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Il pm Luca Tescaroli: "La dissociazione sia esplicitamente esclusa come prova del ravvedimento del detenuto"

La discussione in merito all'ergastolo ostativo, cioè quella norma che, attualmente, impedisce a detenuti mafiosi e terroristi di accedere alla libertà condizionata se non hanno collaborato, entrerà nel vivo a partire da mercoledì prossimo in commissione Giustizia alla Camera.

Il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, l’ex procuratore Gian Carlo Caselli e anche l’ex Pg di Palermo Roberto Scarpinato e il consigliere togato del Csm Sebastiano Ardita sono tutti stati chiamati per esprimere il loro pareri, alcuni già raccolti dal Fatto Quotidiano. Oltre a loro potrebbe essere sentito anche il procuratore aggiunto di Firenze Luca Tescaroli (non convocato formalmente), il quale propone di mantenere un'eccezione restrittiva per i boss ergastolani di spicco che non hanno collaborato: “Il legislatore potrebbe virare sul mantenimento, a tempo, di una presunzione assoluta di pericolosità sociale, sino all’annientamento del relativo sodalizio. La caratura di questi detenuti potrebbe essere stabilita da relazioni delle Procure distrettuali e della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, che dovrebbero essere vincolanti per il giudice. In tutti gli altri casi, si potrebbe prevedere che il giudice si possa discostare da un eventuale parere negativo dei pm, ma con provvedimenti specificatamente motivati”. Come tanti altri magistrati antimafia, se non la totalità, Tescaroli auspica che “la semplice dissociazione, anche con dichiarata ammissione delle proprie responsabilità, sia esplicitamente esclusa come prova del ravvedimento del detenuto; dovrebbe, inoltre, esserci un obbligo di dimora in aree diverse da quelle del sodalizio criminale di appartenenza del detenuto ergastolano”.
Il Fatto ha raccolto le dichiarazioni anche del consigliere togato del CSM Nino Di Matteo il quale ha detto che: "L'ergastolo è l'unica pena detentiva a spaventare i capi della mafia. Auspico che il legislatore metta dei paletti e stabilisca che tipo di prova ci vuole per far accedere gli ergastolani ai permessi. Non può bastare la condotta carceraria". Mentre Scarpinato ha dichiarato che: "Ho potuto constatare sul campo il reinserimento nell'organizzazione di mafiosi usciti dal carcere dopo 20, 30 anni. Va considerato anche che i mafiosi doc sono detenuti modello e già usufruiscono della liberazione anticipata".

Le proposte della politica
In esame ci sono tre proposte di legge. Quella del M5S (firmata da Vittorio FerraresiAlfonso BonafedeGiulia Sarti e altri) auspica di non aprire varchi ai mafiosi con la modifica imposta dalla Consulta quando nel 2019 (al tempo la Corte era presieduta dall'attuale ministro della Giustizia Marta Cartabia) aveva consentito, seppur mettendo certi paletti, i permessi premio pure ai boss o terroristi ergastolani che non hanno collaborato.
Per i pentastellati il detenuto, per usufruire dei permessi premio, dovrà fornire “elementi concreti”, al di là della “mera dichiarazione di dissociazione dall’organizzazione criminale, che consentano di escludere con certezza” collegamenti con i clan; dovrà anche giustificare il perché della mancata collaborazione, dimostrare di aver risarcito le vittime del reato da lui commesso e in caso contrario deve dimostrare di non averne le possibilità.
A decidere nel merito dei benefici concessi dalla legge, secondo il M5S non dovrà essere più il singolo magistrato di sorveglianza ma un unico ufficio, presso il Tribunale di sorveglianza di Roma, in modo da non sovraesporre i singoli giudici.
Simile la proposta di Fratelli d’Italia (iniziativa dei deputati Delmastro Delle VedoveCiaburro e altri), che chiede la prova che i detenuti abbiano rescisso ogni legame con le associazioni criminali. “A tal fine – si aggiunge – il magistrato di sorveglianza acquisisce dettagliate informazioni”, per esempio anche in merito alla mancata collaborazione e fa le proprie valutazioni.
Sul tavolo c'è anche un ddl precedente alle pronunce della Corte costituzionale, della deputata Vincenza Bruno Bossio (Pd). Propone che “siano stati acquisiti elementi tali da escludere l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva”, ma vorrebbe un giro di vite per i pareri dei pm antimafia: senza valutazioni sulla concessione dei benefici, si dovrebbero limitare solo a “elementi fondati e specifici” sui collegamenti o meno dei detenuti con gli ambienti criminali.
Il giudice di Sorveglianza di Napoli ed ex pm a Palermo, Alfonso Sabella (che sarà in commissione giovedì), sentito dal Fatto invece ha detto che: “La sentenza della Corte costituzionale ce la siamo un po’ cercata: abbiamo esagerato nella misura in cui abbiamo fatto morire al 41-bis Bernardo Provenzano, ormai un vegetale e Raffaele Cutolo, che era a capo di una organizzazione camorristica che non ha più potere da 20 anni. Ma riconosciuti questi errori di ‘applicazione di pancia’, deve essere chiaro che non possiamo permetterci di rinunciare a strumenti come questo, imprescindibili per il contrasto alle mafie”. Secondo Sabella c’è del buono nella proposta M5S: “È centrata nella misura in cui chiede una prova reale dell’interruzione di qualsiasi collegamento del detenuto con l’organizzazione criminale”.

Infine, secondo Gian Carlo Caselli: “si dovrà escludere la rilevanza di ogni mera dichiarazione di dissociazione, posto che la stessa Consulta l’ha definita come un atteggiamento facilmente strumentalizzabile per dissimulare il persistere di una sostanziale adesione al clan. Né dovrà bastare la buona condotta carceraria del boss ergastolano, come indicato anche dalla stessa Corte. Quindi auspico che si preveda uno speciale rilievo delle relazioni obbligatorie dei procuratori (nazionale e distrettuali) antimafia che potranno essere disattesi, ma solo in base a un’attenta, puntuale e specifica motivazione”. “In caso di impugnazione del pm - conclude l’ex procuratore - il provvedimento non dovrebbe essere eseguibile fino alla successiva pronuncia”.

I boss in attesa sperano nella libertà
La Corte ha stabilito la violazione dei principi dell’uguaglianza e della rieducazione della pena (articoli 3 e 27) e del divieto di pena disumana (articolo 3 della Cedu) e contemporaneamente ha anche deciso che deve intervenire il Parlamento. Che dovrà tenere conto, come hanno indicato i giudici, “sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative regole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia”. La palla adesso passa totalmente alla politica. Infatti, la Consulta ha stabilito di “rinviare la trattazione delle questioni a maggio 2022, per consentire al legislatore gli interventi che tengano conto sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative regole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia in questi casi”.  Fortuna la “lungimiranza” della Corte Costituzionale, verrebbe da dire.
Fosse stato per la linea politica di governo, infatti, forse oggi saremmo davanti ad una catastrofe con i giudici dei tribunali di sorveglianza sottoposti ad immani pressioni. Lo scorso 23 marzo, infatti, l'Avvocatura dello Stato, che in un primo momento aveva chiesto di considerare inammissibile la richiesta della Cassazione, cioè quella di dichiarare incostituzionale la norma che vieta ai condannati a fine pena, ma non per fatti di mafia e terrorismo di accedere alla liberazione condizionale se non collaborano con la magistratura, aveva cambiato linea.
Durante l’udienza pubblica, l’avvocato dello Stato Ettore Figliolia, anziché difendere i principi dell'articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario e il decreto legge 306 del 1992 (ispirato da Giovanni Falcone), aveva invitato la Consulta ad emettere una sentenza interpretativa di rigetto, in cui si riconosce al giudice di sorveglianza il potere di valutare a sua discrezione ogni caso.
Se al termine dei lavori (verso l’estate del 2022) il Parlamento darà il fatidico “liberi tutti!”, i boss rafforzeranno il proprio ruolo di comando all’interno delle organizzazioni mafiose, e ci saranno sempre meno collaboratori di giustizia. Retrocedere su questi punti è uno schiaffo a chi ha sacrificato la propria vita e anche ai risultati che fin qui si sono ottenuti. E soprattutto riguarderanno la condizione in cui si trovano importanti boss, come i fratelli Graviano o Leoluca Bagarella, appena condannato in Appello a 27 anni nell’ambito del processo sulla Trattativa.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

Foto © Imagoeconomica

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