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Per i giudici di Reggio Calabria si tratta di Giuseppe Gulotti

La Corte d'Appello di Reggio Calabria (presidente Filippo Leonardo, a latere, Trapani e Jacinto) ha depositato i motivi della sentenza con cui lo scorso 31 marzo aveva rigettato la richiesta di revisione del processo proposta dal boss mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto, Giuseppe Gullotti, condannato in via definitiva il 22 marzo 1999 a 30 anni come mandante dell'omicidio di Beppe Alfano, il giornalista ucciso l'8 gennaio 1993 da tre proiettili calibro 22 proprio a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. "La sentenza dei giudici di Reggio Calabria conforta - ha detto ai microfoni dell’AGI Sonia Alfano, figlia del giornalista - e conferma una verità giudiziaria su Gullotti nella veste di mandante". Infatti, si legge nella sentenza dei magistrati reggini, "le nuove prove esposte non appaiono né rilevanti, né dirimenti ai fini della revisione della sentenza di condanna, non potendo in alcun modo portare alla disarticolazione del ragionamento seguito dai giudici di merito". Sonia Alfano ha poi sottolineato l’importanza di “conoscere come si sia arrivati alla decisione di chiedere la revisione del processo per l'omicidio di mio padre”. “È stata utilizzata la sola affermazione di Giovanni Brusca secondo cui Gullotti non gli chiese l'autorizzazione durante un summit a San Giuseppe Jato per uccidere mio padre, episodio invece totalmente confermato da Di Matteo, presente all'incontro negato da Brusca - ha detto -. Perché Brusca è rimasto in silenzio per oltre venti anni sull'omicidio di mio padre, per poi pronunciarsi in maniera tale da innescare la procedura che ha dato corso alla richiesta di revisione del processo? C’è forse una regia dietro le sue affermazioni che sta tentando di proteggere il ‘sistema’ che ha deciso la condanna a morte di mio padre?”. “Ammettere che ci siano stati taluni livelli della giustizia italiana che si siano prestati al gioco che per tre anni ci ha riaperto ferite dolorose - ha continuato -. Quello che intendo dire è che l'inchiesta sulla morte di mio padre, sullo sfondo, continua ad evidenziare un sistema politico-istituzionale torbido e senza volto, ma che è conclamato, che ha cercato di smontare, fino all'ultimo, una verità processuale conclamata".

Un omicidio in odor di mafia, politica e massoneria
Le cause dell'omicidio di Giuseppe Aldo Felice Alfano - per tutti "Beppe" - sono ancora oggi oggetto di indagine nonostante la celebrazione di ben quattro processi. Una delle ipotesi si orienta verso la latitanza nel barcellonese del boss catanese Nitto Santapaola: Alfano, in base agli atti del processo “Trattativa Stato-mafia” sarebbe venuto a conoscenza della presenza del capomafia in quei luoghi. Ma la macchina del depistaggio si era attivata e le indagini ne erano state profondamente danneggiate. La storia giudiziaria ebbe tuttavia una nuova svolta nel novembre 2021 quando nell'ambito dell'inchiesta "ter" - rivolto all'individuazione di "possibili ulteriori mandanti dell'omicidio" - Stefano Genovese, la cui posizione era stata archiviata nel dicembre 2020 assieme a Basilio Condipodero, è nuovamente tornato ad essere iscritto dalla Dda di Messina nel registro degli indagati. Nello specifico Genovese era accusato di essere uno degli esecutori materiali dell'omicidio del giornalista ma al tempo, secondo il gip di Messina Valeria Curatolo, non c'erano prove sufficienti contro la sua persona. Era stato il collaboratore di giustizia Carmelo D'Amico a definire Genovese e Condipodero rispettivamente sicario e basista dell'omicidio. Dichiarazioni poi confermate dal fratello Francesco D'Amico che aveva riferito in merito notizie "de relato". Ed anche un altro pentito, Nunziato Siracusa, aveva tirato in ballo Genovese. Inoltre a supportare le dichiarazioni del pentito D’Amico, ci sarebbero anche quelle del collaboratore Biagio Grasso che ha raccontato di aver saputo da Antonino Merlino (che gli confessò la propria innocenza) il nome del vero responsabile dell’omicidio, e cioè il killer barcellonese Stefano Genovese. Merlino, occorre ricordare, era stato imputato assieme ad Antonino Mostaccio, ex presidente dell’Aias e al boss Giuseppe Gullotti durante il primo processo per la morte di Beppe Alfano, iniziato nel 1995. Gullotti venne condannato in via definitiva come mandante e Antonino Merlino come esecutore materiale dell’agguato mentre Mostacchio era stato assolto. Ma sul caso sono rimasti aperti tanti aspetti, a cominciare dai motivi che hanno portato Cosa nostra a compiere questo omicidio eccellente.

Ciò che è certo è che per comprendere bene i retroscena di questo delitto va posto l’accento sulle indagini che Alfano stava conducendo prima di essere ucciso, sui depistaggi che seguirono il processo, sulle rivelazioni del pentito Carmelo D'Amico e su quei patti inconfessabili tra mafia e massoneria deviata da sempre presenti nel territorio di Barcellona Pozzo di Gotto, “rifugio” dell'eminenza grigia Rosario Pio Cattafi - “zio Saro” per il capo dei capi Totò Riina - su cui è stato riconosciuto il sigillo della mafia almeno fino a marzo del 2000.

In foto da sinistra: il boss Giuseppe Gullotti e il giornalista Beppe Alfano

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