L'ex ufficiale dei carabinieri, sotto inchiesta a Firenze e assolto nel processo Stato-mafia, detta legge nei corridoi di San Macuto ossessionato dalla pista del dossier sugli appalti come causa dell'uccisione di Borsellino, impone alla presidente i consulenti
La commissione parlamentare antimafia è diventata la nuova base operativa del generale Mario Mori. E lui che detta la linea, è lui che a quanto pare influenzerebbe la scelta dei consulenti, è lui che indica le piste che bisogna percorrere per "spiegare" le stragi del 1992 e del 1993. La presidente Chiara Colosimo ha abboccato o ha voluto abboccare all'amo dell'ex direttore del servizio segreto, trascinando l'Antimafia in qualcosa che oramai è una mistura sinistra e grottesca. Mai una commissione parlamentare antimafia è stata così suddita, così sensibile a sollecitazioni esterne, mai prima d'ora un manovratore così palese aveva condizionato gli orientamenti della presidenza di Palazzo San Macuto su vicende tanto delicate e scabrose. E, per di più, il suggeritore e il regista di quest'operazione temeraria dal maggio dell'anno scorso è indagato a Firenze “per non avere impedito gli eventi stragisti di cui aveva avuto anticipazioni” da una fonte, un Mori che comunque sta mantenendo le promesse fatte all'indomani della sua assoluzione nel processo trattativa Stato-mafia: vendicarsi dei suoi nemici, innanzitutto i procuratori di Palermo che l'hanno messo sotto accusa: “Li devo vedere morire tutti, lo dico con trasporto con odio”. È uno spettacolo inquietante che va in scena da molti mesi con una commissione antimafia ai piedi di un generale di divisione dal tempestoso passato (è stato anche la mente di quel Raggruppamento operativo speciale dell'ancora misteriosissima cattura di Totò Riina) e che è proiettata a ricercare il movente dell'attentato contro Paolo Borsellino lontano dalle probabili motivazioni.
Cortocircuito
È una pista che porta fuori pista ma che piace alla destra tutta, sostenuta da una parte della famiglia Borsellino, sponsorizzata dai legali di Mori nei processi che ha subito uscendone sempre assolto, accettata di fatto come verità da Chiara Colosimo che ha accolto a braccia aperte la tesi del generale e dei suoi fan. È l'ossessione di Mario Mori sul dossier "Mafia e Appalti" come origine dell'autobomba del 19 luglio '92: il procuratore Borsellino saltato in aria perché avrebbe voluto indagare sugli intrecci fra le aziende mafiose e i grandi gruppi del Nord Italia, in particolare su un collegamento fra Totò Riina e il capitano d'industria Raul Gardini, in affari fra loro attraverso la Calcestruzzi spa. 
Attilio Bolzoni © Paolo Bassani
Ma non c'è uno straccio d'indizio, non c'è una sola traccia vera, solo elucubrazioni, solo testimonianze de relato, solo i ricordi del generale e del suo inseparabile sottoposto Giuseppe De Donno che consenta di stabilire un rapporto di causa-effetto fra quel dossier sugli appalti e l'omicidio di Borsellino, eppure è da due anni che in commissione antimafia non si parla d'altro. L'ossessione del generale Mori si è così trasformata anche nell'ossessione della presidente Colosimo, fedelissima della presidente del Consiglio Giorgia Meloni… E in questi due anni li dentro è successo di tutto.
Nero relativo
Con un pretesto stanno tentando di buttare fuori dalla commissione il senatore dei 5 Stelle Roberto Scarpinato, l'ex procuratore generale di Palermo che proprio in commissione ha presentato una memoria di 57 pagine dove mette insieme le stragi italiane e i delitti eccellenti palermitani. Fra i tanti nomi che cita Scarpinato c'è anche quello di Luigi Ciavardini, componente dei Nuclei Armati Rivoluzionari e condannato a trent'anni per la bomba del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. È lo stesso Ciavardini apparso, in una foto, mentre si tiene per mano con la presidente Colosimo. Lei prima ha querelato il giornalista Saverio Lodato che aveva scritto della foto, poi ha chiesto "perdono" a tutti per la sconveniente posa. In questa sarabanda, che si protrae in realtà da quando la commissione parlamentare si è insediata, finalmente battono un colpo i deputati e i senatori del Pd che ieri l'altro hanno inviato una lettera alla presidente "sconcertati" da ciò che sta avvenendo. A cominciare dal rifiuto di Mori e De Donno a rispondere, in audizione, alle domande sul periodo stragista. Insomma, i commissari del Pd dopo due anni adesso si sono accorti dell'inchino di Colosimo al generale. Meglio tardi che mai. Un'ultima annotazione. C'è chi sta provando a riscrivere la storia delle stragi e sembra così che ogni grande delitto - quello di Borsellino ma anche quello del presidente Piersanti Mattarella - ruoti intorno a faccende di appalti. C'è la spiacevole sensazione che qualcuno voglia trovare a tutti i costi un personaggio sul quale scaricare ogni colpa. Un nome a caso: Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso di Palermo.
Tratto da: Domani
Foto di copertina © Imagoeconomica
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