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Due testimoni, si legge nella sentenza della Cassazione resa nota ieri e redatta dal relatore Giuseppe Sgadari, riferiscono concordemente quanto già emergeva da un dialogo intercettato dalla Dia tra Fabrizio Miccoli ('ex capitano del Palermo calcio, in cella a Rovigo da mercoledì mattina, dove ha iniziato a scontare tre anni e sei mesi) e Mauro Lauricella: quest'ultimo aveva organizzato una riunione nel quartiere della Kalsa, a cui "erano presenti alcuni personaggi di alta caratura criminale e mafiosa - si legge in sentenza - e cioè 'persone grandi'. Uno di questi, non identificato con certezza, era intervenuto per risolvere la questione (del pagamento del debito, ndr) facendo espresso riferimento al fatto di trovarsi in quel luogo in quanto chiamato dall'imputato (e non da altri) e in ragione della sua amicizia con il padre di Lauricella, soggetto pacificamente appartenente all'associazione mafiosa Cosa Nostra in quel momento latitante". In sostanza, conclude la Cassazione, l'imputato Lauricella aveva "appositamente costruito, nella specifica situazione ambientale di riferimento, un contesto mafioso, facendo leva su di esso per ottenere dalla vittima e dagli altri debitori il risultato sperato, così utilizzando, neanche troppo implicitamente, i metodi di Cosa nostra".
Le motivazioni scritte dagli ermellini sono concorde anche con quelle già redatte per la conferma di condanna di Lauricella a sette anni per un'estorsione mafiosa.
Fabrizio Miccoli era perfettamente a conoscenza - emerge dalla sentenza - dei metodi mafiosi che il suo amico Mauro Lauricella portava avanti per ottenere il pagamento di un presunto credito in favore di un amico del calciatore, un ex fisioterapista del Palermo, Giorgio Gasparini e proprio Miccoli aveva chiesto l'intervento di Lauricella, figlio del boss della Kalsa, Antonino 'u Scintilluni (l'uomo che brilla). I due sono stati giudicati separatamente perché Miccoli aveva scelto il rito abbreviato e Lauricella l'ordinario.

Foto © Imagoeconomica

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