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L’ex collaboratore di Falcone: "C'era un disegno per farmi fuori"

La Prima sezione civile della Cassazione, presidente Francesco Antonio Genovese, ha stabilito che l'archivio di utenze e conversazioni telefoniche di Gioacchino Genchi - ex poliziotto, collaboratore di Giovanni Falcone di cui ha analizzato l'agenda elettronica estrapolandone i dati dopo il suo omicidio ed ex consulente della Procura di Caltanissetta - era perfettamente regolare respingendo il ricorso del Garante della Privacy (istituzione al tempo 'guidata' da Antonello Soro) che nel 2016 decise di sanzionare Genchi, all'epoca consulente informatico dell'autorità giudiziaria in numerose indagini e in importanti processi penali di rilevanza nazionale, con una ordinanza-ingiunzione immediatamente esecutiva, di 192 mila euro. Gli "ermellini" hanno rimarcato "la congenita debolezza dell'impianto istruttorio su cui si regge l'accusa mossa nei confronti del Genchi". Dunque accuse cadute, "non essendo stato effettivamente provato sulla scorta di un'analisi tecnica approfondita che Genchi avesse trattato i dati in suo possesso per finalità estranee a quelle di giustizia in ragione delle quali ne era avvenuta l'acquisizione". La Cassazione ha anche approfondito la questione scrivendo che "avendo acquisito i dati in questione nel corso della sua attività di perito, il Genchi era esentato dall'osservare le norme dettate dal d.lgs. 196/2003 a tutela dei dati personali. E poiché d'altro canto non vi era prova che il Genchi avesse trattenuto e trattato i dati così acquisiti oltre i tempi richiesti dalle consulenze affidategli, nessun illecito era perciò al medesimo addebitabile".
Ricordiamo che tale archivio era stata sequestrato dai carabinieri del Ros nel 2009, il quale aveva poi acquisito anche i dati delle due inchieste Poseidone e Why Not.
Già il 18 luglio del 2019 una sentenza della Giudice Sebastiana Ciardo alla prima sezione civile del Tribunale di Palermo aveva stabilito la legittimità del database di Genchi stabilendo che l'ex poliziotto non doveva pagare nulla in quanto era tutto regolare.
Infatti, a seguito di una articolata istruttoria, il Tribunale aveva accertato che Genchi aveva "più che correttamente trattato i dati delle indagini e dei processi nei quali era stato nominato consulente, dalle più importanti Procure italiane". Inoltre nel novembre del 2018 anche la corte di Appello di Salerno aveva decretato che quelle inchieste gli furono tolte illegalmente.

Gioacchino Genchi: "C'era un disegno per farmi fuori"
"C'era un disegno per farmi fuori, ne sono sempre stato convinto. Io fui sospeso dal servizio in Polizia dopo essere stato sentito dai pm sulla strage di via D'Amelio, in seguito alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza". Sono state queste le parole di Gioacchino Genchi in un intervista all'Adnkronos. "Si chiude una vicenda fondata sulla bufala dell'archivio con cui hanno cercato di farmi fuori, tra Palermo e Catanzaro, con l'indagine Why Not, dove ero impegnato nelle indagini più importanti che c'erano in quel momento", ha detto Genchi ricordando alcune delle inchieste scottanti: dalla riapertura delle indagini sulle stragi di Capaci e via D'Amelio, su cui peraltro si indaga ancora oggi, ma anche sui depistaggi delle indagini sulla strage. "Hanno preso a pretesto la vicenda di Catanzaro che, peraltro, era la meno importante di tutte e mi hanno fatto fuori", dice Genchi. "La sospensione dal servizio in Polizia arriva nel 2009, dopo che vengo sentito dai pm Sergio Lari e Nico Gozzo in seguito alle dichiarazioni del neo collaboratore Gaspare Spatuzza, sono stato sospeso per un post su Facebook. E poi venni destituito per un mio intervento a un convegno". Ma dopo qualche tempo, Gioacchino Genchi, che nel frattempo aveva iniziato a fare l'avvocato, aveva fatto ricorso e il Tar successivamente annulla la decisione di sospensione come anche il Consiglio di giustizia amministrativa e Genchi venne riammesso in servizio per poi andare in pensione a 57 anni. "Ho ripreso a fare l'avvocato - dice oggi - e mi piace". Tutto era iniziato quando l’ex consulente era stato nominato consulente dal pm di Catanzaro, Luigi de Magistris, nelle inchieste ''Poseidone'' e ''Why Not''. Nel corso dell'acquisizione dei tabulati dei dati relativi al traffico telefonico, erano emerse alcune utenze cellulari in uso ad Alberto Cisterna, unitamente ad altre in uso a soggetti con lui in rapporti, quando questi svolgeva le funzioni di procuratore aggiunto della Procura Nazionale Antimafia, al tempo in cui era procuratore Piero Grasso.
In particolare, il consulente Genchi era riuscito ad appurare i rapporti tra Cisterna e Luciano Lo Giudice, appartenente ad una famiglia di 'Ndrangheta di Reggio Calabria. Per quei suoi rapporti, il Csm aveva applicato a Cisterna la sanzione disciplinare e la misura cautelare del trasferimento d'ufficio e l'incompatibilità a svolgere funzioni requirenti, entrambe confermate dalle sezioni unite della Cassazione. Cisterna, quindi, nel presupposto di un illecito trattamento e illecita divulgazione dei suoi dati personali, aveva reagito presentando un esposto al Garante della privacy contro Gioacchino Genchi. Una tesi che è caduta anche in Cassazione.

Foto © Imagoeconomica

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