Vi è "una logorante contrapposizione con la politica che assume le connotazioni e i toni dello scontro istituzionale. Uno scontro che certamente non è né voluto né alimentato dalla Magistratura, che continua nella intransigente difesa dei principi costituzionali e nella coerente denuncia pubblica dei rischi che derivano da questo o quel progetto di riforma o anche dalla mancata adozione degli interventi necessari”.
Sono state queste le parole del presidente della Corte d'Appello di Palermo Matteo Frasca durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Si prospetta quindi un periodo di dura contrapposizione tra la politica, nello specifico con l'esecutivo, e la magistratura, soprattutto in tema di riforme: il nuovo super bavaglio, la 'censura' sulle trascrizioni delle intercettazioni, l'ennesima riforma della prescrizione, il ridimensionamento del reato di traffico di influenze, la separazione delle carriere (che esiste de facto e non de iure) e l'abolizione del reato di abuso d'ufficio.


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Su quest'ultimo punto si è soffermato Frasca commentando il tanto decantato 'motivo' per cui l'esecutivo ha deciso quest'anno di abolire l'abuso d'ufficio, la paura della firma. Per il presidente della corte d'Appello si tratta di "un falso problema. La verità è che si temono i controlli” sottolineando che “il buon andamento della pubblica amministrazione si raggiunge non con l’impunità, ma con la trasparenza e la professionalità. Consideriamo, infine, che la maggior parte delle denunce per abuso d’ufficio riguarda i magistrati che, senza strepito o senza parlare di giustizia a orologeria, continuano comunque a svolgere la loro attività difendendosi nel processo”.
Tornando in tema di riforme, le modifiche si sono susseguite con una velocità sconcertante, tanto da spingere il procurare generale di Palermo Lia Sava a invocare una "tregua nel flusso riformatore” proprio “per consentire al sistema l’assestamento indispensabile per far procedere in maniera coerente la macchina complessa dei processi”.
A farne le spese è ovviamente l'efficienza del sistema della resa del 'servizio giustizia'.


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Tuttavia la politica non sembra aver compreso i reali problemi che affiggono procure e tribunali. Il presidente del tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini ha parlato di "distanza siderale" tra "l’ordine del giorno dell’agenda parlamentare in tema di giustizia e le questioni che lo impegnano quotidianamente”. “Mentre fioccano disegni di legge su istituti più volte riformati nell’ultimo decennio (prescrizione, intercettazioni, abuso d’ufficio) e sulla ridefinizione dei rapporti tra istituzioni politiche e magistratura nei tribunali, nelle riunioni con personale amministrativo e nel confronto con gli avvocati ci misuriamo più che altro con gli obiettivi del Pnrr, con le difficoltà della digitalizzazione del processo penale, con le scelte di priorità nei processi. Affrontiamo, insomma, la questione delle attese di giustizia di tanti cittadini. Parte dei quali, senza risposte in tempi ragionevoli, potrebbero vedersi costretti a rivolgersi a circuiti ‘alternativi’, non di rado ‘fuori dalla legalità'”, ha aggiunto Morosini.


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Il riferimento è rivolto a quella 'giustizia privata' esercitata (anche) dalle mafie. Difatti dove lo Stato arretra le zone grigie crescono. Dalla politica, però, sono arrivate solo risposte obsolete, incapaci di affrontare la "poliedricità di sfide abbraccia anche la materia delle intercettazioni che non può e non deve essere oggetto di continue polemiche”, ha sottolineato il Pg di Palermo. “Invero - ha aggiunto - se in tale settore occorre valutare favorevolmente il rafforzamento delle garanzie dei terzi, non può essere consentito alcun decremento all’efficace contrasto di gravi fenomeni criminali”. Parole condivise anche da Frasca e dal procuratore della Repubblica Maurizio de Lucia, il quale ha confutato le argomentazioni del ministro della giustizia Carlo Nordio secondo il quale le captazioni costerebbero troppo.


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“Le intercettazioni - ha detto de Lucia - certamente costano. Lo scorso anno la Procura ha investito 30 milioni in attività di intercettazioni che apparentemente sono una grande massa, ma a fronte di questa massa di beni confiscati nello stesso periodo sono stati confiscati beni per 400 milioni di euro”, ha sottolineato de Lucia: “Non è giustificata l’osservazione sul costo delle intercettazioni perché sono uno strumento fondamentale di investigazioni nei confronti delle persone. È necessario - ha aggiunto - difendere gli strumenti normativi che abbiamo e che, a mio avviso, sono irrinunciabili”.
Lia Sava è andata anche oltre, parlando non solo di intercettazioni ma anche dei nuovi metodi di 'business' delle mafie, ormai diventate fortemente tecnologiche con l'uso di piattaforme criptate sul dark web per condurre le loro attività.
"Cosa nostra non è stata ancora debellata - ha commentato Matteo Frasca - e conserva un forte radicamento nei territori di questo distretto che ne costituiscono l'epicentro, con la conseguenza che è necessario destinarvi risorse adeguate per un'efficace azione di contrasto anche in sede giudiziaria”.


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