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Natoli e Repici intervengono al Festival Internazionale dell’Antimafia organizzato da WikiMafia

“Il depistaggio sulla strage di via d'Amelio è in questi giorni, è stato in corso in questa legislatura, anzi a latere dell'attività della commissione antimafia ed ha un triplo profilo. Da un lato quello politico, in sede di commissione parlamentare, da un'altra parte in sede giornalistica in cui ci sono giornalisti che sembrano dimenticare le evidenze documentali o addirittura nasconderle. E l'attuale depistaggio in sede giudiziaria, con le dichiarazioni di Maurizio Avola”. A parlare è Fabio Repici, avvocato di Salvatore Borsellino nei processi sulla strage che oggi è intervenuto nel panel pensato per fare il punto sulla strage del 19 luglio 1992, inserito all'interno del festival internazionale dell’antimafia “L’Impegno di tutti” organizzato dall’associazione WikiMafia. Assieme a Repici è intervenuto anche Gioacchino Natoli, ex-magistrato e già membro del Pool Antimafia. Rispondendo alle domande del giornalista de ilfattoquotidiano.it, Giuseppe Pipitone, entrambi hanno offerto importanti spunti di riflessione per comprendere ciò che resta da scoprire su quello che è a tutti gli effetti una strage di Stato.


Depistaggio Avola

Repici, proseguendo nella sua ricostruzione ha messo in evidenza quegli elementi che non tornano sul dichiarato di Avola che dal 2020 riferisce di aver partecipato in prima persona alla strage assieme ad Aldo Ercolano addirittura asserendo che uno di loro sarebbe il soggetto di cui parla Gaspare Spatuzza quando racconta le fasi di imbottitura di esplosivo della Fiat 126 nel garage di Villasevaglios. “Se si analizzano le dichiarazioni di Avola - ha detto Repici - si vede chiarissimamente qual è la cifra ideologica, cioè sostenere che alla strage via d'Amelio in nessun modo ha partecipato alcuno diverso dai mafiosi di Cosa Nostra”.
Il legale ha quindi ricordato che uno dei “buchi neri” della strage di via d'Amelio è rappresentato dalla famosissima intercettazione del dicembre 1993 fra il collaboratore di giustizia Mario Santo Di Matteo e la ex moglie, mamma del piccolo Giuseppe Di Matteo, il bambino che era stato sequestrato solo poche settimane prima, in cui la donna implora il marito a non parlare dei poliziotti infiltrati nella strage Borsellino.


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Fabio Repici


Ed oggi accade che Avola, a 28 anni di distanza, afferma di essere stato presente quel giorno in via d'Amelio, vestito da poliziotto, per dare il segnale a Graviano nel momento in cui si doveva premere il pulsante. Ma non è questa l'unica azione scandalosa che viene compiuta nella rivisitazione dei fatti.
“Oggi - ha proseguito Repici - in Commissione antimafia si cerca di fare un'ulteriore operazione che è un'operazione politica indegna di santificazione di personaggi che dovrebbero destare vergogna per il loro operato nell'opinione pubblica. Si tratta degli ufficiali del Ros che sono stati responsabili, al di là delle qualificazioni giuridiche, responsabili della mancata cattura di Bernardo Provenzano, della mancata perquisizione del covo di Riina, dell'avvio della trattativa fra il referente di Riina e Provenzano, Vito Ciancimino, e lo Stato, nel 1992”. Il riferimento è agli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno.


Rivalutazione dei fatti

“Così come per la strage alla stazione di Bologna del 1980 per salvare i bombaroli è stato creata dal nulla la pista palestinese, a Palermo per via d'Amelio si è inventata la causale mafia appalti che è una palla madornale e che era stata già valutata innumerevoli volte e che oggi viene riportata all'attenzione per coprire ogni possibilità di attenzione alle cose che invece sono ancora attuali e che meriterebbero ancora attenzione e vengono sostanzialmente sotterrate” ha aggiunto ancora il legale di Salvatore Borsellino.
Un'opera che viene messa in atto non solo dai diretti interessati, ma anche dall'avvocato Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino, lo stesso che è arrivato persino ad accusare Natoli di aver archiviato un'indagine sui fratelli Nino Salvatore Buscemi, imprenditori mafiosi vicini a Totò Riina, divenuti soci del gruppo Ferruzzi di Raul Gardini e di aver chiesto ed ottenuto la smagnetizzazione delle intercettazioni e la distruzione dei brogliacci.
Un'inchiesta che si collegherebbe, secondo Trizzino, proprio a quelle del Ros di Mario Mori su mafia e appalti, indicata come il movente segreto della strage Borsellino.


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Gioacchino Natoli


La testimonianza di Natoli

“L’ultima cosa che mi sarei aspettato nella mia lunga carriera era quella di sentirmi accusare di avere soppresso una prova decisiva che avrebbe accelerato la strage di via d’Amelio nella quale è stato ucciso un mio carissimo amico prima che collega” ha detto nel suo intervento il già Presidente della Corte d'Appello di Palermo. Ancora una volta, dunque, si è ritrovato a ripercorrere i passaggi di quelle indagini che si muovevano in concerto “con un'altra attività investigativa della Procura di Massa Carrara”. “Nello spirito di collaborazione che la Procura ritenne di adottare rispetto a questa richiesta facciamo queste attività di intercettazioni telefoniche nei confronti di Buscemi - ha ricordato Natoli - Non è mai arrivato nulla a Palermo se non tre o quattro paginette che ho depositato in commissione antimafia con le quali si chiedevano intercettazioni a carico dei Buscemi e di procedere a indagini per le misure di prevenzioni soprattutto patrimoniali. Le misure di prevenzione patrimoniali nei confronti dei Buscemi erano in corso sin dal 1990. Le intercettazioni furono affidate al GICO della Guardia di Finanza di Palermo che già da un anno e mezzo collaborava con Lama a Massa Carrara. La guardia di finanza mi dà gli obiettivi e dopo cinque mesi, con una valutazione complessiva, mi dice che non c’è assolutamente nulla e che ciò che è emerso dalle intercettazioni non hanno nulla a che vedere con le ipotesi che venivano avanzate in quelle quattro pagine di richiesta giunte da Massa Carrara nel settembre 1991”. Non solo. Nella sua argomentazione Natoli ha anche evidenziato che il fascicolo di Massa Carrara “non è mai stato collegato a mafia appalti”. E poi ancora: “Nell’ambito di questo fascicolo l’ufficio intercettazioni mi porta un provvedimento pre compilato, che io firmo, con il quale si disponeva la smagnetizzazione e la distruzione dei nastri. Nelle indagini che faccio da cittadino nel 2023 scopro che questi nastri non sono mai stati distrutti e non hanno mai interessato nessuno, a partire dalla procura di Caltanissetta”.


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Giuseppe Pipitone


Quindi ha aggiunto: “Le oltre 20mila pagine di provvedimenti giudiziari di Caltanissetta, tra sentenze e provvedimenti di archiviazione, convergono su un unico punto: che sono molteplici le causali di capaci e via d’Amelia e certamente, per quella che è la mia conoscenza delle cose, il rapporto mafia appalti non è tra le cause principali né tra la cause di accelerazione e coloro che oggi, o in questi ultimi anni, hanno rappresentato la centralità se non l’esclusività della casa mafia appalti hanno aspettato l’ottobre del 1997 per dire per la prima volta che c’era questa possibile origine della causale di via d’Amelio”.


L'impegno di Borsellino

Successivamente Natoli ha anche raccontato gli ultimi giorni che hanno preceduto la strage di via d'Amelio e gli interrogatori di Gaspare Mutolo, condotti assieme a Paolo Borsellino e Guido Lo Forte. “Borsellino - ha aggiunto l'ex magistrato - in quei giorni si stava occupando di capire e cercare di scoprire quali potessero essere state le cause recenti e le cause acceleratorie della strage di Capaci in cui era stato ucciso il suo carissimo amico Giovanni Falcone. Egli riteneva di svolgere in via privata degli approfondimenti che avrebbe poi processualizzato nelle indagini di Caltanissetta andando a rendere dichiarazioni qualora i colleghi di Caltanissetta lo avessero chiamato”.
Partendo da questo presupposto è evidente che è impossibile separare anche nella ricerca della verità le stragi di Capaci con quella di via d'Amelio.
Un concetto che Fabio Repici ha ribadito con forza, analizzando anche un altro fatto che ha riguardato la storia di Falcone: il fallito attentato all'Addaura. “Nel 1989 si videro in modo evidente le saldature che avevano portato al progetto di uccidere Giovanni Falcone all'Addaura, che non derivavano solo da Cosa Nostra, base operativa per la esecuzione di quella strage per fortuna fallita - ha affermato Repici - Quel percorso che nel 1989 aveva trovato definizione con la tentata strage poi con l'uccisione che il seguito di quella strage del poliziotto Agostino porta al 1992 quando, nel frattempo, Giovanni Falcone è al ministero e riesce a fare ancora più danni di quelli che aveva fatto da magistrato facendo approvare al governo e al Parlamento le leggi che ancora oggi fanno danni alle organizzazioni mafiose”.

Foto © Imagoeconomica

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