissione antimafia Chiara Colosimo, mentre stringe le mani ai figli del giudice assieme alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che attraverso il suo guardasigilli Nordio fa a pezzi la giustizia per la quale Borsellino ha dato la vita.
Per quel 50% di italiani che non ha fiducia nell’attuale governo e non si riconosce in chi lo approva, c’è una sola via di uscita: essere testimoni attivi.
Testimoni di questi tempi per impedire che l’oblio cancelli l’orrore a cui stiamo assistendo.
Attivi nella pretesa di conoscere i nomi dei mandanti esterni delle stragi ‘92/93, che probabilmente sono gli stessi che hanno fatto sparire l’agenda rossa.
Attivi nel boicottaggio di quelle aziende indicate da Francesca Albanese che guadagnano sul genocidio a Gaza.
Continuare a finanziarle, o togliere il nostro denaro a questi colossi, è una nostra scelta.
Arrivare alla verità sulla scomparsa dell’agenda rossa passa anche attraverso questa presa di coscienza personale. Che deve diventare poi una pretesa di giustizia popolare, un movimento di massa che dia un impulso forte per sostenere l’avvio di un processo su questo mistero.
Per realizzarlo è necessario pretendere a 360° ciò che fa più paura ai nostri governanti: la verità.

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