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Mandante del sequestro e dell’omicidio fu il boss Giuseppe Morabito

Nella notte fra il 30 giugno e il 1° luglio 1975 a Eupilio (in provincia di Como), venne rapita e poi uccisa Cristina Mazzotti: una delle vittime più giovani della stagione dei sequestri di persona di matrice ‘ndranghetista al nord. Oggi, la verità sulla sua morte è sempre più vicina.
Le indagini, barcollanti durante una prima fase, ebbero una svolta in seguito all'intuizione di un direttore di banca svizzero, insospettito da un’operazione di 90 milioni di lire. La segnalazione prima alla polizia federale, e poi a quella italiana portò all'arresto di Libero Ballinari. Dalla sua collaborazione nacque il processo a Novara che portò due anni dopo il sequestro a 13 condanne, di cui 8 all'ergastolo: carcerieri, centralinisti, riciclatori del secondo gruppo lombardo di fiancheggiatori, ma nessuno mai del primo gruppo calabrese di esecutori materiali. Ma le indagini condotte dal pm della Dda Stefano Civardi e dalla squadra mobile guidata dal dirigente Marco Calì, e coordinate dal capo della Dda Alessandra Dolci oltre che dal pm Alberto Nobili (ora in pensione), hanno portato a identificare gli ultimi quattro partecipanti al rapimento. Ed ecco che nella giornata di ieri, la procura di Milano ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini a quattro indagati con l'accusa di concorso in omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. I soggetti sono: Demetrio Latella, Giuseppe Calabrò, Antonio Talia e Giuseppe Morabito. Quest’ultimo - ed è la novità -, è ritenuto di essere il mandante del sequestro e “ideatore del sequestro a scopo di estorsione” insieme ad altri uomini del clan deceduti, come Francesco Aquilano e Giacomo Zagari. Originario di Africo e residente a Tradate, il boss Morabito (78 anni), avrebbe messo a disposizione una delle due auto che parteciparono al blitz: una Alfa Romeo Giulia.
Si avvicina il processo anche per Giuseppe Calabrò, (alias “u’ dutturicchiu”), uno dei nomi di maggior peso della ‘Ndrangheta a Milano, uscito di prigione nel 2016 e condannato diverse volte per traffico di droga e considerato uno dei più importanti broker della cocaina. Assieme a Calabrò sono accusati del sequestro e della morte della giovane Mazzotti anche Antonio Talia (71 anni), e Demetrio Latella (68 anni), fautore del nuovo impulso alle indagini grazie alle sue ammissioni con cui è stato possibile ricostruire le fasi dell’agguato. Esce invece dall’indagine Antonio Romeo, oggi avvocato civilista a Bovalino, in provincia di Reggio Calabria.

Una storia tragica
È stata la prima vittima innocente della lunga stagione dei rapimenti a scopo di estorsione dell'Anonima sequestri nel Nord Italia. Era diventata maggiorenne da appena una settimana Cristina Mazzotti, figlia di Helios un industriale attivo nel settore cerealicolo, quando era stata catturata da un commando armato in provincia di Como. Era la notte di lunedì 30 luglio 1975: Cristina era uscita col fidanzato, Carlo Galli, e con la sua migliore amica, Emanuela Luisari, per festeggiare la promozione in terza liceo al 'Carducci' di Milano, allora l'ultimo anno del Liceo classico. Dopo aver bevuto qualcosa con altri amici al Bar Bosisio di Erba, i tre si rimisero in macchina, una Mini Minor gialla, per fare ritorno alla casa di famiglia dei Mazzotti a Eupilio, piccolo comune del comasco. Ad aspettarli, però, c'erano due auto. Da una delle due, una Fiat 125, scesero due uomini che con altri circondarono e costrinsero i tre ragazzi a mettersi nel sedile posteriore. Poi i rapitori con una staffetta arrivarono all'altezza di Appiano Gentile, a circa 40 chilometri da Eupilio, dove i ragazzi vennero fatti scendere e un altro uomo chiese chi fosse Cristina Mazzotti. La ragazza, incappucciata, venne quindi portata in una cascina nel Novarese. Viene tenuta prigioniera in condizioni disumane, in una buca scavata nel terreno a Castelletto Ticino senza sufficiente areazione, senza possibilità di movimento, e muore per le dosi massicce di tranquillanti che i suoi carcerieri la costringevano ad assumere per fermare i pianti e la disperazione.

Foto © Imagoeconomica

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