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La Corte d'appello di Reggio Calabria ha confermato la condanna di primo grado a Damiana Brandimarte, 31 anni, di Gioia Tauro, per avere diffamato su Facebook il giornalista Paolo Borrometi additandolo come "giornalista corrotto e colluso da qualcuno che lo paga per scrivere notizie e assurdità sulle persone" in merito ai suoi articoli sulla faida di Gioia Tauro - nel Reggino - tra i Brandimarte, indicati dagli inquirenti come 'ndrina autonoma legata alla cosca Molè - Piromalli, e i Priolo.
"Si badi l'onore della sua famiglia - ha scritto Damiana Brandimarte - se lo conserva ancora, informatore di false notizie scadute".
Secondo quanto emerso dalle indagini del reparto operativo dei carabinieri di Roma, la Brandimarte si era servita del profilo Facebook registrato a nome di un congiunto, Francesco Tripodi, per lanciare le pesantissime accuse contro Borrometi, stigmatizzate già nella sentenza di primo grado del giudice monocratico presso il Tribunale di Palmi, Manuela Morrone, e condivise pienamente dalla Corte d'appello di Reggio Calabria.
Il vice direttore dell'AGI - difeso dall'avvocato Domenico Diano del Foro di Reggio Calabria - aveva approfondito alcune parti di una relazione della Direzione nazionale antimafia sulla 'Ndrangheta, in cui erano rappresentati i veri motivi dello scontro sanguinoso verificatosi a Gioia Tauro dal 2011 in poi, culminato con gli omicidi dell'ex marito di Damiana Brandimarte, Vincenzo Priolo, e di Michele Brandimarte, assassinato a Vittoria, nel Ragusano, nel dicembre del 2014 a colpi di pistola calibro 9.
Infatti secondo gli inquirenti l'omicidio era stato originariamente camuffato come esito tragico della crisi matrimoniale tra i due giovani ma questa ipotesi è stata smentita poiché sempre secondo gli inquirenti il fatto di sangue era causato da dei contrasti sulla gestione del traffico degli stupefacenti.
Il prosieguo delle indagini inoltre ha consentito di scoprire che l'autore dell'omicidio fu Domenico Italiano, di Gioia Tauro con cui Brandimarte aveva litigato poco prima, reo confesso dinanzi ai carabinieri ai quali aveva anche consegnato l'arma del delitto. I Brandimarte - come è emerso dall'operazione "Joeys seaside" del marzo 2021 - condotta dal commissariato di Polizia di Gioia Tauro in concerto della Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, avevano costituito un 'cartello' con i De Maio finalizzato al traffico di armi e cocaina, infiltrando le attività del porto di Gioia Tauro con il consenso dei capi storici della 'Ndrangheta gioiese, i Molè-Piromalli. Poco meno di un mese fa, quello che gli inquirenti hanno indicato come il capo indiscusso dell'omonima cosca, Giuseppe Piromalli (75 anni) nipote dei defunti Mommo e Peppino Piromalli, è stato scarcerato dopo 22 anni di reclusione per fine pena con l'obbligo della sorveglianza speciale per i prossimi tre anni.

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