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Come nella rivoluzione francese la “ghigliottina” torna di moda

Il Senato ha approvato la riforma del processo penale con 177 sì e 24 no. Il testo, già approvato alla Camera prima della pausa estiva, è ora legge. Il testo introduce la moderna “ghigliottina” dell’era draghiana, chiamato in linguaggio moderno ‘improcedibilità’, per cui il processo si estingue alla scadenza di determinati termini di fase: due anni per l’Appello e uno per la Cassazione, prolungabili rispettivamente di un anno e di sei mesi per fascicoli che presentano reati di: associazione mafiosa e terroristica, il voto di scambio politico-mafioso, le ipotesi di violenze sessuali e l’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti.
Al grido di “ce lo chiede l’Europa!”, “ci servono i piccioli del Ricovery Fund!”, “per un giusto processo!” e “la riforma ve la siete meritata e voluta!” (questa è del condirettore di Libero Senaldi) i processi cadranno come teste.
E la prima norma ad essere esposta alla pubblica esecuzione è la “Regina” delle norme antimafia: la 416 bis. Quella che prevede l’aggravante per i reati commessi avvalendosi dell’organizzazione mafiosa o al fine di agevolarne l’attività. Ad esempio il tentato omicidio, l’estorsione, la corruzione, il riciclaggio, il sequestro di persona, il contrabbando, il favoreggiamento (come quello per cui è stato condannato a 7 anni di carcere l’ex governatore della Sicilia Totò Cuffaro) o il depistaggio (come quello delle indagini sulla strage di via d’Amelio, per cui si indaga a Caltanissetta).  Oltretutto a finire sotto la lama saranno anche i reati di concussione, abuso d’ufficio e altri reati di fattispecie finanziaria. Delle proroghe potranno essere concesse dal giudice all’infinito nei processi di mafia, terrorismo, violenze sessuali, traffico di stupefacenti ma solo per due volte nei processi per i reati ad aggravante mafiosa, disciplinati dall’articolo 416-bis.1 del codice penale. Per le impugnazioni proposte fino a fine 2024 è previsto un regime transitorio che allunga ulteriormente i termini base a tre anni (in Appello) e un anno e mezzo (in Cassazione).
Totalmente inascoltati, se non addirittura attaccati i magistrati che hanno più volte espresso giudizi altamente critici in merito alla riforma. Il Consigliere togato del Csm Antonino Di Matteo: “‘Crea impunità e avvantaggia le mafie. L'entrata in vigore del regime dell'improcedibilità a mio avviso rappresenterà la causa di un aumento esponenziale dell'impunità anche per reati molto gravi”. Roberto Scarpinato (ex procuratore generale di Palermo): “Presenta profili di irragionevolezza tali da lasciare stupiti” e Nicola Gratteri (procuratore della repubblica di Catanzaro), attaccato anche sul piano personale durante il programma di Giovanni Floris, DiMartedì andato in onda su La7 i primi giorni di settembre: “Questa riforma è una ghigliottina in appello e in Cassazione per il 50% dei processi. Lo hanno già detto e confermato presidenti di Corte d'Appello e Procuratori generali presso le Corti di appello. Non siamo di fronte a una velocizzazione dei processi ma ad un impedimento per il 50% dei processi, già con condanne in primo grado, che a causa di questa riforma non si celebreranno in appello e in Cassazione”. E poi ancora, l’ex pm Antonio Ingroia: “Improcedibilità obbrobrio in termini giuridici”.
E come colpo finale, la riforma attribuisce al Parlamento la facoltà di individuare i “criteri generali” per garantire “l’efficace e uniforme esercizio dell’azione penale”, criteri che gli uffici di Procura dovranno recepire nei propri progetti organizzativi “al fine di selezionare le notizie di reato da trattare con precedenza rispetto alle altre”.
Al diavolo quindi l'obbligo della persecuzione dell'azione penale. E quali saranno i criteri su cui si baserà il Parlamento per decidere le "precedenze"? I dati o le preferenze politiche? Se si dovesse basare sui dati le precedenze sono più che lapalissiane: mafia e corruzione. In base all'ultimo rapporto di Transparency International il Bel Paese è al 51 posto nella classica dei Paesi più corrotti al mondo. E per quanto riguarda le mafie: tra minacce di morte ai magistrati (in primis Nino Di Matteo, Nicola Gratteri e Giuseppe Lombardo) infiltrazioni nella pubblica amministrazione, nella politica, nei settori dell'economia legale e in quanto detentrice del primato di essere sopravvissuta a 150 anni di storia unitaria, ci sono motivi più che sufficienti per occuparsene.
Senza dimenticare ovviamente la primula rossa di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro, detentore dei segreti indicibili di Salvatore Riina e latitante dal 1993.
Il suo nome un giorno sarà in cima alle priorità del governo? Vedremo.
Anche il Csm ha espresso delle riserve piuttosto pesanti in merito al fatto che il parlamento si sia preso l'onore di mettere mano al timone della giustizia. Palazzo dei Marescialli ha fatto sapere lo scorso luglio che la norma si pone in “possibile contrasto con l’attuale assetto dei rapporti tra i poteri dello Stato”, perché l’individuazione dei criteri “rispecchierà, inevitabilmente e fisiologicamente, le maggioranze politiche del momento”.
Quindi no. Niente oggettività, solo passione politica. La lotta alla mafia quindi un giorno avrà la priorità? La storia insegna: no.
Non ci resta che aspettare il verdetto, o una dichiarazione, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, fratello della vittima di mafia Piersanti Mattarella. Ci auguriamo che si esprima. Magari rimandando alle Camere il ddl per delle modifiche. Sono state molto apprezzate le sue dichiarazioni di vicinanza del Presidente ai magistrati, come a Nino Di Matteo e Nicola Gratteri, ma nella lotta alla mafia ciò che è sempre mancato erano gli strumenti normativi adeguati. Quelli che appunto la riforma Cartabia toglie.

Foto © Imagoeconomica

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