Dopo il comunicato-direttiva del 1° marzo 1991, si fa viva spesso la Falange Armata Carceraria. Chiede per Valerio Fioravanti un trattamento carcerario uguale a quello riservato ai “detenuti rossi”, accomuna milizie e gruppi di fuoco dislocati nel Paese, dà merito alle parole con cui il Presidente Cossiga si scusa con i camerati del M.S.I. per aver qualificato come fascista la strage della stazione di Bologna. Il 24 e 28 marzo inscena una tipica pantomima falangista che prepara l’intervento della R.A.F. tedesca e di altre sigle del terrorismo europeo e italiano. Costoro, effettivamente, aderiscono al progetto della Falange Armata, “una organizzazione patriottica”, rispetto alla quale non nascondono le differenze ideologiche, ma evidenziano l’analogia delle condizioni politiche dei rispettivi Paesi.
Questa fase si conclude il 30 aprile 1991 (attacco a tre carabinieri a Miramare di Rimini) con una azione accuratamente preparata sul piano comunicativo dalla Falange Armata. I terrapiattisti spiegheranno tutto con la follia dei fratelli Savi. Viceversa, il comitato politico della Falange Armata, il 1° maggio, parla di una azione fatta d’intesa con altri gruppi fratelli in Italia e in Europa. Questo comunicato conclude una serie di interventi della Falange Armata e della RAF che riprendono le parole d’ordine di un documento carcerario (4 aprile 1991) dei killer del senatore Roberto Ruffilli, assassinato a Forlì il 16 aprile 1988 che pongono nel mirino il processo di unificazione europea.
Durante questo delicato periodo che termina il 2 maggio 1991 (la datazione appartiene a un comunicato – 27 luglio 1992 - di rivendicazione della strage di via D’Amelio), non c’è traccia di gruppi falangisti che raccolgano l’eredità terminologica e culturale della Falange Armata Sezione Veneto, sigla che scompare dopo le rivendicazioni dell’eccidio del Pilastro. Poi, a partire dall’8 maggio 1991, in Veneto ci sono piccoli attentati rivendicati da falangisti o dagli ultimi falangisti, abbinando la firma a simbolismi di Ludwig, a richiami alla Razza Veneta e a quella Ariana o a riferimenti cronologici che ricordano lo sterminio di venticinquemila ebrei avvenuto a Odessa nell’ottobre 1941; talvolta si presentano come quelli che ammazzano i carabinieri.
Tuttavia, per capire il senso di questi piccoli attentati bisogna andare nelle Marche. Il 15 maggio e il 20 giugno, a Jesi e a Porto Sant’Elpidio vengono attaccati, a colpi di fucile, due campi nomadi. Le azioni sono rivendicate dalla Falange Armata e l’aspetto sconcertante è la conclusione delle due rivendicazioni: “Colpiremo ancora carabinieri e polizia” e “Presto faremo azioni contro i carabinieri”. Sono minacce senza seguito né credibilità, ma hanno un valore specifico. Richiamano il mantra comunicativo della Falange Armata Sezione Veneto, l’organizzazione che ha rivendicato l’attacco ai nomadi nel bolognese e ha posto al centro della propria comunicazione la minaccia ai carabinieri. Nel caso di specie, l’assonanza di questi proclami con quelli dell’organizzazione capofila veneta è ancora più significativa se si considera che i fatti avvengono in un’altra regione, sicché è difficile negare l’esistenza di una matrice comune, perché, negli attentati marchigiani, le minacce ai carabinieri non avrebbero alcun senso, se non quello di un significato di richiamo all’azione della Sezione Veneto.
La Falange Armata ufficiale non interloquisce su queste azioni della primavera 1991 in Veneto e nelle Marche, sebbene alcune, come gli attacchi ai nomadi, l’incendio di alcuni stabili o l’attentato a un consigliere comunale del gruppo verde del comune di Venezia, abbiano una evidente gravità. Capita spesso che ci siano azioni di gruppi locali della Falange Armata rivendicati con comunicati dalla organizzazione periferica; normalmente, il portavoce ufficiale del centro politico dell’organizzazione (lo si riconosce, dall’accento tedesco, dalla qualifica che si attribuisce o dall’articolazione più ricca e complessa del pensiero) li ratifica o disapprova. Nel caso degli “eredi della Sezione Veneto – Falange Armata”, la centrale politica dell’organizzazione mantiene un diplomatico silenzio.
Le sigle degli eredi della Sezione Veneto, al pari della capo-fila, appaiono e, subito dopo, scompaiono. Al di là dell’evanescenza delle firme, i fatti sono reali e c’è un evidente coordinamento riconoscibile dalla natura degli obiettivi e dalle parole d’ordine. Senonché, l’evaporazione delle sigle evidenzia che sono firme di comodo, utili per far perdere agli inquirenti l’unitarietà della strategia, ma non tali da nascondere l’esistenza di una organizzazione reale che ispira “politicamente” le azioni.
Freda durante una riunione del Fronte Nazionale
Il pensiero va al Fronte Nazionale di Franco Freda che chiamiamo così, non solo per la dichiarata gestione autocratica della formazione politica, ma anche per distinguerlo da altre organizzazioni omonime succedutesi negli anni. È ovvio che le riflessioni che seguiranno hanno per oggetto le relazioni politiche fra il Fronte e le organizzazioni periferiche; ogni diversa valutazione non appartiene né ai compiti, né allo spirito, né alle intenzioni di questo aricolo.
- Sia il Fronte che la Sezione Veneto – Falange Armata (e i suoi eredi) hanno un carattere apertamente razzista.
- La loro nascita è coeva. Il Fronte ha due compleanni: quello informale del 21 dicembre 1990 e quello ufficiale del 12 gennaio 1991; la Falange Armata Sezione Veneto si appalesa con i comunicati dell’8 e dell’11 gennaio 1991.
- Hanno entrambi una specifica attenzione per il quartiere Pilastro di Bologna. Per la Sezione Veneto valgono i comunicati con cui rivendica la strage; quanto al Fronte, anche a prescindere dai contenuti del comunicato del 12 gennaio, valgono le parole di Freda, secondo cui «al Pilastro il conflitto razziale assumeva connotati intensi e incisivi».
- La figura Ludwig, immagine di riferimento della Sezione Veneto, appare anche nel Fronte Nazionale per essere Maurizio Trotti, non solo il referente veronese dell’organizzazione, ma anche lo psichiatra di Wolfgang Abel e Marco Furlan.
- Il luogo di provenienza di entrambi è Verona; quanto al Fronte Nazionale basta pensare alla competenza territoriale sul processo che ha giudicato e condannato l’organizzazione; d’altra parte, in via di fatto, i centri decisionali del Fronte sono a Verona e, nella logica del “ragazzo di strada” è emblematico che tra i Fondatori del Fronte vi sia Stefano Stupilli, capo storico delle Brigate giallo-blu, gli ultras del Verona calcio.
I legami della Sezione Veneto – Falange Armata con la città di Verona sono altrettanto chiari.
Le ultime parole pronunciate dalla Sezione Veneto rendono l’onore anche ai camerati di Bologna e a Ludwig. La traccia che unisce Verona fino alle porte del quartiere Pilastro è scolpita in una indagine della Procura di Bologna sull’incendio di un centinaio di vecchie autovetture avvenuto a Bologna fra il dicembre 1988 e il maggio 1989 ad opera delle “Ronde Pirogene Antidemocratiche”. Verrà richiesto il rinvio a giudizio per sei persone, quattro bolognesi e due veronesi. Si tratta di un gruppo sensibile ai riti neopagani, tipici della cultura ordinovista. Le indagini della Digos di Bologna presero spunto da un documento, “Piro-acastasi”, resosi responsabile nel 1977 dell’incendio di centinaia di vecchi motorini a Verona. Questa pratica cede progressivamente il passo alle imprese di Ludwig, quando, a cominciare dal 25 agosto 1977, uccide, sempre a Verona, un senzatetto, Guerrino Spinelli, deceduto a seguito dell’incendio dell’auto ove dormiva.
Si potrebbe pensare, e si è pensato, alle imprese senza pudore di ragazzi sbandati con turbe psichiatriche, ma non è così. Una delle persone coinvolte nel processo sulle “Ronde Pirogene Antidemocratiche” è Marco Toffaloni, condannato in data odierna, in primo grado, per aver concorso nella strage di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974 a Brescia.
Il Toffaloni, come ricorda Guido Salvini in “La maledizione di Piazza Fontana” (ed. Chiarelettere 2011), sarebbe legato a Marco Furlan, in arte Ludwig; avevano frequentato lo stesso liceo di Verona […]. Inoltre, Toffaloni, assieme ad altri giovani militanti di Verona di Ordine Nuovo, aveva dato vita a una nuova formazione politica di stampo cattolico tradizionalista: i Guerriglieri di Cristo Re […] che ebbe vita brevissima, ma fece in tempo a calamitare nella sua orbita un certo numero di giovani […] fra cui Abel e Furlan. Inoltre, secondo quello che Wolfang Abel racconta alla giornalista Monica Zornitta (Ludwig. Storie di fuoco, sangue, follia, Dalai Editore, Milano 2011), la fuga di Furlan in Grecia «sarebbe stata favorita da elementi dell’estrema destra veronese coinvolti in alcuni episodi di un passato comune».
Si capisce, a questo punto, come l’onore che, nel corso delle rivendicazioni dell’eccidio del Pilastro, la Falange Armata – Sezione Veneto ha reso a Ludwig, pochi giorni prima della fuga di Furlan e la successiva pantomima dell’interrogatorio da parte del Comitato Esecutivo della Falange Armata, siano parte di una comunicazione reale e complessa.
Sullo sfondo un pensiero politico che ha posto al suo centro la parola d’ordine lanciata da Franco Freda nel 1969 e raccolta dalla Falange Armata nel 1990: la disintegrazione del sistema.
Fine
ARTICOLI CORRELATI
I misteri della Falange Armata - Sezione Veneto - Seconda parte
L'eccidio del Pilastro, la Falange Armata e il Fronte Nazionale di Franco Freda - Prima parte
