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In aula testimonianza choc dell’ex dirigente Digos di Reggio Emilia

E' ripreso davanti alla Corte d'assise di Bologna, con l'esame di Raffaele Ponzetta, ex funzionario della Digos di Reggio-Emilia, il processo sulla strage del 2 agosto 1980, alla stazione di Bologna che vede come imputato l'ex Avanguardia Nazionale, Paolo Bellini (in foto).
Una testimonianza choc in cui sono state evidenziate una serie di omissioni nelle prime indagini con tanto di relazioni di poliziotti sparite nel nulla e impronte digitali scomparse dai fascicoli. Addirittura vi sarebbe stato un piano per far fuggire Bellini quando si trovava detenuto nel carcere di Sciacca, con il nome di Roberto Da Silva, per un furto di mobili antichi. 
Secondo il racconto di Ponzetta, che in quegli anni dava la caccia al latitante ricercato per tentato omicidio e già condannato a 4 anni di reclusione, vi era un contrasto all'interno dei servizi segreti, con una parte che aveva individuato la falsa identità di Bellini ed un'altra che tentava di tirarlo fuori. 
Almeno è quanto gli avrebbe riferito l'allora capo nazionale dell’Ucigos (così si chiamava la Digos all’epoca) Gaspare De Francisci: "Mi disse 'sbrigati, perché questo ce lo vogliono sottrarre con la scusa che finisce la carcerazione preventiva'. Non so a chi si riferisse precisamente De Francisci”.

Le impronte sparite
"Il Sisde - ha sottolineato Ponzetta - sospettava che Bellini stesse aspettando la fine della carcerazione preventiva per rendersi nuovamente latitante". Il servizio segreto civile aveva inviato un telegramma cifrato all'Ucigos, che poi era stato girato a Ponzetta, dove si sapeva da fonte confidenziale che Roberto Da Silva era in realtà Paolo Bellini. 
Quando poi l'ex Primula nera di Avanguardia Nazionale fu trasferito nel carcere di Parma, "iniziammo le procedure per identificarlo - ha detto Ponzetta - ma furono lunghe, perché lui negava di essere Bellini, non avevamo le impronte digitali e c'era solo una vecchia foto". Ponzetta pensò allora di ottenere le impronte, rivolgendosi al distretto militare dove Bellini aveva svolto il servizio di leva. "Prima di fare la richiesta - ha spiegato - mi rivolsi informalmente al distretto, ma mi dissero che dal fascicolo di Bellini mancavano proprio le sue impronte digitali". 
Ponzetta, facendo riferimento sempre alle tante omissioni che hanno caratterizzato le indagini su Bellini, ha ricostruito anche la perquisizione fatta all'albergo della Mucciatella, di proprietà di Aldo Bellini (padre di Paolo), il 4 agosto 1980. Argomento sul quale era già stato sentito lo scorso luglio il maresciallo di pubblica sicurezza Salvatore Bocchino. Durante la perquisizione nell'hotel fu trovato Ugo Sisti, all'epoca procuratore capo di Bologna e in stretti rapporti con Aldo Bellini, anche lui presente nell'albergo. In più c'era una terza persona, mai identificata con certezza. La relazione del 1980 su quella perquisizione, a detta del teste, "non finì nel fascicolo perché non venne ritenuta rilevante e poi è sparita". Per poi essere riscritta nuovamente nel 1982 da Bocchino su richiesta della Procura di Reggio Emilia. 
In quella seconda versione, ha sempre riferito Ponzetta, non fu inserito il riferimento all'avvocato Luigi Corradi, che avrebbe accompagnato Sisti nell'albergo di Aldo Bellini la sera precedente alla perquisizione e secondo Bocchino era presente la mattina del controllo di polizia. Ma c'è una contraddizione, ancora non chiarita, visto che Ponzetta ha sottolineato che il nome di Corradi gli venne fatto appunto da Bocchino, ma quest'ultimo durante la sua testimonianza non solo ha detto di non sapere chi fosse la terza persona che era alla Mucciatella, ma ha anche aggiunto di non conoscere l'avvocato Corradi. 

Bellini chiede di parlare
Nell’ultima parte dell’udienza Bellini ha chiesto di rilasciare dichiarazioni spontanee. 
Nel suo intervento l’imputato ha ripercorso gli anni della latitanza tra Brasile e Italia, dal 76 all’ 81, affermando che grazie ai documenti fasi brasiliani, tutti gli altri documenti italiani erano stati acquisiti regolarmente "e senza alcun bisogno di coperture o protezioni". Bellini ha ricostruito anche un incontro con il procuratore di Reggio Emilia, Elio Bevilacqua, raccontato dalla moglie come amichevole, ma collocandolo in epoca successiva (intorno all’ 86). 
"Io il dottor Elio Bevilacqua sapevo che era massone da una vita, dagli anni '80 - ha detto Bellini - Quello con il Procuratore di Reggio Emilia Bevilacqua non è stato un incontro fraterno, anzi. Gli andai incontro, era il 1986, in uno dei permessi che ebbi dal carcere di Forlì. E' vero che mi avvicinai fraternamente con il sorriso per tranquillizzare il procuratore, ma poi l'ho stretto e in un orecchio gli ho sussurrato: 'Ti porto i saluti del fratello Calvi', poi me ne sono andato". Secondo l'imputato, dunque, sarebbe stata “solo” un’intimidazione, visto che all’epoca nessuno sapeva che Bevilacqua era un massone. Infine, parlando della strage, Bellini si è detto estraneo: "Se fossi stato colpevole, durante la mia collaborazione con lo Stato avrei chiesto milioni e me li avrebbero dati. Ma io con quella roba non c’entro".

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