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L'intervista dell'ex pm al quotidiano 'La Verità'

Era il 16 luglio 2012 quando Giorgio Napolitano incaricò l’avvocato generale dello Stato di rappresentare la Presidenza della Repubblica nel giudizio per conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo. L'oggetto del ricorso furono le decisioni che i pm dell'inchiesta "Trattativa Stato-Mafia" (Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene, successivamente subentrarono Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia, ndr) avevano assunto sulle intercettazioni di conversazioni telefoniche tra Napolitano e l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino al tempo indagato dai magistrati della procura di Palermo per falsa testimonianza dopo la sua deposizione al processo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso nel 1995 (Mancino è stato poi assolto nell'ambito del processo Trattativa, ndr). Sin da subito la Procura di Palermo, trascinata nel mentre davanti alla Corte Costituzionale, aveva chiarito che quelle intercettazioni, indirette e casuali, erano state ritenute non rilevanti ai fini del procedimento e come tali non utilizzabili ma il Colle ne chiese comunque la distruzione scavalcando il binario ordinario indicato dal codice di procedura penale (art.269, 2° comma del c.p.p). Così, il 22 Aprile 2013, dopo la sua rielezione al Quirinale, Giorgio Napolitano ottenne la distruzione di tutte le conversazioni.
Per l'ex pm Ingroia, oggi avvocato, intervistato dal quotidiano 'La Verità', a scatenare quel conflitto di attribuzione non fu solamente "il contenuto delle telefonate intercettate in sé, imbarazzanti per il presidente, ma penalmente irrilevanti, bensì la minaccia costituita da quell'indagine che stava pericolosamente avvicinandosi a certi ‘segreti di Stato’ che andavano a tutti i costi difesi. Con quel conflitto di attribuzione la Procura venne fermata sulla soglia delle 'verità indicibili' di cui parlava il povero Loris D'Ambrosio (collaboratore di Napolitano, ndr) che venne schiacciato fra segreto di Stato e verità indicibili. Era questo che Napolitano voleva: fermare la Procura di Palermo. E c'è riuscito. Quella è rimasta un'indagine incompiuta per volontà politica". Trascorso un considerevole lasso di tempo, nessun membro della magistratura inquirente preposto all'indagine ha mai divulgato il contenuto delle intercettazioni. 'La Verità' ha riformulato la richiesta di informazioni a Ingroia il quale ha ribadito l'impossibilità di divulgare alcun dettaglio in merito. Il legale, senza entrare nello specifico, ha dichiarato che nelle intercettazioni "c'erano più considerazioni di tipo politico-istituzionale che argomenti giudiziari".
Per il quotidiano 'La Verità' le discussioni intercettate avevano come contenuto 'commenti irripetibili sui protagonisti della politica del tempo. Quando c'era stato il braccio di ferro tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e Silvio Berlusconi, il quale, nel novembre del 2011, fu costretto a lasciare Palazzo Chigi'. Ingroia non ha smentito questa ricostruzione: "Vedo che ha intuito. Proprio ai primi di novembre del 2011 noi iniziammo a intercettare Mancino".
Il quotidiano ha inoltre avanzato l'ipotesi che quelle captazioni avrebbero permesso di comprendere come dietro le ragioni che portarono alle dimissioni dell'ex premier vi sarebbe potuto essere proprio Napolitano, il quale avrebbe consigliato ad alcuni esponenti politici del centro destra di 'abbandonare Berlusconi al suo destino' (ricordiamo che il Governo Berlusconi IV durò dall'8 maggio 2008 al 12 Novembre 2011 per poi essere sostituito con il governo tecnico di Mario Monti ndr).
"Il bello - ha risposto Ingroia - è che poi Berlusconi ha pregato Re Giorgio di restare al suo posto al Quirinale... se avesse conosciuto il contenuto di quelle conversazioni probabilmente non lo avrebbe fatto".
Ma è alla fine del colloquio che le 'intuizioni' si delineano con maggiore precisione: 'Napolitano ha rivelato a ridosso del Natale del 2011, in quelle telefonate con Mancino, di avere riferito a leader politici europei cose che potevano danneggiare il presidente del Consiglio alla vigilia della sua caduta?'.
Anche in questo caso Ingroia non ha smentito: "Non so come lei sia arrivato a fare questa domanda, ma non posso smentire le sue deduzioni. Non è che ne ha discusso con Mancino? Adesso, però, le chiedo di cambiare argomento".

Il bavaglio alla stampa e riforma della giustizia
Durante l'intervista si è parlato anche del recente super - bavaglio alla stampa introdotto dall'emendamento avanzato del deputato di Azione Enrico Costa. La nuova legge - non ancora approvata al senato - imporrebbe ai giornalisti il divieto di pubblicazione del contenuto delle ordinanze di custodia cautelare prima dell'inizio del processo. La stampa, in sintesi, non potrà riportare il testo dell'ordinanza ma solo un'interpretazione: "Qualcuno pensa davvero che il 'riassunto' più o meno manipolatorio da parte del cronista di turno sia più garantista per gli indagati? - ha chiesto Ingroia - Non credo proprio. Semmai il tema è un altro: bisognerebbe che i magistrati la smettessero di scrivere centinaia di pagine di ordinanze cautelari che sono 'copia e incolla' delle informative della polizia giudiziaria. Siano loro a fare delle sintesi ragionate degli elementi a carico, magari considerando anche quelli a discarico, tralasciando informazioni irrilevanti o sensibili per la privacy, così la pubblicazione del contenuto delle ordinanze sarebbe solo un sacrosanto, ma equilibrato, esercizio del diritto di cronaca, e l'indagato da questa operazione di trasparenza potrebbe ricevere non solo danni ma pure benefici”.
In tema di riforma della giustizia Ingroia ha tenuto a ribadire che nessuno ha ideato una "riduzione dei tempi dei processi. Le sentenze definitive arrivano in media dopo un decennio e la magistratura pensa di rimediare a questo problema con la distorsione di lunghissime carcerazioni preventive. Col risultato, la grande anomalia della nostra giustizia, che si va e si rimane in galera in custodia cautelare troppo spesso e troppo a lungo, e non ci si va e, soprattutto, non ci si resta, dopo la condanna. Così chi viene dichiarato innocente odia uno Stato che lo ha sbattuto in carcere da innocente, ma lo odiano anche le vittime dei reati perché il condannato spesso resta poco in espiazione pena. Uno Stato feroce con i presunti innocenti e indulgente con i colpevoli condannati. Il mondo alla rovescia".

Fonte: laverita.info

Foto © Paolo Bassani

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