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Inizia oggi davanti alla Corte d'Appello di Caltanissetta, il processo d'Appello all'ormai ex giudice ed ex Presidente della sezione Misure di prevenzione di Palermo Silvana Saguto  imputata, insieme ad altre 11 persone, di corruzione e abuso d'ufficio e condannata in primo grado a 8 anni e 6 mesi di carcere.

Saguto, che non sarà presente in aula, era già stata condannata nell'ottobre del 2020 a otto anni e mezzo di reclusione, dimezzando quasi la pena chiesta dalla Procura nissena - i pm Claudia Pasciuti e Maurizio Bonaccorso avevano chiesto la condanna a 15 anni e 4 mesi di carcere - e a risarcire con 500mila euro alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, costituitasi parte civile nel processo, 50mila euro la Regione Siciliana, con 30mila il Comune di Palermo, con 30mila l'università Kore di Enna, costituitisi tutti parti civili. Secondo i pm ci sarebbero sufficienti elementi per poter contestare il reato di associazione a delinquere il quale non ha trovato sufficienti riscontri probatori nella precedente sentenza di condanna in primo grado che ha condannato l'ex giudice lo scorso 28 ottobre a otto anni e sei mesi di reclusione con l'accusa di corruzione e abuso d'ufficio.

Infatti la procura cercherà di dimostrare nel nuovo processo che l’ex presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo meritava la condanna a 15 anni e 4 mesi come richiesto in primo grado (invece degli otto anni e mezzo) poiché "il programma criminoso" era "destinato a trascendere e superare il solo accordo corruttivo" al fine di "ispirare la commissione di tutti quei reati che potessero ritenersi funzionali al fine ultimo dell’illecito arricchimento dei sodali”.

Per anni infatti secondo i pm “Saguto, Cappellano e Caramma hanno agito pressoché indisturbati muovendosi nei gangli di un procedimento complesso, le cui peculiarità, note quasi esclusivamente ai tecnici del settore, hanno fornito loro la copertura dell’apparente liceità del loro agire”, portando avanti "il programma criminoso" anche, quando Saguto ha iniziato a discutere della gestione della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, cercando di “fare lavorare Lorenzo” (il marito) con il Cappellano Seminara lontano da Palermo coinvolgendo anche l’amico Guglielmo Muntoni, giudice della Capitale.

Inoltre gli imputati avrebbero utilizzato una procedura che comprendeva la nomina degli amministratori in funzione di una gestione dei beni sequestrati al fine di realizzare i "loro scopi illeciti" e per giungere alla “massimizzazione degli illeciti profitti perseguiti”.

Il modus operandi del 'Sistema Saguto'
I giudici nisseni hanno scritto nelle motivazioni della sentenza di primo grado che "nel processo è stata raggiunta la prova che il modus operandi che ha accompagnato nel tempo la condotta della Saguto era proprio quello di scegliere le persone cui affidare gli incarichi di amministratore giudiziario, non in base alle loro capacità professionali, bensì in base alle utilità che da loro poteva ricevere".

Ne sono le palesi dimostrazioni "le nomine di Roberto Nicola Santangelo (amministratore giudiziario) e la nomina di Giuseppe Rizzo (commercialista); il primo nominato al fine di ottenere la disponibilità di Carmelo Provenzano (professore universitario della Kore di Enna), per garantire il buon esito degli studi del figlio Emanuele e per prodigarsi per coinvolgerlo successivamente nel lavoro; il secondo in ragione delle promesse di utilità di Rosolino Nasca (colonnello della Guardia di Finanza, ex Dia, condannato a quattro anni), rappresentate dal coinvolgimento lavorativo di Lorenzo Caramma (ingegnere e marito di Saguto) nella medesima procedura, nonché del figlio Francesco Caramma e della fidanzata di quest'ultimo, Mariangela Pantò, nel contesto di altri incarichi che eventualmente Rizzo avesse ottenuto".

I giudici infatti parlano di un "sinallagma corrutivo" in atto già dalla fine del 2010 tra Silvana Saguto e l'avvocato Gaetano Cappellano Seminara "nell'ambito del quale gli incarichi di Cappellano Seminara venivano compensati con le utilità consistite nelle nomine e nella retribuzione indebita di Lorenzo Caramma".

I fatti accertati dagli inquirenti hanno quindi evidenziato che "la dottoressa Saguto, considerando lo svolgimento del suo ruolo quale presupposto oggettivo per il conseguimento di utilità disparate, poteva contare sistematicamente sulla disponibilità prima di Gaetano Cappellano Seminara e poi di Carmelo Provenzano, soggetti comprensibilmente inclini ad assecondarne le pretese, per conseguire vantaggi che non le sarebbero spettati".

Foto © Imagoeconomica

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