"La vostra sentenza cadrà quasi in coincidenza con gli anniversari delle stragi di Capaci e di via D'Amelio, e in questi giorni si è sottolineato come con la cattura di Bernardo Provenzano ci fu la svolta nella lotta alla mafia. Il merito va a Renato Cortese e a tutti gli uomini che lavorarono per quella cattura, un uomo che non ha mai tradito il giuramento di fedeltà fatto". Così ha sostenuto, nella sua replica, il professor Franco Coppi, difensore assieme all'avvocato Ester Molinaro di Renato Cortese, imputato insieme ad altre sei persone nel processo d'Appello relativo all'espulsione di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua avvenuta nel 2013. "In quest'aula avete ascoltato l'allora procuratore capo di Roma Pignatone e il pm Eugenio Albamonte. Potete dire che i due magistrati sono stati tratti in inganno? Non c'è stato alcun inganno e tutto si è svolto secondo procedura - ha sottolineato - Se parliamo di un sequestro di persona è necessario che tutto l'ufficio immigrazione lo abbia deciso e si siano messi d'accordo con la Squadra Mobile e la Digos. Il fatto che si continui a dire 'sospetto' passaporto falso di un passaporto falso non è certo una risposta agli argomenti della difesa". "Questo è un processo delicato - ha aggiunto il procuratore generale, Sergio Sottani - anche per i principi costituzionali che sono sullo sfondo di questo procedimento. Shalabayeva era un soggetto vulnerabile". La procura generale di Perugia, al termine della requisitoria aveva sollecitato la condanna per cinque dei sette imputati: quattro anni per sequestro di persona per Renato Cortese,  per Maurizio Improta e per i poliziotti Francesco Stampacchia e Luca Armeni. Due anni e otto mesi la richiesta per Vincenzo Tramma con il riconoscimento delle attenuanti generiche. L'assoluzione è stata chiesta, invece, per il poliziotto Stefano Leoni e per il giudice di pace Stefania Lavore "perché il fatto non costituisce reato". Per le accuse di falso la procura generale ha chiesto il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione.

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