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Il 6 giugno 1968 il fratello di JFK, candidato alle elezioni negli Stati Uniti, moriva dopo l’attentato a Los Angeles ad opera di Sirhan Sirhan

Hotel Ambassador, Los Angeles, 5 giugno 1968. E’ da poco passata la mezzanotte e Robert Francis Kennedy, candidato del Partito Democratico e fratello di JFK, è entusiasta per aver vinto alle primarie presidenziali in California con il 46% dei voti. Atteso in una sala dell’hotel per annunciare il successo elettorale alla stampa, il suo sorriso si spegne all’improvviso con il sordo esplodere di colpi di una calibro 22 mentre percorre i corridoi adiacenti alle cucine. A premere il grilletto è Sirhan Sirhan, cittadino giordano di origini palestinesi che si era nascosto in mezzo ai carrelli di servizio dei camerieri. Kennedy viene centrato alla spalla, in pieno collo e all’orecchio. L’ex ministro della Giustizia, settimo dei nove fratelli dello sciaguratissimo clan irlandese Kennedy,muore l’indomani al Good Samaritan Hospital. Insieme a lui vengono colpite altre cinque persone, per fortuna solo ferite. Venendo alla "early life" (vita da giovane), per usare un termine anglosassone, Kennedy naque il 20 novembre 1925, Kennedy, detto anche Bob o Bobby, si laureò all’università di Harvard nel 1948, dopo una breve esperienza nella marina militare. Conseguì la specializzazione in Legge all’Università della Virginia nel 1951 e guidò la campagna per le elezioni al Senato (1952) che vide candidato, poi vincente, il fratello maggiore John Fitzgerald Kennedy. Bob Kennedy si costruì un nome entrando tra i principali consulenti legali del Senato che lavorano per le udienze del “Comitato anti-rackets”, nel 1956 per poi lasciare tutto nel 1959 per guidare e sostenere la campagna presidenziale del fratello che resterà in carica fino al giorno del misterioso omicidio, avvenuto a Dallas il 22 novembre 1963. Durante la sua amministrazione a Washington, diventerà Ministro della Giustizia, carica che lascherà dopo l’attentato mortale di John, prendendo un posto al Senato e rappresentando New York. Verrà eletto nel novembre del 1964 e quattro anni più tardi annunciò la sua candidatura per la presidenza. Prima della California Bob aveva vinto in Indiana, Nebraska e Dakota del Sud. La vittoria alle elezioni presidenziali era a un passo. Ma il sogno si spezzò nell’agguato di 56 anni fa. Come nel caso di John Fitzgerald Kennedy anche l’assassinio del fratello Robert, che puntava a diventare presidente degli Stati Uniti, è avvolto dal mistero. Robert Kennedy, come John, era un leader stimato dalla gente e osteggiato dall’establishment.

L’impegno politico

Da ministro della Giustizia condusse un’imponente lotta alla mafia e ai suoi affari in America. Dopo aver guidato con successo la campagna presidenziale del fratello, venne infatti eletto Attorney General (l’equivalente del nostro Guardasigilli) nel governo Kennedy. Durante la carica si guadagnò la stima per l’efficace e imparziale amministrazione del dipartimento di Giustizia. Bob Kennedy, infatti, fu l’uomo politico che più di tutti inflisse colpi durissimi ai boss oltreoceano. Da ministro lanciò una vincente campagna contro il crimine organizzato. E durante il suo mandato le condanne contro gli esponenti della mafia aumentarono dell’800%. La lotta alla mafia, specialmente alla Cosa Nostra americana, capeggiata da Don Vito Genovese, divenne un pallino per Kennedy che ordinò alla FBI di tornare alle dipendenze del ministero della Giustizia e incrementò il numero dei magistrati. E nel ’63 riuscì nell’impresa di far comparire dinanzi alla Commissione McClellan, istituita nel ’57 per indagare sui rapporti fra criminalità e sindacati, il soldato della famiglia Genovese Joseph “Joe” Valachi. Kennedy stesso fu uno degli addetti ai lavori che lo interrogarono dinnanzi a 100mila persone. E dinanzi a milioni di telespettatori in diretta Tv Valachi svelò tutti i segreti riguardanti Cosa Nostra negli USA diventando il primo grande pentito della mafia italo-americana. Allo stesso tempo era fortemente schierato contro il razzismo strisciante in quegli anni nel Paese. Celebre il discorso fatto il giorno dell’omicidio di Martin Luther King, il 4 aprile 1968. Kennedy era appena atterrato in Indianapolis per tenere una manifestazione contro il razzismo proprio nel cuore del ghetto nero di Indianapolis e fu lui a dare la tragica notizia alla folla, nonostante i tentativi di dissuasione della polizia preoccupata da eventuali ritorsioni contro il leader politico. “A quelli di voi che sono neri e oggi sono colmi di odio e di sfiducia contro tutti i bianchi per l’ingiustizia subita, dico solo che anche io riesco a sentire nel mio cuore lo stesso sentimento”, disse con la voce rotta dall’emozione. “Anche io ho un membro della mia famiglia ucciso da un uomo bianco”, aggiunse ricordando Lee Harvey Oswald, il presunto killer del fratello (anche questo uno dei tanti misteri che avvolgono il delitto JFK, aggiungendosi ai tanti altri che incupiscono la storia drammatica del clan Kennedy in generale). L’agenda politica di Kennedy era fitta: lotta alla mafia, alla corruzione, interventi contro povertà e disoccupazione, diritti e pari opportunità.

La geopolitica e il sostegno ad Israele, presunto movente del delitto

Sul fronte geopolitico svolse un ruolo di consigliere chiave per JFK nelle questioni cubane dell’invasione della Baia dei Porci del 1961 e la crisi dei missili 18 mesi più tardi. Mentre, rispetto all’altra crisi di quegli anni, fu sostenitore, ma solo inizialmente, dell’invasione in Vietnam ma ebbe poi l’onestà intellettuale di cambiare idea: “Siamo come il Dio del Vecchio Testamento? Possiamo decidere a Washington quali città, quali villaggi, quali capanne saranno distrutti in Vietnam? Abbiamo l’autorità di uccidere decine e decine di migliaia di persone?”. Diverso, invece, il posizionamento sulla questione palestinese. E’ risaputo che Bob Kennedy sostenne Israele, politicamente e militarmente, nella sua “Guerra dei sei giorni”, iniziata un anno e un giorno prima dell’attentato, nella quale il sedicente Stato ebraico invase con la forza il resto della Palestina storica (che tuttora occupa). La sua postura sul tema sarebbe stato uno dei moventi dell’attentato svolto dal palestinese Sirhan Sirhan. Ma è plausibile pensare che Sirhan Sirhan sia stato l’ennesimo braccio armato di alcuni gruppi di potere occulti intolleranti alle politiche sociali di Kennedy, a partire dall’impegno antimafia, che il candidato alla presidenza avrebbe potuto adottare una volta vinte le elezioni. 

Depistaggi e misteri

Venendo all’omicidio. L’agguato contro Robert Kennedy presenta ancora oggi misteri mai del tutto dissipati, proprio come nel magnicidio del fratello JFK ad opera della mafia e della Cia. L’autopsia sul corpo dell’ex ministro della Giustizia fu realizzata dal coroner Thomas Noguchi la mattina del 6 giugno 1968. Nel rapporto stilato anche alla presenza di medici legali dell'Esercito emerse che i proiettili sparati da Sirhan verso Kennedy erano stati quattro e non tre. L'ultimo aveva colpito di striscio l'abito del Senatore. Contando che la pistola che sparò aveva otto colpi e che i feriti erano stati cinque oltre a Kennedy, è plausibile l’ipotesi che qualcun altro potesse aver sparato quella notte all’Hotel Ambassador. 
La perizia balistica inoltre evidenziò come il colpo fatale fosse penetrato sotto l'orecchio destro dopo essere stato esploso da distanza molto ravvicinata (nell'ordine di centimetri) mentre Sirhan aveva evidentemente esploso i suoi colpi frontalmente e alla distanza di oltre 1 metro dalla vittima. Inoltre, alcuni mesi dopo i fatti, il giornale Free Press venne in possesso di alcune fotografie scattate dalla Scientifica che ritraevano altri buchi di proiettili sullo stipite di una porta che si scopri essere stato rimosso il 28 giugno e in seguito distrutto. Negli anni si parlò una misteriosa donna "con l'abito a pois" che sarebbe stata vista in compagnia di Sirhan prima dell'assassinio. Questa sarebbe anche stata vista dalla collaboratrice della campagna di Kennedy Sara Serrano e sentita pronunciare le parole "l'abbiamo ucciso, abbiamo ucciso Kennedy" mentre scendeva le scale verso la hall dell'Ambassador. Anche un agente della Polizia di Los Angeles, il sergente Paul Sharaga, affermò inizialmente di aver incrociato la "donna dall'abito a pois" appena fuori dall'Ambassador mentre la sua pattuglia si stava precipitando sul luogo dell'attentato. Tutte le testimonianze saranno con il tempo ritrattate e comunque non considerate come prova dagli inquirenti. Venendo a Sirhan Sirhan, i giudici lo condannarono alla pena capitale, poi commutata nell'ergastolo che sta ancora scontando nella prigione di Corcoran, in California.

L’eredità di Bob

Cinquantasei anni dopo l’assassinio a Los Angeles di Bob e sessantuno anni dopo quello a Dallas di John, un Kennedy potrebbe, anche se difficilmente, insediarsi di nuovo nella Casa Bianca quale presidente degli Stati Uniti. Si tratta di Bob Kennedy jr., figlio dell’ex ministro della Giustizia e nipote di JFK. Ufficialmente avvocato di professione Bob Kennedy jr. ha l’imprinting del padre e dello zio. Prima candidatosi tra i Democratici, come da tradizione familiare, e da qualche mese come indipendente, Bob jr sfida Joe Biden e Donald Trump (recentemente ritenuto colpevole di aver pagato il silenzio di una pornostar) con un’agenda politica totalmente speculare a quella di Bob Sr. e di JFK. Anch’egli è nemico giurato del complesso militare industriale americano che fattura 1,3 trilioni di dollari (gli Stati Uniti hanno una spesa militare maggiore di quella di dieci nazioni insieme). “Dobbiamo smantellare l'industria bellica, la macchina da guerra, che sta mandando in bancarotta il nostro Paese”, ha detto in un’intervista a CNBC. Il candidato a 47° presidente USA è un anti interventista, contrario al mantenimento e all’invio di contingenti militari all’estero in scenari di guerra. Scenari dove gli Stati Uniti svolgono un ruolo determinante e che Kennedy Jr considera il primo problema della destabilizzazione mondiale, oltre che dell’indebitamento del suo paese.
Bob Kennedy jr. come il padre è poi sensibile alle gravi condizioni di povertà e abbandono in cui versano moltissimi americani (circa il 12% vivono in stato di bisogno). E anche sul fronte della lotta alla mafia, corruzione e narcotraffico l’agenda politica del figlio dell’ex ministro della Giustizia, il più importante della storia degli Stati Uniti, è molto chiara. Per tutte queste sfide che Kennedy jr. promette di vincere se eletto, il candidato viene attaccato dall’establishment americana. A partire dai grandi giornali e dalle televisioni. Esattamente come accadde per il padre e lo zio. Il coraggio paga e grandi giornali e televisioni da alcuni anni lo accusano, per esempio, di essere no-vax accanito e un antisemita. Accuse che ha respinto al mittente, specialmente quest’ultima dato il forte sostegno a Israele - come lo era anche il padre - unica macchia, nemmeno così piccola, della sua agenda politica. Non solo le delegittimazioni, però. Kennedy è stato anche minacciato di morte più volte ed è capitato che qualcuno cercasse, per fortuna senza successo, di ucciderlo. L’intelligence è a conoscenza dei pericoli ma nulla si muove. Da mesi chiede all’amministrazione Biden di poter avere una scorta che però gli viene puntualmente negata. L’obiettivo sembra essere chiaro, cercare di eliminarlo fisicamente, non più solo politicamente, prima del “day X”, il 5 novembre 2024. Negli Stati Uniti c’è chi vorrebbe impedire a Robert Kennedy jr. di prendere le orme del padre e dello zio per costruire un grande movimento mondiale per la pace e tirare per la giacca il Paese che in questo momento è affacciato sullo strapiombo dell’autodistruzione.

Realizzazione grafica by Paolo Bassani

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