Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

Si sente parlare ormai da tempo immemore, nel nostro Paese, di riforma della Giustizia poiché immemori e cronici sono i problemi che affliggono il sistema nel suo complesso e nelle sue singole ramificazioni. Anche questo Governo ha elaborato misure con l’obiettivo dichiarato di voler risolvere le criticità del sistema Giustizia. In questo contesto si inseriscono gli emendamenti al disegno di legge Bonafede sul processo penale, formulati dal Ministro Marta Cartabia e già approvati all’unanimità dal Consiglio dei Ministri nella prima settimana di luglio.
L’assoluta anomalia nel metodo e nei tempi di approvazione degli emendamenti, che evidenzia, a nostro avviso, un pericoloso disprezzo nei confronti del ruolo del Parlamento, e la possibile incostituzionalità di parti dei provvedimenti annunciati impongono una seria e forte presa di posizione.
Per quanto riguarda il metodo di approvazione, è davanti agli occhi di tutti l’improvvisa accelerazione che ha subito l’iter procedurale del disegno di legge Cartabia. Gli emendamenti sono stati depositati in Commissione Giustizia il 14 luglio e l’aula del Parlamento sarà chiamata ad esprimersi sul complesso della riforma il 30 luglio. A due giorni dall’inizio dei lavori in aula, però, incredibilmente non è neanche iniziata la votazione sul primo emendamento in Commissione giustizia.
Ancora, ad uno degli organi maggiormente coinvolto dalla riforma, il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), è stato impedito di formalizzare in seduta plenaria il parere nettamente negativo su alcuni punti della riforma già deliberato dalla Sesta sezione del CSM stesso. Il pretesto dichiarato è stato quello di una rinnovata richiesta al CSM di pronunciarsi sulla riforma nel suo complesso. L’automatica conseguenza pratica potrebbe essere l’oggettiva impossibilità che il CSM riesca a pronunciarsi e dare il suo essenziale contributo prima dell’approdo in aula parlamentare del disegno di legge.
Nel merito dei contenuti degli emendamenti, sono principalmente due i punti che destano le maggiori preoccupazioni: la questione dell’improcedibilità e quella dell’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale.
 
La questione dell’improcedibilità
Ancora una volta, ad un problema così concreto e materiale quale quello della estrema lunghezza dei processi, si propone una soluzione virtuale, del tutto sconnessa rispetto alla realtà, quale quella della fissazione di termini astratti entro i quali il procedimento deve chiudersi. Pena, la dichiarazione di improcedibilità e dunque la vanificazione e lo spreco di lavoro, energie e risorse, economiche e umane, fino a quel momento profuse nello svolgimento del procedimento penale.
In questa maniera, non si crea alcuna condizione per snellire e sveltire i tempi di celebrazione dei processi, bensì, semplicemente, si falcidiano indiscriminatamente e arbitrariamente quelli che – per carenze strutturali e organizzative o per quantità di imputati – non riescono ad essere conclusi entro la scadenza imposta.
Tale soluzione non sembra minimamente degna di uno Stato di diritto, che prima di mettere pezze formali “a valle” dovrebbe impegnarsi per risolvere le criticità sostanziali che si verificano “a monte”. L’alternativa è dimostrare una vera e propria resa, e ammettere – come di fatto queste misure esprimono – che solo i cittadini più fortunati potranno aspirare ad avere una pronuncia da parte del loro giudice. Inoltre, ancora una volta, saranno privilegiati gli imputati più facoltosi, che potranno permettersi gli avvocati più bravi a trovare ogni stratagemma per allungare i tempi dei processi. Che il governo sia il primo consapevole di tale realtà è dimostrato dal fatto che già si stilano classifiche e si avanzano pronostici sui Tribunali e sulle Corti d’Appello che riusciranno – o meno – a rientrare nei tempi.
Tale meccanismo appare davvero inaccettabile sia per procedimenti aperti per delitti di criminalità comune, sia – a maggior ragione – per quei reati che destano maggiore allarme sociale: si fa riferimento non solo a delitti formalmente qualificabili come di criminalità mafiosa, ma pure a tutta quella cerchia di crimini ordinari (come quelli economici, di corruzione, di concorso o di favoreggiamento) che costituiscono linfa vitale delle organizzazioni mafiose.
 
La questione dell’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale
Uno degli emendamenti proposti si pone in aperto contrasto con uno dei principi cardine del nostro ordinamento giuridico: quello dell’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale.
L’art. 112 della Costituzione prevede, infatti, che i pubblici ministeri siano tenuti a perseguire i crimini di cui giunge notizia in Procura senza compiere valutazioni e scelte discrezionali di preferenza relative al tipo di reato, ovvero al soggetto che vi si trovi coinvolto. Tale principio, posto a garanzia dei principi di eguaglianza ma già messo duramente alla prova dalla scarsa disponibilità di risorse degli uffici giudiziari, è letteralmente ignorato da quella parte di riforma che intende introdurre un meccanismo di priorità nell’apertura dei procedimenti penali, priorità che il Governo vuole demandare al Parlamento, che dovrà tracciare le linee guida che le Procure dovranno seguire per decidere quali siano i reati più importanti e quelli meno importanti.
Un’inaccettabile e irricevibile misura che si pone in contrasto, ancora, con il principio di separazione dei poteri, e con cui si legittima l’indebita e incostituzionale ingerenza dell’organo legislativo nell’esercizio della funzione giudiziaria che, sempre per previsione costituzionale, deve svolgersi nella piena autonomia e indipendenza dagli altri poteri dello Stato.
Davanti a tale scenario, abbiamo ritenuto imprescindibile denunciare pubblicamente le criticità di questa riforma e dell’iter scelto per approvarla e chiamare ad una mobilitazione unitaria chiunque voglia dare il suo contributo nell’ambito del confronto civile e democratico.
Vogliamo ringraziare i tanti che hanno già deciso di aderire al nostro appello e tutti quelli che decideranno di farlo. Invitiamo ad aderire al nostro manifesto gli esponenti della classe politica che siano veramente interessati al buon funzionamento del sistema Giustizia, in ossequio alla nostra carta costituzionale. In particolare, chiediamo ai rappresentanti parlamentari di opporsi in modo esplicito all’approvazione di una riforma della Giustizia che riteniamo neghi alla radice il principio di Uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla Legge.

Tratto da: 19luglio1992.com

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy