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E a punzecchiare i fianchi dell'ex Cavaliere c’è l’inchiesta di Firenze sulle stragi del ’93

Si avvicina il 24 gennaio 2022. E’ questa l’attesissima data scelta per la convocazione da parte del presidente della Camera dei grandi elettori che darà inizio ufficialmente alla procedura per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica dopo Sergio Mattarella. La corsa al Colle ormai è al via da mesi. Una dozzina i corridori. Tra questi i più chiacchierati all’elezione sono Mario Draghi (strattonato qua e là tra chi lo vorrebbe capo dello Stato e chi lo preferisce ancora a Palazzo Chigi), l’ex presidente del consiglio Giuliano Amato, la ministra della Giustizia Marta Cartabia, la presidente del Senato Elisabetta Casellati e l’ex premier Silvio Berlusconi. Il rush finale della corsa al colle per l’ex Cavaliere, però, sarà indubbiamente meno sereno di quello dei suoi rivali. I suoi avvocati, infatti, mentre lui è impegnato nella maratona per il Quirinale, sono anch’essi impegnati in questo gennaio 2022 in una maratona, da nord a sud Italia, per difenderlo nei vari tribunali in cui è finito inguaiato. I legali del leader di Forza Italia hanno l’agenda pienissima: il 19 gennaio, cinque giorni prima che i Grandi Elettori si riuniscano in Parlamento, a Milano si tiene l'udienza del processo Ruby ter. Qui l’ex premier è alla sbarra insieme ad altre 28 persone per corruzione in atti giudiziari e induzione alla falsa testimonianza. Il 21 gennaio i suoi avvocati dovranno poi prendere un volo per Bari per l'udienza sul caso Tarantini dove - particolare non secondario - la presidenza del Consiglio si è costituita contro di lui. Il 26 gennaio, a urne presidenziali probabilmente ancora aperte, li vedremo tornare di corsa a Milano di nuovo per il Ruby ter. E nei mesi successivi altri procedimenti giudiziari, a Roma, a Firenze, a Siena.
In particolare, per districare un po’ l’aggrovigliatissima situazione giudiziaria di B. (36 volte finito a processo, 9 volte prescritto), va ricordato che a Milano il Cavaliere è accusato di aver pagato le cosiddette "olgettine" per dire il falso quando sono state chiamate a testimoniare nel processo Ruby, il filone principale, nel quale Berlusconi è stato assolto nei tre gradi di giudizio dalle imputazioni di concussione e prostituzione minorile. E’ il 2016 quando Berlusconi viene mandato a processo nel Ruby ter. I procedimenti sono spacchettati in sei tribunali diversi poi tornano a Milano. Tutti, tranne due: uno rimane a Siena, uno a Roma. A ottobre è stato assolto a Siena (induzione a mentire del suo pianista di Arcore) ma si attendono le motivazioni della sentenza per capire se i pm faranno ricorso in appello. A cavallo delle elezioni presidenziali Berlusconi è atteso in aula a Milano, mentre a marzo (quando il nuovo presidente della Repubblica sarà già al Quirinale) sarà alla sbarra a Roma. Il 21 a gennaio a Bari, poi, è prevista l'ennesima udienza di un processo che va avanti ormai da circa un decennio, qui Berlusconi è imputato per aver pagato Gianpaolo Tarantini per mentire riguardo alle serate a casa sua. Che, ha stabilito la Cassazione, non erano cene eleganti, ma, in almeno sei casi, cene in cui le giovani che invitava si prostituivano.


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L'ex senatore Marcello Dell'Utri


La spina nel fianco delle indagini di Firenze
Altra situazione spinosa per Berlusconi sono le indagini che stanno svolgendo a ritmi serrati dagli aggiunti della Dda Firenze, Luca Tescaroli e Luca Turco, guidati dal procuratore Capo Giuseppe Creazzo. A Firenze, infatti, Silvio Berlusconi è indagato insieme al co-fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, come mandante esterno delle stragi di mafia del 1993. Di recente i magistrati Tescaroli e Turco hanno sentito in carcere il boss stragista (non pentito, sottolineiamo) Giuseppe Graviano. “Madre natura”, così veniva chiamato dai suoi compari d’armi il capo mafia di Brancaccio, “parlotta” da quasi due anni ormai in varie sedi. Mischia il vero e il falso e viceversa. Al processo ‘Ndrangheta Stragista aveva per la prima volta parlato di Berlusconi, dicendo di averlo incontrato “almeno per tre volte” (di cui l’ultima nel dicembre ’93, da latitante, a Milano 3) e degli affari economici che la sua famiglia aveva con l’ex Cavaliere, facendo saltare dalla sedia gli avvocati di questi che hanno immediatamente smentito la circostanza. Sempre in riferimento a quegli anni, 1993 e 1994, e sempre alla Corte d’assise di Reggio Calabria, Graviano aveva anche parlato di “un imprenditore di Milano che non volevano che cessassero le stragi”. A domanda secca, però, in quella serie di udienze, il boss interrogato dall’avvocato ed ex pm di Palermo Antonio Ingroia aveva risposto di non ricordare “per il momento” se Silvio Berlusconi fosse mandante esterno degli attentati. Chiarendo, inoltre, di voler parlare “solo quando avrò verità su morte mio padre”. Qualche anno prima, nel 2016, Graviano veniva intercettato nel carcere di Ascoli Piceno mentre parlava col suo compagno di ora d’aria, Umberto Adinolfi, delle stragi del 1993, del 41 bis, dei dialoghi con le istituzioni. Ad un certo punto aveva fatto riferimento all'ex premier Berlusconi: “Berlusca mi ha chiesto questa cortesia. Per questo è stata l’urgenza”. E poi: “Lui voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa". E ancora: “Nel ’93 ci sono state altre stragi ma no che era la mafia, loro dicono che era la mafia”. E tante altre considerazioni. Per anni gli avvocati dell’ex Cavaliere hanno tentato di convincere l’opinione pubblica sostenendo che quel “Berlusca” in realtà fosse un “bravissimo”, puntando il dito contro i consulenti, rei di aver compreso e trascritto quel passaggio della conversazione dei due boss. Mesi fa, però, Graviano, sentito dai pm di Firenze, ha spazzato via ogni dubbio sulla questione: "Nelle intercettazioni in carcere mi riferivo a lui (Berlusconi, ndr)”. Andando avanti, sempre riassumendo le ultime vicissitudini che legherebbero Berlusconi alle stragi del 1993, che la Dda di Firenze sta cercando di portare a galla, i magistrati hanno recentemente ripescato un vecchio verbale rilasciato dal collaboratore di giustizia Gioacchino Pennino, massone ed esponente di spicco di Cosa Nostra, ai pm Gabriele Chelazzi, morto nel 2003, e Pietro Grasso, attuale senatore, nel 1997. In quelle dichiarazioni, bollate come “generiche” e “inutilizzabili” dal Gip che nel 2002 archiviò Berlusconi e Dell’Utri dall’accusa per le stragi del 1992, Pennino affermò che “alti vertici della massoneria erano coinvolti nelle stragi avvenute in continente e che proprio Berlusconi, che faceva parte della Loggia P2, aveva avuto un ruolo di rilievo”.
Il verbale è stato depositato agli atti a disposizione del Tribunale del Riesame di Firenze per difendere i sequestri effettuati nelle abitazioni di terzi soggetti non indagati. Sequestri e perquisizioni fatte a Roma, Palermo e Rovigo che potrebbero portare gli inquirenti a ricostruire il puzzle eversivo di quegli anni esplosivi e a collocare Berlusconi (il dubbio è lecito e lo scenario, chiariamo, ancora tutto da riscontrare) nel ruolo di regista esterno di quella stagione di bombe nel ’93, come lo indicano alcuni pentiti di mafia. Insomma, un bel Curriculum vitae per uno che ambisce a farsi coronare Capo dello Stato.

Foto © Imagoeconomica

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