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Depositate le motivazioni della sentenza

"Da questo processo è emerso il totale mercimonio della gestione dei beni sequestrati" contestualizzato in "un quadro di desolante strumentalizzazione della funzione giurisdizionale a favore di una gestione privatistica, caratterizzata da un intreccio di rapporti personali e di condotte fondate sul dato costante dell’assoluta marginalizzazione dell’interesse pubblico connesso alle funzioni giurisdizionali". Non hanno usato mezze misure i giudici del collegio del tribunale di Caltanissetta - presieduto da Andrea Catalano a latere Salvatore Palmeri e Valentina Balbo - nello scrivere le motivazioni della sentenza con cui hanno condannato lo scorso 28 ottobre l'ex magistrato Silvana Saguto a otto anni e sei mesi di reclusione con l'accusa di corruzione e abuso d'ufficio.
Al centro dell'inchiesta un "patto corruttivo" e un intricato 'sistema' fatto di favori, incarichi, regali e soldi in cui, hanno scritto i giudici, "la dott. Saguto aveva completamente rinunciato alle sue prerogative ed era propensa ad adottare ogni provvedimento, tipico o meno, che potesse avvantaggiare Gaetano Cappellano Seminara" a cui veniva assegnata repentinamente la gestione dei beni sequestrati e il marito della giudice condannata Lorenzo Caramma.
Il 'sistema' prevedeva anche che le nomine degli incarichi venissero assegnate soprattutto ad "amici e parenti" che in cambio delle loro prestazioni beneficiavano "di denaro o di altre utilità indebite", provocando - come hanno sostenuto i pm - "danni patrimoniali ingentissimi all'erario e alle amministrazioni giudiziarie, oltre che ad un discredito gravissimo all'amministrazione della giustizia, per di più in un settore delicatissimo, quale è quello della gestione dei beni sequestrati alla criminalità mafiosa".

Il modus operandi del 'Sistema Saguto'
I giudici nisseni hanno scritto nelle motivazioni della sentenza, depositate nei giorni scorsi, che "nel processo è stata raggiunta la prova che il modus operandi che ha accompagnato nel tempo la condotta della Saguto era proprio quello di scegliere le persone cui affidare gli incarichi di amministratore giudiziario non in base alle loro capacità professionali bensì in base alle utilità che da loro poteva ricevere".
Ne sono le palesi dimostrazioni "le nomine di Roberto Nicola Santangelo (amministratore giudiziario) e la nomina di Giuseppe Rizzo (commercialista), il primo nominato al fine di ottenere la disponibilità di Carmelo Provenzano (professore universitario della Kore di Enna) per garantire il buon esito degli studi del figlio Emanuele e per prodigarsi per coinvolgerlo successivamente nel lavoro, il secondo in ragione delle promesse di utilità di Rosolino Nasca (colonnello della Guardia di Finanza, ex Dia, condannato a quattro anni), rappresentate dal coinvolgimento lavorativo di Lorenzo Caramma (ingegnere e marito di Saguto) nella medesima procedura, nonché del figlio Francesco Caramma e della fidanzata di quest'ultimo, Mariangela Pantò, nel contesto di altri incarichi che eventualmente Rizzo avesse ottenuto".
I giudici infatti parlano di un "sinallagma corrutivo" in atto già dalla fine del 2010 tra Silvana Saguto e l'avvocato Gaetano Cappellano Seminara "nell'ambito del quale gli incarichi di Cappellano Seminara venivano compensati con le utilità consistite nelle nomine e nella retribuzione indebita di Lorenzo Caramma".
I fatti accertati dagli inquirenti hanno quindi evidenziato che "la dottoressa Saguto, considerando lo svolgimento del suo ruolo quale presupposto oggettivo per il conseguimento di utilità disparate, poteva contare sistematicamente sulla disponibilità prima di Gaetano Cappellano Seminara e poi di Carmelo Provenzano soggetti comprensibilmente inclini ad assecondarne le pretese, per conseguire vantaggi che non le sarebbero spettati".

Le fonti di reddito
Le indagini condotte dal Gruppo Tutela spesa pubblica del nucleo di polizia economico finanziaria di Palermo avevano dato prova di come la principale fonte di reddito di Lorenzo Caramma negli anni dal 2006 al 2015 siano stati proprio compensi in economici o di altra natura erogati dall'avvocato Cappellano Seminara quale "libero professionista e amministratore giudiziario".
Certamente l'aspettativa di ricevere dall'avvocato compensi economici, o di altra tipologia, da parte del marito dell'ex giudice "ha inevitabilmente condizionato i procedimenti valutativi della Saguto" la quale "ha fatto uso del potere discrezionale prescindendo del tutto dall'osservanza del dovere istituzionale di effettuare una valutazione comparativa degli interessi pubblici da perseguire".
Gli investigatori hanno inoltre intercettato alcune conversazioni telefoniche e ambientali che hanno dimostrato un elevato indebitamento bancario e una carenza di liquidità, in cui versava il nucleo familiare Saguto - Caramma, i quali stati alla base, secondo gli inquirenti, delle richieste di denaro o altri tipi di compensi all'avvocato Seminara.
Come ad esempio quella dell'11 giugno in cui la dott.ssa Saguto parlando con il figlio Elio, che si lamentava di non percepire lo stipendio fino a settembre , lo "esortava a fare qualche sacrificetto" e a "tirare", gli diceva "speriamo che arrivino le cose che devono arrivare...", oppure in un'altra conversazione si parla del "conto corrente che era in sofferenza di 1.150 euro" e di "Lisetta, la collaboratrice domestica che non aveva ricevuto ancora lo stipendio".
Secondo il Tribunale ci sono anche altri episodi in cui l'avvocato e l'ex giudice si sono incontrati per ritirare i "documenti" - nome in codice con cui secondo i giudici si indicavano i soldi - come quello del 23 giugno 2015 in cui Cappellano fa visita alla Saguto in Tribunale e le diceva che "la documentazione era pronta", e che "doveva solo andarla a ritirare" e che le proponeva di consegnargliela sabato. Ma la dott.ssa Saguto doveva recarsi a Siracusa e quindi "i due restavano d'accordo che Cappellano avrebbe consegnato i 'documenti' a suo marito", Lorenzo Caramma.
Successivamente, come dimostrato dalle indagini, "il 30 giugno 2015 Cappellano andava effettivamente a casa della Saguto" e che l'indagine bancaria eseguita dagli investigatori "ha consentito di accertare che sul conto corrente (della Saguto) e del marito venivano effettuati tre versamenti in contanti l'1, il 2 e il 7 luglio, rispettivamente di tremila, duemila e tremila euro, ossia per un importo totale di 8.000 euro", dopo quel 30 giugno "Saguto non contattava più in maniera insistente Cappellano per chiedergli di incontrarsi e avere la 'documentazione'".
Oltretutto secondo la ricostruzione dei pm Maurizio Bonaccorso e Claudia Pasciuti, l'avvocato Cappellano Seminara il 30 giugno del 2015 avrebbe consegnato direttamente a casa della dott.ssa Saguto e del marito, una valigetta contenente la somma di 20 mila euro. "La dazione di denaro è stata pienamente dimostrata", hanno scritto i giudici e "la cronologia dei contatti che si sono susseguiti tra Cappellano e Saguto dall'8 al 30 giugno 2015 dimostrano che la visita effettuata da Cappellano Seminara presso l'abitazione dell'ex giudice la sera del 30 giugno 2015 alle 22,35 aveva come precipuo scopo la consegna del denaro".

Nessun legame associativo
Ciò che manca nel caso preso in esame dagli inquirenti è l'accertamento dell'esistenza di una struttura "associativa" organizzata e idonea a realizzare gli obbiettivi criminosi di guadagno privato.
I reati presi in esame si svolgono quindi all'interno di 'sistema' certamente caratterizzato da un "patto corruttivo, di scambio di reciproche utilità tra i concorrenti" ma "senza che mai si possa individuare l'appartenenza a un gruppo stabile e duraturo".

Foto © Imagoeconomica

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