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Droni, tracciatori, sommergibili e altro ancora: i narcotrafficanti diventano sempre più hi-tech per sfuggire ai controlli

Da diversi anni, la produzione e il traffico di droga stanno subendo profondi cambiamenti. In particolare, il mercato delle droghe sintetiche ha vissuto una trasformazione radicale, al punto da rappresentare oggi una delle principali minacce a livello globale. Le ragioni dell’aumento nella produzione e diffusione di queste sostanze sono molteplici, anche se uno dei fattori principali sembra essere di natura climatica. A differenza delle droghe di origine vegetale, come cocaina, eroina o cannabis, quelle sintetiche non dipendono da condizioni climatiche, geografiche o stagionali. Vengono infatti prodotte in laboratori chimici, spesso situati in prossimità dei mercati di consumo, utilizzando tecnologie che rendono la produzione più rapida, flessibile e, soprattutto, redditizia: un aspetto senz’altro prioritario per i cartelli della droga. La flessibilità geografica, in particolare, sembra avere un ruolo decisivo: i laboratori, infatti, possono essere facilmente spostati in caso di rischio, offrendo alle reti criminali una notevole capacità di adattamento. Inoltre, rispetto alla coltivazione tradizionale, che richiede mesi di lavoro in aree spesso remote, la sintesi chimica consente una produzione continua, standardizzata e molto più difficile da intercettare. A questo va aggiunto che, negli anni, i vari gruppi criminali hanno affinato ogni fase della catena produttiva: impiegano chimici esperti, tecnici, corrieri, broker e persino appaltatori specializzati nello smaltimento dei rifiuti. Senza considerare il fatto che le stesse attrezzature vengono spesso riutilizzate per produrre sostanze diverse, semplicemente modificando le combinazioni chimiche. Come se non bastasse, anche l’efficienza produttiva è aumentata, grazie al fatto che la potenza degli effetti generati da queste droghe è nettamente superiore rispetto a quelle di origine naturale. Per comprendere la portata del fenomeno, basti pensare all’introduzione sul mercato di sostanze come il fentanil o i nitazeni: questi ultimi, in particolare, sono fino a mille volte più potenti della morfina e decine di volte più del fentanil stesso. Si tratta di una tipologia di droga che, pur essendo estremamente potente, richiede quantità minime per essere efficace. Ne consegue che i profitti sono enormi, mentre il rischio di essere intercettati dalle autorità è decisamente inferiore rispetto a quello legato alla produzione di droghe tradizionali.
Un altro ruolo fondamentale è svolto dai precursori chimici: composti utilizzati come materia prima o reagenti nelle reazioni necessarie alla sintesi delle droghe. Tra i più noti vi sono l’efedrina, usata per produrre metanfetamina; il safrolo, impiegato nella sintesi dell’MDMA (meglio conosciuta come ecstasy); e il permanganato di potassio, utilizzato nella raffinazione della cocaina. Si tratta, in ogni caso, di sostanze spesso reperibili legalmente, motivo per cui le autorità hanno introdotto nel tempo normative sempre più rigide per limitarne la disponibilità. Ovviamente, i produttori hanno risposto con prontezza. Lo hanno fatto attraverso nuovi composti chimici non ancora regolamentati o modificando la struttura di quelli già esistenti, riuscendo così ad aggirare i controlli. In alcuni casi - come ha rilevato anche il Consiglio Internazionale per il Controllo degli Stupefacenti, organo indipendente delle Nazioni Unite preposto al monitoraggio dell’applicazione dei trattati internazionali in materia - i precursori chimici vengono “mascherati” o suddivisi in lotti molto più piccoli. Spesso vengono acquistati da fornitori diversi, sempre nel tentativo di non attirare l’attenzione delle autorità.


Le nuove rotte del narcotraffico

Un altro aspetto tutt’altro che secondario riguarda non solo la produzione, ma anche le modalità di distribuzione. Di fronte a un controllo sempre più rigoroso delle rotte tradizionali, i trafficanti hanno aggiornato il proprio modus operandi: oltre alle reti di trasporto e distribuzione già consolidate, ne sfruttano di nuove, impiegando anche strumenti innovativi come i droni e le spedizioni postali. Va comunque sottolineato che uno dei metodi più efficaci utilizzati dai narcotrafficanti per spedire grandi quantità di droga su scala globale resta quello marittimo. Al centro di questa modalità di distribuzione ci sarebbero sei nuove direttrici principali che collegano i porti dell’America Latina ai mercati internazionali della droga. In molti casi, si tratta di infrastrutture gestite da colossi cinesi della logistica, che giocano un ruolo chiave nella creazione di nuovi snodi per il traffico di sostanze stupefacenti, sia tradizionali che sintetiche. Oltretutto, gran parte dei precursori chimici necessari per la sintesi delle droghe arriva perlopiù dalla Cina. Una di queste nuove rotte del narcotraffico, secondo un rapporto della International Coalition Against Illicit Economies (ICAIE) riportato anche dal settimanale “Panorama”, avrebbe origine nel nuovo porto di Chancay, in Perù, inaugurato alla fine del 2023. Sempre secondo il rapporto dell’ICAIE - organizzazione impegnata da anni nel contrasto ad attività illecite come la contraffazione, il cybercrimine, il riciclaggio di denaro, la corruzione e il traffico di droga - questa nuova infrastruttura, gestita dalla società cinese Cosco, sarebbe destinata a diventare presto un centro strategico per il narcotraffico internazionale: un vero e proprio crocevia per i cartelli della droga messicani, le organizzazioni criminali peruviane e le triadi cinesi.
Ma Chancay non è un caso isolato. Diversi porti latinoamericani, ormai sotto l’influenza economica cinese, stanno emergendo come nodi centrali di queste rotte. Uno degli epicentri è la Zona Libera di Colón, a Panama, affiancata dal porto di Manzanillo e dal terminal di Panama City, anch'essi gestiti da società cinesi. Si tratta, in pratica, di snodi attraverso i quali transita una quota significativa della cocaina destinata all’estero. Una circostanza resa possibile anche da una gestione spesso poco trasparente delle infrastrutture, combinata con un contesto notoriamente favorevole alla corruzione e alle pratiche illecite. Altre rotte si stanno consolidando più a sud. A Buenos Aires, il terminal container situato lungo la rotta fluviale Paraguay-Paraná, e gestito anch’esso da un’azienda cinese, è diventato un punto di passaggio fondamentale per la cocaina prodotta sulle Ande. Ancora più a est, il porto brasiliano di Paranaguá, specializzato nell’esportazione di soia verso la Cina, è ormai coinvolto nel traffico di cocaina gestito da gruppi mafiosi italiani, ma anche balcanici. Qui, i narcotrafficanti fanno largo uso delle cosiddette “portarinfuse”, navi che trasportano merci sfuse come cereali e minerali, dove la droga può essere nascosta con maggiore facilità rispetto ai container. L’interesse cinese per Paranaguá è confermato anche dalla recente apertura di una rotta diretta tra il Brasile e la Cina, ulteriore indizio del ruolo di questo porto nella logistica del traffico internazionale. Un altro snodo in espansione è il porto di Pecém, nello Stato brasiliano del Ceará, collegato a destinazioni come Singapore, Taiwan e Hong Kong. Da qui, il traffico si estende fino all’Australia, dove l’isola di Vanuatu è diventata un punto strategico di smistamento, anche grazie a un sistema di concessione della cittadinanza poco trasparente, che avrebbe attirato, tra gli altri, numerosi esponenti della ‘Ndrangheta. Infine, un’altra rotta emergente parte dal porto di Puerto Bolívar, in Ecuador, e da quello di Paita, in Perù, entrambi sotto influenza turca. In questo caso, a gestire il flusso di droga sono le mafie turche, con destinazione finale soprattutto verso il mercato europeo.


Le autorità contro i narcos: una battaglia a colpi di tecnologia

Per vendere i precursori chimici e smistare la droga a livello globale, le organizzazioni criminali di tutto il mondo si avvalgono oggi di metodi e tecnologie sempre più sofisticati, ovviamente, nel tentativo di eludere i controlli. Questo avviene tanto a livello doganale, per quanto riguarda la distribuzione fisica, quanto a livello digitale, nei circuiti di pagamento e riciclaggio di denaro, sempre più spesso offerti in totale anonimato grazie alle opportunità offerte dalla rete. In prima linea ci sono il dark web, gli annunci camuffati e le nuove forme di pagamento, come le criptovalute. Si tratta di fattori, che nel loro insieme, hanno spinto i governi ad adottare soluzioni tecnologiche all’avanguardia per monitorare sia il traffico di droga sia quello di transazioni illecite. Tra le nuove tecnologie impiegate nel contrasto al narcotraffico figurano, naturalmente, l’intelligenza artificiale, l’apprendimento automatico (machine learning) e sofisticati sistemi di rilevamento automatizzato, solitamente in grado di poter analizzare in tempo reale enormi quantità di dati legati alla produzione o allo scambio di informazioni e sostanze. Un esempio rilevante è l’INCB - l’ente internazionale per il controllo degli stupefacenti - che sta sviluppando strumenti in grado di monitorare il mercato virtuale identificando segnali sospetti tramite algoritmi intelligenti. Parallelamente, anche le forze dell’ordine di Paesi come gli Stati Uniti e diversi membri dell’Unione Europea stanno investendo in dispositivi ad alta precisione, capaci di rilevare con accuratezza precursori chimici, droghe e attrezzature destinate alla sintesi di sostanze stupefacenti. La dogana statunitense, ad esempio, ha potenziato il proprio arsenale tecnologico con intelligenza artificiale, scanner a raggi X e nuovi sistemi di analisi dei dati, per prevedere e impedire la deviazione di sostanze lecite - come quelle impiegate nel settore farmaceutico - verso attività criminali, in particolare la produzione di droghe sintetiche.
Tuttavia, a ogni passo in avanti compiuto dalle autorità, i narcotrafficanti rispondono con tecniche altrettanto sofisticate ed efficaci. Una delle tendenze più preoccupanti è la diffusione dei cosiddetti “narco-sommergibili”: imbarcazioni progettate per navigare sott’acqua e sfuggire ai radar. A queste si affiancano l’uso di droni per trasportare piccole quantità di droga su brevi distanze e l’impiego di sistemi di tracciamento, come dispositivi GNSS o semplici tag Bluetooth, che consentono di monitorare il carico e, se necessario, recuperarlo in un secondo momento. Particolarmente ingegnosa è la tecnica nota come “metodo siluro”, che consiste nell’agganciare i carichi di droga sotto la chiglia di una nave, dotandoli di localizzatori che ne permettono il rilascio e il recupero in caso di intercettazione.
Si tratta di sistemi estremamente sofisticati, utilizzati non solo per monitorare i carichi di droga, ma anche per rilevare la posizione di stazioni di polizia, intercettare comunicazioni o segnalare eventuali operazioni sotto copertura. Un discorso a parte merita quello sui droni, che hanno conosciuto un vero e proprio boom nel traffico di stupefacenti. Nonostante la loro limitata capacità di carico, vengono impiegati in numerosi Paesi per trasportare droga oltre i confini, rifornire carceri - come accaduto più volte anche in Italia - o persino per attività di sorveglianza aerea. Alcuni modelli, potenziati ad hoc, sono in grado di trasportare fino a 100 kg. Non è un caso che Paesi come Colombia, Messico e Stati Uniti segnalino da anni l’impiego dei droni in attività criminali. Anche in Europa e in Asia, i casi continuano ad aumentare costantemente.

Elaborazione grafica di copertina by Paolo Bassani. Realizzata con supporto IA

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