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Ha avuto inizio ieri mattina nell’aula bunker di Lamezia Terme l’udienza preliminare del procedimento denominato “Petrolmafie”, istruito dalla Dda di Catanzaro contro presunti illeciti perpetrati dalle cosche del vibonese e loro sodali nell’affare degli idrocarburi.
In tutto sono 85 i soggetti che rischiano il rinvio a giudizio e tra di loro secondo gli inquirenti vi sarebbero 'ndranghetisti, imprenditori e politici.
L’inchiesta è incentrata sulle figure dei D'Amico, imprenditori vibonesi attivi nel settore del commercio di carburanti, ritenuti dagli investigatori espressione della cosca Mancuso di Limbadi, nonché collegati alle articolazioni ‘ndranghetistiche sia della Provincia di Vibo Valentia (Bonavota di S. Onofrio, gruppo di San Gregorio, Anello di Filadelfia e Piscopisani) che del “reggino” (cosca Piromalli, cosca Italiano di Delianuova, cosca Pelle di San Luca).
Durante l'udienza hanno depositato richiesta di costituirsi parte civile i comuni di Limbadi e Sant’Onofrio, la Provincia di Vibo Valentia, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli, l’Agenzia delle entrate, la Regione Calabria. Tra i privati ha chiesto di costituirsi parte civile la Cooper Po. Ro. Edile, vittima di estorsione da parte di alcuni soggetti legati alla ‘Ndrangheta. Secondo l’accusa, la ditta sarebbe stata costretta a rivolgersi agli esponenti apicali della cosca Mancuso al fine di ricevere il permesso per “lavorare in tranquillità” e ad avvalersi, per i lavori di realizzazione del complesso Parrocchiale di Pizzo “Risurrezione di Gesù” (commissionato dalla Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, per un importo complessivo di 4.579.654,22 euro), delle imprese imposte dalle cosche Mancuso, Bonavota e Anello.
Tra i soggetti che rischiano il rinvio a giudizio c'è anche Salvatore Solano, presidente della Provincia di Vibo Valentia e sindaco di Stefanaconi, accusato di corruzione, scambio elettorale politico-mafioso e turbata libertà degli incanti con l’aggravante mafiosa. Secondo gli inquirenti della Dda l'uomo avrebbe stretto un accordo con il cugino Giuseppe D’Amico (in carcere con l’accusa di associazione mafiosa) sia per essere eletto nelle elezioni del 2018 (in una coalizione sostenuta da Forza Italia) con metodi intimidatori nei confronti degli elettori, sia per affidare alla ditta dello stesso D’Amico appalti per la bitumazione delle strade in maniera illecita e con materiale scadente. Gli imputati sono accusati di associazione mafiosa, estorsione, intestazione fittizia di beni, riciclaggio, reimpiego di denaro di provenienza illecita.
L’udienza proseguirà il prossimo 11 ottobre. È prevista la decisione del gup Matteo Ferrante sulle costituzioni di parte civile, le scelte del rito e la requisitoria dell’accusa.

Fonte: corrieredellacalabria.it

Foto © Imagoeconomica

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