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Le richieste di condanna sono attese nella prossima udienza prevista per il 23 dicembre prossimo

"Si è voluto riscrivere una verità. Il politraumatizzato Stefano Cucchi che muore di suo, e sono riusciti a farlo credere, incredibilmente, per sei anni. C’è stata un'attività di depistaggio ostinata, che a tratti definirei ossessiva. I fatti che oggi siamo chiamati a valutare non sono singole condotte isolate ma un'opera complessa di depistaggi durati anni". Sono state queste le parole dette nell'aula bunker di Rebibbia dal pm di Roma Giovanni Musarò nel corso della requisitoria del processo sui presunti depistaggi seguiti alla morte di Stefano Cucchi che vede imputati otto carabinieri:  il generale Alessandro Casarsa all'epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma e Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma, Massimiliano Labriola Colombo, ex comandante della stazione di Tor Sapienza, dove Cucchi venne portato dopo il pestaggio, Francesco Di Sano, che a Tor Sapienza era in servizio quando arrivò il geometra, Francesco Cavallo all’epoca dei fatti capufficio del comando del Gruppo carabinieri Roma, il maggiore Luciano Soligo, ex comandante della compagnia Talenti Montesacro, Tiziano Testarmata, ex comandante della quarta sezione del nucleo investigativo, e il carabiniere Luca De Ciani.
In aula era presente anche l’ex procuratore di Roma Michele Prestipino.
Gli otto carabinieri sono accusati a vario titolo e a seconda delle posizioni di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. L’inchiesta del pm Giovanni Musarò ruota attorno alle annotazioni redatte da due piantoni dopo la morte del geometra romano e modificate per far sparire ogni riferimento ai dolori che il giovane lamentava la notte dell’arresto dopo il pestaggio subito nella stazione della compagnia Casilina per il quale due militari sono stati condannati in primo grado a 12 anni per omicidio preterintenzionale. “Quello che è emerso con evidenza dalla fase dibattimentale - ha detto il pm - è che i depistaggi non si sono fermati al 2018 ma sono andati avanti fino al febbraio 2021. Sono state alzate tante cortine fumogene che cercheremo di diradare. Il depistaggio del 2009 è particolare. E questo perché nel 2009, soprattutto dopo la pubblicazione delle fotografie del cadavere di Stefano Cucchi, con il volto tumefatto, tutti chiedono la verità sulla sua morte. Viene organizzata un'attività di depistaggio che viene portata avanti scientificamente con tre agenti della polizia penitenziaria che si ritrovano sul banco degli imputati”. Gli agenti verranno poi definitivamente assolti nel 2015. "La vera finalità di questo depistaggio sconcertante non era solo depistare l'autorità giudiziaria - ha proseguito il pubblico ministero - ma farlo anche da un punto di vista mediatico e politico. Fattori che hanno un rilievo enorme. Lo stesso giorno in cui muore Stefano Cucchi quattro carabinieri vengono indagati per concussione nei confronti di Marrazzo". Il pm ha specificato che "Colombo Labriola (uno degli otto imputati e all'epoca dei fatti comandante della stazione di Tor Sapienza, una delle stazioni dove Cucchi fu trattenuto nella camera di sicurezza ndr) è l'unico che ha detto tutto, che non si è sottratto alle domande, che non ha scaricato la responsabilità sugli altri - ha spiegato il pm -. Ha accusato tutti gli ufficiali. E guarda caso è spuntata la testimonianza di un maresciallo finalizzata solo a dire che è inattendibile”.
In conclusione della requisitoria il magistrato ha detto che “questo non è un processo all'Arma e noi vogliamo evitare qualsiasi forma di strumentalizzazione. Stiamo giudicando 8 persone, appartenenti all'Arma, ma questo non è un processo all'Arma dei carabinieri e se si sta celebrando lo dobbiamo anche alla leale collaborazione del Comando Provinciale di Roma", ha affermato il magistrato ricordando che "gli atti più importanti di questo processo, sono stati procurati dal Reparto operativo e dal Nucleo investigativo". "Quello che rende sconcertante questa vicenda è che il depistaggio ha riguardato alte autorità", sostiene Musarò, che però avverte: "Non provate a strumentalizzare la vicenda per creare una levata di scudi a difesa dell'Arma, perché non è un processo all'Arma".
Le richieste del pubblico ministero sono attese nella prossima udienza prevista per il 23 dicembre prossimo.

Foto © Imagoeconomica

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