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Ad appena 39 giorni dalla strage di Capaci Paolo Borsellino viene chiamato con una telefonata al Viminale per incontrare il neo ministro dell’Interno Nicola Mancino. È il primo luglio 1992.
Al Viminale, però, oltre al Ministro incontra Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde: “So che state interrogando Mutolo, tenga presente che siccome io a suo tempo ho fatto indagini su di lui, se posso essere utile…”.
Ma l’interrogatorio di Mutolo era segreto. Come aveva fatto Contrada a saperlo? E perché disse quella frase a Borsellino?
Nel podcast di Nero su Bianco ripercorriamo quei momenti approfondendo il contesto drammatico in cui si trovò il giudice Borsellino.
Mutolo aveva deciso di collaborare con la giustizia e aveva già anticipato a Borsellino che avrebbe fatto rivelazioni su personaggi di spicco, tra cui Bruno Contrada, accusato e condannato successivamente di concorso esterno in associazione mafiosa. L’interrogatorio era considerato estremamente riservato, poiché Mutolo stava rivelando informazioni sensibili su collusioni tra mafia e istituzioni.
Durante l’interrogatorio, intorno alle 17:40, Borsellino ricevette la telefonata.
Secondo le ricostruzioni emerse in vari processi (tra cui il processo Borsellino quater e quello sulla trattativa Stato-mafia), l’incontro al Viminale fu breve e di natura formale. Borsellino e Aliquò furono ricevuti dal ministro Mancino.
Tuttavia, l’episodio cruciale avvenne al di fuori dell’ufficio di Mancino, in un’anticamera.
Mentre Borsellino attendeva comparvero il capo della polizia Vincenzo Parisi e Bruno Contrada.
Secondo Gaspare Mutolo, quando Borsellino tornò a Roma per riprendere l’interrogatorio, appariva visibilmente scosso, al punto da fumare due sigarette per la tensione. Mutolo riferì che Borsellino era “arrabbiato, agitato, preoccupato”.

Segui il PODCAST: Nero su Bianco

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