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L’intervista del Fatto al procuratore aggiunto a Catania decreto carceri e il ddl sulla liberazione anticipata speciale

“Il carcere sta diventando un luogo di confino per soggetti che si ritengono fisicamente pericolosi. I soggetti in custodia cautelare per reati di pubblica amministrazione forse si contano sulle punte delle dita di una mano. Questa è la linea che sta passando nella legislazione, ma anche nella giurisprudenza nel nostro Paese. Ed è la realtà con la quale ci confrontiamo”. Non usa mezzi termini il procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita, già Consigliere togato al Csm. Rispondendo alle domande di Giuseppe Pipitone e Paolo Frosina - in diretta su Ilfattoquotidiano.it - il magistrato ha comentato il decreto Carceri e il ddl sulla liberazione anticipata speciale approdati in questi giorni in Parlamento.
Il procuratore, che per anni ha diretto l'ufficio detenuti al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ha “l’impressione che non ci si stia capendo più nulla in questa materia che già di per sé non è semplicissima”. La questione carceraria “affonda le radici su due problemi sostanziali - spiega -. Il primo è quello dell'assistenza che garantisca ai detenuti una condizione di vita adeguata, civile, ma soprattutto tale da consentire poi uno svolgimento della vita in carcere che sia allo stesso tempo rispetto delle regole della sicurezza, delle regole dello Stato. Dall'altro punto di vista c'è la questione della sicurezza, che normalmente viene garantita non soltanto reprimendo dentro la dimensione penitenziaria, ma anche persuadendo, spiegando, dando opportunità di tipo diverso”.
“La situazione delle carceri italiane, in questo momento, è pressoché sull'orlo del baratro, perché negli anni scorsi si è assistito purtroppo a una sorta di concessione della vita carceraria, della sua regolamentazione a quelle che sono le realtà della criminalità interna al carcere - continua Ardita -. Cioè si è rinunciato al controllo, all'assistenza e alla gestione della sicurezza da parte dello Stato attraverso un'operazione che è quella di lasciare le celle aperte sul presupposto di garantire maggiori spazi e dunque di arretrare sostanzialmente; perdendo il controllo di ciò che accade nelle realtà penitenziarie”.
Le cosiddette “celle aperte” hanno comportato “una serie di effetti indotti e indiretti che hanno portato poi sostanzialmente in modo progressivo al deterioramento della vita penitenziaria”


Emergenza suicidi

Secondo il magistrato, il deterioramento della vita carceraria ha innalzato il livello di suicidi a cui stiamo assistendo. Questa emergenza “non è una vicenda che può essere risolta con uno slogan o con una misura che non sia adeguata a quella che è la radice del problema”. “Oggi le carceri, che sono state abbandonate all'autogestione, sono diventate piazze di spaccio - continua -. Oggi dentro il carcere ci sono i gruppi criminali che ottengono dall'esterno la droga e si dividono gli spazi per offrirla agli altri detenuti. Quindi il carcere è un luogo in cui uno entra ipoteticamente sano ed esce tossicodipendente, ad esempio. In queste condizioni è ovvio che sfugge di mano il problema dei suicidi.


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Come si fa a gestire la questione dei suicidi se non si affronta la variabile fondamentale? Cioè il fatto che buona parte, se non la maggioranza, della popolazione detenuta entra a contatto con la droga che è in libera vendita nel carcere. Questo è un problema fondamentale di cui non si parla, non parla nessuno”. Lo spaccio di stupefacenti all’interno degli istituti penitenziari sostanzialmente “dipende da una questione molto semplice”. “Mentre una volta i detenuti stavano chiusi in una dimensione nella quale veniva data l’opportunità di stare aperti quando si comportavano bene, oppure quando svolgevano l'attività di trattamento penitenziario - spiega Ardita -, oggi non solo stanno tutti aperti, anche quelli pericolosi, anche di alta sicurezza, anche i mafiosi, ma sono liberi di circolare in tutte le sezioni del carcere. E siccome non c'è presenza sufficiente di agenti di polizia penitenziaria, vengono lasciati soli sostanzialmente. Quindi hanno il carcere sotto il loro controllo e possono vendere la droga. Ovviamente questa è una variabile non indifferente perché se una persona che ha un problema psichiatrico entra a contatto con le sostanze è chiaro che il problema si perde e la situazione esplode. Non è più governabile. Inutile ipotizzare, com’è stato fatto, la visita di primo ingresso, l'assistenza psicologica e psichiatrica o altro, perché salta tutto. Nessun medico saprà mai che quella persona assume crack, assume stupefacente pericoloso, pillole o eroina. Questo è il punto”.


Riforme su riforme

Sebastiano Ardita, avendo diretto a lungo l’Ufficio detenuti al Dap, sa bene come funziona l’iter legislativo in tema di giustizia e di carceri. Questo Governo non fa mistero della volontà di realizzare una giustizia a due velocità: una lenta e praticamente inefficace contro i potenti e una veloce con il pugno di ferro per i più deboli. “Sì, esiste una normazione che cerca di operare una sorta di meccanismo a due velocità - spiega -, ma esiste da 30 anni questa normazione. Ho visto sovrapporsi norme su norme con lo stesso scopo nell'arco di un periodo molto ampio di vita professionale, ma occorre fare una scelta poi a un certo punto e rendersi conto di quelli che sono gli obiettivi che devono essere perseguiti”.
“Ho assistito anche io tante volte a come prendevano spunto le normazioni - dice -. So bene che esistono queste dinamiche, ma sono dinamiche pericolosissime, che rischiano di travolgere un interesse che è dell'intera collettività che riguarda la sicurezza pubblica delle persone innocenti, le quali verrebbero a trovarsi esposte al pericolo, che persone pericolose escano dal carcere senza nessun check sulla loro pericolosità effettiva”.
“Se per far uscire 5 persone che sono colletti bianchi e sono incensurati dobbiamo far uscire 10.000 persone tra cui ce ne sono alcune particolarmente pericolose, dobbiamo metterci il cuore in pace e accettare questo dato, ma è un dato che in una democrazia, in un sistema di gestione degli interessi pubblici che sia efficiente e che funzioni, è inaccettabile. È inammissibile”, sottolinea.


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Carlo Nordio © Imagoeconomica


Eppure, c’è il PNRR…

“Sono arrivato nel 2002 all’Ufficio detenuti del Ministero della Giustizia - dice Ardita -. Ora siamo nel 2024: si sarebbero potuti fare 4-5 cicli di costruzione di carceri. Eppure, non si è mai fatto”. E se un tempo si poteva dire che mancavano le risorse, ora la scusa non regge più. “Adesso ci sono i fondi del PNRR - continua il magistrato -. Vedo che fanno piazzette, autostrade e pezzi di via da tutte le parti. Ma di carceri non se ne parla. Evidentemente non si vuole fare. Probabilmente perché in questo momento in Italia non c’è un'idea di carcere, cioè di luogo nel quale non siano solo le sbarre a comandare ma anche gli spazi aperti. Se non c'è un progetto e non si vuole portare avanti, è evidente che non c'è possibilità di andare avanti, ma quello è prioritario”.
Il magistrato sottolinea che “non si può intervenire su una situazione complessa, come quella del rapporto che c'è tra la pena, la privazione della libertà e la sicurezza nazionale, la sicurezza dei cittadini e delle persone innocenti, come se fosse una questione di aprire un rubinetto. È assolutamente impensabile che nella situazione attuale, con il livello di criminalità che esiste nel nostro Paese e il numero di reati che vengono commessi, si risolve il problema del sovraffollamento aprendo le celle. È chiaro che si apre la strada a più gravi delitti e più gravi ferite per la collettività di quelle che non avvengono all'interno del carcere”. Per risolvere questo stallo “occorre tornare a lavorare sui detenuti - spiega -. Occorre che questi nuovi uomini che sono stati assunti dalla polizia penitenziaria, i nuovi educatori, i nuovi funzionari del trattamento, si occupino della gestione di queste persone; che tornino le regole dentro il carcere. Noi pensiamo che i detenuti siano tutti uguali, che tutti i carcerati siano dei criminali efferati, ma non è così. C’è gente che va in carcere perché commette un reato, ma c'è la possibilità di salvare la sua situazione in qualche misura con un intervento mirato. E quindi queste persone vogliono la loro privacy, non vogliono essere messe nelle mani di altri detenuti che sono i capibastone che hanno una lunga carcerazione alle spalle, che hanno la mafia alle spalle. Vorrebbero farsi un carcere normale, questo ce lo dicono anche le persone che andiamo a interrogare tutti i giorni”.
Eco perché “la qualità della vita è precipitata - conclude Ardita -. Io ho i dati che si riferiscono all'epoca in cui il carcere era sotto un certo controllo da parte dello Stato. Quindi era più chiuso per certi versi. E ho i dati sul carcere aperto, in cui le celle sono aperte. Se li leggete vi impressionate, perché si sono moltiplicati i fatti di autolesionismo. Non solo i suicidi per le ragioni che ci siamo detti, ma anche gli autolesionismi. Persino la commissione di reati in carcere, le aggressioni alla polizia penitenziaria, tutti gli atti che denotano il disagio della popolazione detenuta. Questo vuol dire che la gente sta peggio in carcere. Allora cominciamo a farli stare meglio in carcere, come è giusto che stiano. Cominciamo a occuparci, noi Stato, di quella che è la gestione penitenziaria. Nel 2006, alla vigilia dell'indulto, ero al Dap. C’erano quasi 70.000 detenuti, però i suicidi erano molti meno. Non arrivano neanche a 50 casi. Questo significa che evidentemente tutto quello che accade è filtrato dalla qualità della vita, rispetto alla quale ovviamente il sovraffollamento è una delle variabili. Non è la più importante, ce ne sono altre che sono più importanti, che sono nascoste, che non vengono individuate. Come per l'appunto quelle che riguardano la droga, la prevaricazione, la qualità della vita dei soggetti che sono costretti a vivere in ambienti in cui hanno perso la privacy, tutti aspetti che purtroppo non vengono approfonditi”. Tutti aspetti dinnanzi ai quali questo governo sembra sordo e cieco.

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