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“Davvero c'era bisogno di attendere la Procura di Caltanissetta con le perquisizioni condotte quest'oggi nelle abitazioni di Giovanni Tinebra (da tempo deceduto) per capire chi fosse l'ex Procuratore capo di Caltanissetta?”. E' indignata Anna Vinci, già biografa di Tina Anselmi, autrice di vari libri tra cui, con Michele Riccio,"La strategia parallela - Il progetto occulto di assalto alla Repubblica", edito da Zolfo.
Il pool guidato dal Procuratore Salvatore  De Luca ha disposto perquisizioni nelle case della vedova e dei figli di Tinebra per far luce sul contesto in cui si collocarono l’oramai accertato depistaggio sulla strage di Via D’Amelio e la “sparizione” dell’agenda rossa appartenuta a Paolo Borsellino. Su questo punto è stato acquisito agli atti del procedimento un appunto del 20 luglio 1992 a firma di Arnaldo La Barbera, rinvenuto negli archivi della Squadra Mobile di Palermo in cui si legge “in data odierna, alle 12, viene consegnato al dottore Tinebra uno scatolo in cartone contenente una borsa in pelle ed una agenda appartenenti al Giudice Borsellino”.
E' noto che quando il magistrato nisseno Fausto Cardella verbalizzò il contenuto della borsa di Borsellino all'interno vi erano qualche oggetto, il costume, tre fogli e l’agenda telefonica a parte. Dell'agenda rossa nessuna traccia. E ancora oggi si continua a cercare.
“E' evidente che quell'agenda nasconde il mistero che c'è dietro la strage di via d'Amelio - continua Anna Vinci - E' l'immagine dei documenti che spariscono e che proseguono in tutte le vicende scabrose della nostra storia. Penso ai documenti di Dalla Chiesa, penso ai documenti sequestrati in Uruguay dalla Cia dalla villa di Licio Gelli che non furono mai consegnati alla Commissione che indagava sulla P2, presieduta da Tina Anselmi. Penso agli appunti sul primo incontro di Luigi Ilardo con i magistrati Tinebra, Caselli e Principato, avvenuto il 2 maggio 1996,  8 giorni prima che il collaboratore venisse assassinato a Catania. Un giorno drammatico che abbiamo descritto nel libro con Michele Riccio. Quel giorno c'era anche Mario Mori. Ilardo lo vide e, come detto da Riccio, di impeto si rivolge a lui dicendo: 'molti degli attentati che Cosa Nostra ha commesso li avete ispirati voi', cioè lo Stato”.


Nel libro parlate molto anche di Tinebra?

“Certamente. Ed è evidente anche un filo che porta al generale Mori. Ad esempio quando riccio racconta dell'inchiesta “Grande Oriente”. Ecco il passaggio: “Quando poi scrissi il rapporto giudiziario, concluso il 30 luglio del 1996 a termine dell’inchiesta, nel riportare questo avvenimento aggiunsi «provocatoriamente» che avevo comunicato le coordinate geografiche del luogo. Non convinto del comportamento di Mori e del suo «cerchio magico», volevo richiamare l’attenzione del magistrato sul punto.


strategia parallela


Mi offrii un’altra volta per condurre l’operazione dell’arresto di Provenzano, la proposta fu bocciata immediatamente. Mori obiettò invece come mai non fosse stato avvisato, fin dall’inizio dell’inchiesta, il procuratore capo di Caltanissetta, il dottor Giovanni Tinebra, che per competenza territoriale secondo lui era il vero responsabile dell’indagine. Aggiunse ancora che era opportuno consigliare a Ilardo di darsi alla latitanza perché aveva avuto sentore che un’altra forza di polizia stesse per arrestarlo”.


Ma non è quello l'unico passaggio...

Certo che no. Riccio nel racconto continua: “Un altro avvenimento imprevisto che rese profetiche le parole di Mori in merito all’auspicata partecipazione del dottor Tinebra all’indagine in corso fu quando, il 7 novembre del 1995, pochi giorni dopo l’incontro di Ilardo con Provenzano, il capitano Damiano mi consegnò copia di una lettera anonima in cui si segnalavano presunte attività illecite di Ilardo. La missiva era indirizzata a Tinebra e ad altri uffici istituzionali e fu affidata da Tinebra stesso al suo collega Salvatore Leopardi e al capitano Antonio Damiano della Sezione anticrimine del Ros di Caltanissetta per indagini. Da quella data Giovanni Tinebra, procuratore capo di Caltanissetta, entrò nell’indagine «Grande Oriente»”. E ancora nel capitolo sulle manipolazioni. Il colonnello Riccio racconta che “nonostante fosse stato già concordato che sarebbero state entrambe le procure, quella di Palermo e quella di Caltanissetta, a gestire le dichiarazioni di Ilardo, Mori iniziò a sostenere che Tinebra sarebbe dovuto essere il solo riferimento nella collaborazione ufficiale”. E poi aggiunge un altro passaggio che vale la pena di essere letto: “Nell’essere informato dall’avvocato di Ilardo che il Tribunale di Sorveglianza di Genova non aveva più concesso il rinnovo della sospensione pena per motivi di salute, con il capitano Damiano andai dal dottor Tinebra per chiedere di consentire al collaboratore di incontrare le Autorità Giudiziarie siciliane, in libertà, così da instaurare un clima di fiducia utile alla collaborazione. Il magistrato nisseno per risolvere il problema mi indirizzò presso la Procura del Tribunale di Messina. Qui appresi che il fax del Tribunale di Genova era giunto e che dopo l’intervento di Giovanni Tinebra la gestione della pratica era assunta dal Tribunale di Caltanissetta, superando ogni difficoltà. Il giorno successivo Mori e Damiano mi chiesero di partecipare a un incontro con Tinebra nel suo ufficio, il magistrato con l’assenso dei colleghi mi disse perentoriamente di voler gestire la collaborazione di Ilardo e di convincere Ilardo a escludere la Procura di Palermo. Nei giorni seguenti Mori mi sollecitò più volte a seguire la disposizione di Tinebra e nel momento in cui riferii della proposta al collaboratore, gli consigliai di non escludere dall’incontro l’Autorità Giudiziaria di Palermo e di essere pronto anche a collaborare con qualsiasi altro magistrato, per non penalizzare la sua immagine e la sua credibilità. Ilardo a quelle mie parole sorrise e nel ringraziarmi con voce ferma mi disse che aveva piena fiducia nel dottor Caselli e nella Procura di Palermo, e che da tempo aveva deciso in piena autonomia quale sarebbe stata la sua linea di comportamento”. 


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Giuseppe De Donno e Mario Mori © Imagoeconomica


“Per superare le continue insistenze di Mori – prosegue sempre Riccio nel libro - a lui dissi che sarebbe stato Ilardo al momento dell’incontro con le due Autorità Giudiziarie siciliane a ufficializzare la propria volontà di fare riferimento esclusivamente al dottor Tinebra.
Nell’imminenza dell’incontro di Ilardo con i magistrati, una sera, il maggiore Obinu mi fece incontrare, nel parcheggio antistante l’aeroporto di Catania, il dottor Tinebra da poco sbarcato, al quale riconfermai la linea di condotta del collaboratore. Mi era chiara l’intenzione di volere intervenire nelle indagini e mi colpì profondamente. Offeso e amareggiato non potevo fare altro che annotare questi comportamenti nella mia agenda di lavoro. Quanto stava accadendo mi fece pensare alle scene penose alle quali avevo assistito al comando Ros di Roma, quando Salvatore Cancemi, un altro collaboratore di giustizia, in occasione di testimonianza o interrogatorio a lui non particolarmente gradito, iniziava a creare problemi ai colleghi, avendo ripensamenti su alcuni aspetti della collaborazione. E il giorno dopo vedevo arrivare il dottor Tinebra per convincerlo”.


Ovviamente il giorno più drammatico è quello dell'incontro ufficiale del 2 maggio 1996 con Caselli e Tinebra.

Sì e Riccio racconta una scena incredibile: “Ilardo ribadiva la sua fiducia al procuratore Caselli, accompagnando le parole con un plateale spostamento della sedia e ponendola di fronte al magistrato. Aprì le sue dichiarazioni con la conferma di aver incontrato a Mezzojuso Bernardo Provenzano, ma dopo circa tre ore, proprio quando si iniziava a parlare dell’attualità di Cosa nostra, un sempre più rabbuiato Tinebra interruppe l’incontro, che venne aggiornato al 15 maggio successivo, giorno che avrebbe segnato l’ingresso di Ilardo nel programma di protezione. Io avevo seguito l’incontro con la sensazione di sentirmi un corpo estraneo in quella stanza, condizionato dal vedere il dottor Tinebra agitarsi sempre più sulla sedia nel sentire parlare Ilardo. Non so se per un attimo avevo provato più invidia o più rabbia nel vedere il collaboratore così tranquillo. Luigi Ilardo fu autorizzato a ritornare in Sicilia per informare la consorte della decisione presa e per sistemare le questioni familiari a tutela delle figlie e del padre che non lo avrebbero seguito in quella scelta. Su richiesta del dottor Caselli avrei raggiunto Ilardo a Catania e nei momenti più favorevoli avrei registrato le sue parole sui temi che avrebbero interessato la sua collaborazione, disposizione che non trovava d’accordo il dottor Tinebra e il generale Subranni, che nel frattempo aveva fatto la sua comparsa.
Nel salutarci e nel concordare dove e quando ci saremmo incontrati in Sicilia, Ilardo, che era più sollevato dopo la scelta fatta, nel vedermi piuttosto contrariato mi chiese ragione del mio stato. Brevemente gli riferii del tentativo, effettuato per altro con malcelata arroganza, del generale Subranni di impedirmi quanto disposto da Caselli. Ilardo assunse un’aria molto seria e mi confidò che nelle dichiarazioni che avrebbe reso alla Autorità Giudiziaria di Palermo avrebbe riferito fatti riguardanti anche il generale Antonio Subranni”. Insomma ne aveva per tutti. 


Ilardo poi verrà ucciso il 10 maggio 1996. Un momento doloroso per Riccio...

Doloroso certamente per la famiglia, ma anche per il colonnello che fino a quel momento aveva accompagnato Ilardo in tutti i passi vissuti da infiltrato dentro Cosa nostra, ma anche verso la collaborazione. Quella giornata Riccio la racconta così: “L’ultimo incontro con Ilardo lo ebbi la mattina di venerdì 10 maggio 1996 e nel salutarci concordammo di rivederci a Roma il martedì successivo, il giorno precedente l’interrogatorio del 15 maggio. Voleva passare il tempo che restava prima della partenza con i bambini e sua moglie, discutere del loro futuro, mi avrebbe così telefonato per dirmi le necessità logistiche della famiglia. La domenica desiderava trascorrerla pensando ad altro. Lo salutai ricordandogli di restare nella tenuta di Lentini, più sicura rispetto a Catania, era la solita raccomandazione di quell’ultimo periodo.


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Marcello Dell'Utri © Imagoeconomica


Arrivai all’aeroporto di Catania, dove fui raggiunto dal capitano Damiano. Dopo aver informato il maggiore Obinu di quanto concordato con Ilardo, andammo a mangiare qualcosa prima di rientrare a casa, in Liguria. Nel vedere visibilmente turbato il collega, gli chiesi il motivo e lui mi spiegò che dalla Procura di Caltanissetta era trapelata all’esterno, nel comando provinciale dei carabinieri Caltanissetta, la notizia della collaborazione di Ilardo. Azionai immediatamente il microregistratore che fino a qualche ora prima avevo utilizzato con il collaboratore, «cristallizzando» su nastro le sue parole. Sbigottito poi telefonai a Mori e a Obinu, esternando tutta la mia contrarietà e dichiarando che avrei chiesto ragione al dottor Tinebra, nell’incontro che avremmo avuto a Roma. Soliti mutismi e nessuna preoccupazione per quanto era avvenuto. Subito dopo provai a chiamare più volte Ilardo, ma il numero di telefono risultò irraggiungibile, come quando si trovava a Lentini. Ma quella sera mi avrebbe chiamato come da intese e così avremmo deciso in che modo comportarci, eventualmente anche anticipando la partenza per Roma.
Quando giunsi a casa quella sera, nel salire le scale vidi la porta già aperta e una luce blu illuminare l’ingresso, proveniva dalla tv, fissa sulla pagina del televideo con la notizia dell’assassinio di Luigi Ilardo avvenuto sotto la sua abitazione, a Catania. Seduta sul divano, impietrita davanti allo schermo, mia moglie piangeva. Non una comunicazione da Mori o da altri del Ros”.  

Leggendo queste pagine sorgono spontanee diverse domande su ciò che è avvenuto in quei primi anni Novanta. Domande che continuano dopo aver visto anche la trasmissione di Report e l'approfondimento sulla pista nera nelle stragi che invece viene accantonata dalla Commissione parlamentare antimafia... Lei che idea si è fatta?

Da cittadina sono indignata. Perché ancora una volta si mettono a tacere i fatti e si cerca di buttare fango su chi ha il coraggio di guardare oltre. Sono indignata perché in Commissione antimafia si permette a un soggetto, ovvero il colonnello Giuseppe De Donno, di esprimere la propria stima ad un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa come Marcello Dell'Utri. Si dà voce a figure come Mori il cui passato, al di là delle assoluzioni, è tutt'altro che cristallino. Anzi... Ma a volte sembra davvero che scrivere, approfondire, raccontare, non serva davvero a nulla. Una cosa però ho capito.


Cioè?

Tina Anselmi, che si era occupata della P2, diceva sempre che si viene allo scoperto solo quando si è in posizione di debolezza. E oggi ci sono le reazioni di questi soggetti, che ora fanno esposti, attaccano Report ed altri giornali. Forse vuol dire che si è colto nel segno.  

Rielaborazione grafica by Paolo Bassani 

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