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Procedimento a Reggio Calabria per Corruzione in atti giudiziari

Nel silenzio quasi totale dei media, davanti al Tribunale di Reggio Calabria sta andando avanti il processo a carico dell’ex sostituto della Procura di Barcellona Pozzo di Gotto, Olindo Canali, da qualche anno giudice a Milano, accusato di corruzione in atti giudiziari per favorire Cosa nostra.
In particolare ad accusarlo era stato il collaboratore di giustizia Carmelo D'Amico, il quale, nel 2016, si è autoaccusato di aver pagato due magistrati per far aggiustare un suo processo in cui rischiava l'ergastolo. Dichiarazioni che furono trasmesse dalla Procura di Messina, che stava raccogliendo le dichiarazioni del pentito, a quella di Reggio Calabria. Fu aperto un fascicolo fino a giungere al processo.
E giovedì scorso davanti al gup Vincenza Bellini, del Tribunale di Reggio Calabria, si è tenuto l'esame del collaboratore di giustizia D'Amico che, rispondendo alle domande di Paci e dell'avvocato della parte civile Sonia Alfano, Fabio Repici, ha confermato quanto mise ai verbali.
D'Amico ha anche spiegato i motivi per cui, finché è stato recluso a Bicocca, ha avuto timore di accusare Canali per paura delle conseguenze che avrebbe potuto subire lui e la sua famiglia ("che non si era ancora del tutto allontanata da Barcellona") da un altro magistrato, l'ex procuratore generale Franco Cassata, "una potenza che aveva agganci da tutte le parti".
L'accuse su Canali è piuttosto specifica: "Intorno agli anni 97-98 ho iniziato a notare che Salvatore Rugolo, cognato di Pippo Gullotti e figlio di Ciccio Rugolo, all'epoca capo della famiglia barcellonese, si frequentava con notevole assiduità con il magistrato Olindo Canali. Io stesso - ha raccontato D'Amico - ho visto tantissime volte Canali e Rugolo intenti parlare tra loro per strada a Barcellona o al bar dello studente... Quando mi accorsi di questa assidua frequentazione rimasi molto sorpreso perché io e tutti gli altri della nostra associazione consideravamo il magistrato un nostro 'nemico pubblico'".
D'Amico ha raccontato che in quel periodo storico le sue preoccupazioni erano date per un processo, quello per il triplice omicidio Geraci-Raimondo-Martino del 4 settembre 1993. Accusati del delitto erano Carmelo D'Amico e Salvatore Micale e Canali si occupò del caso come "applicato" alla Procura di Messina. Il procedimento al tempo era in corso di svolgimento innanzi la Corte d'Assise di Messina.
"Un giorno - ha raccontato il pentito barcellonese - incontrai casualmente Rugolo a cui parlai del processo dove Canali era pubblico ministero. Rugolo mi confermò che era in buonissimi rapporti con Canali e mi rispose, 'ora me la vedo io, ci parlo io, poi ti vengo a cercare io'".
"Successivamente Rugolo - ha aggiunto D'Amico ai magistrati - mi disse che aveva parlato con Canali e che in effetti quel processo si poteva sistemare. Ricordo che Rugolo usò questa frase, 'Ci vogliono cento milioni per sistemare il processo'. Rugolo, quando usò questa espressione, sfregò le dita, facendo il segno solitamente usato per i indicare i soldi. Io rimasi piuttosto perplesso e devo dire che ebbi il sospetto che Canali in qualche modo mi volesse incastrare. In quella stessa circostanza Rugolo aggiunse che Canali gli aveva raccomandato di non parlare assolutamente con nessuno di quella vicenda ('dice u dutturi di non parlare con nessuno'), aggiungendo che Canali lo aveva avvertito che se fosse uscito qualcosa di quella storia, lo stesso Canali li avrebbe rovinati".
E quelle accuse riferite nei verbali sono state confermate a Reggio Calabria ricordando che "Rugolo non me lo disse espressamente ma in quel modo mi fece capire che Pippo Gullotti già sapeva che Canali era 'a disposizione'. Rugolo mi fece capire che anche Eugenio Barresi era al corrente di questa situazione. Rugolo alla fine mi disse, 'procurati i soldi che il processo si sistema'".
D'Amico racconta di aver incontrato Barresi che "sapeva già che Canali si stava interessando, insieme al magistrato Cassata anche per l'omicidio Alfano. Barresi no si stupì più di tanto e mi disse che per lui quella cosa andava bene". Poi descrive in modo puntuale il momento della preparazione e della consegna dei soldi che sarebbero serviti per la corruzione del magistrato. "Dopo qualche giorno Barresi mi fece trovare cinquanta milioni di lire in contanti avvolti in un sacchetto di carta; si trattava di cinque mazzetti da dieci milioni ciascuno, tutte banconote da centomila lire. Presi in consegna quei soldi e me ne andai. Soldi che consegnai a Rugolo che mi rassicurò, 'non ti preoccupare, Canali e Cassata stanno già cercando di sistemare sia il processo Alfano che il processo Mare Nostrum'". Poi D'Amico racconta che Rugolo "disse che Canali gli aveva detto che io avrei dovuto avvicinare la moglie di Giuseppe Geraci, Francesca Consoli, in modo da convincerla a sostenere in udienza che suo marito non era stato in grado di riconoscere i killer che gli avevano sparato. Rugolo aggiunse che per il resto 'se la sarebbe vista' direttamente Canali'".
Il pentito ha anche riferito che la seconda tranche di cinquanta milioni l'avrebbe consegnata una volta intervenuta la sentenza di assoluzione, raccontando poi un episodio accaduto al bar Maniscalco dove si presentò all'improvviso Canali che D'Amico salutò, chiedendogli se fosse tutto a posto. "A posto! A posto!", fu la risposta dell'allora pubblico ministero.
In quel processo Canali chiese 30 anni di reclusione, ma il procedimento si concluse con un'assoluzione.
"Dopo qualche giorno - ha proseguito il pentito - incontrai Rugolo a cui consegnai i restanti cinquanta milioni, anche in questo caso in cinque mazzette da dieci milioni ciascuno. In quell'occasione dissi a Rugolo, 'Ti raccomando l'appello, digli che il processo deve finire, vedi quello che può fare', e Rugolo rispose, 'non preoccuparti, che se la vede Canali'". D'Amico ha anche detto che Rugolo gli disse che Canali fece scena presentando appello ma in ritardo, facendo finta di sbagliare i conti.

Secondo episodio
L’altro caso di corruzione in atti giudiziari contestato – tra il 2008 e il 2009 – in concorso con Rugolo, D’Amico e il boss Gullotti, vede al centro il maxi processo “Mare Nostrum” e l’indagine per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano. Sempre secondo il capo d’imputazione l’ex pm Canali avrebbe “accettato per sé la promessa della consegna di denaro di trecentomila euro, della quale riceveva una prima parte di cinquanta mila euro“, sempre da D’Amico. Per fare cosa? In sostanza per cercare di “ammorbidire” la posizione del boss Gullotti scrivendo quel famigerato memoriale che ‘piombò’ letteralmente in aula durante il maxiprocesso “Mare Nostrum“. Memoriale in cui esprimeva forti dubbi sulla colpevolezza di Gullotti per la morte di Alfano, e in cui scriveva che “occorreva chiedere ed ottenere la revisione della sua condanna”.
Sul punto D'Amico ha raccontato che il solito Rugolo gli disse che vi era una possibilità per "sistemare" il processo Mare Nostrum e di riaprire il processo Alfano in favore di suo cognato Pippo Gullotti (che era stato condannato a 30 anni). "Rugolo mi disse che ne aveva parlato con Cassata e Canali e che si dovevano uscire seicentomila euro per fare qualcosa in favore di Gullotti. Rugolo mi disse che aveva parlato con quei magistrati per aggiustare quei processi in favore di Gullotti e che costoro in cambio avrebbero ottenuto la somma complessiva di 600mila euro. ...Risposi a Rugolo che ero disposto a pagare quella somma, che per me andava bene e che l'importante era che Gullotti uscisse. Dissi inoltre che avrei versato centomila euro 'a colpo', ossia in corrispondenza di qualche risultato positivo nell'ambito di quei processi".
Il collaboratore ha anche aggiunto che Rugolo gli disse espressamente che "300mila euro servivano per pagare Cassata e 300mila euro per pagare Canali". E tempo dopo, nel 2008, avrebbe dato anche una prima somma da consegnare ai due.
"Rugolo - ha detto D'Amico - mi confermò di avere consegnato personalmente quelle somme di denaro a Canali e Cassata, ma non mi specificò come avvennero le modalità di quella consegna. Rugolo morì qualche mese dopo".
Rispetto all'omicidio Alfano, D'Amico ha raccontato della riunione con Pippo Iannello e l'avvocato Santalco nello studio di quest'ultimo: "Parlando di Pippo Iannello, mi è venuto in mente un altro personaggio di cui finora non ho parlato, ossia l'avvocato Peppuccio Santalco... che faceva parte della famiglia dei barcellonesi e con questo ruolo ha aggiustato "diversi processi" per conto dell'organizzazione... Peppuccio Santalco svolgeva anche le funzioni di ambasciatore dei barcellonesi in carcere, nel senso che portava le ambasciate ai detenuti dell'organizzazione tra cui gli stessi Calabrò e Iannello, e Salvatore Ofria".
Sempre in riferimento dell'avvocato Santalco, D'Amico ha anche aggiunto alcuni dettagli su un incontro avvenuto nello studio del legale: "Mi trovavo nello studio Santalco, la segretaria, l'avvocato e Pippo Iannello. Tutti stavano assumendo della cocaina. In quella occasione Iannello, parlando con l'avvocato Santalco, disse espressamente che suo cugino Pippo e 'Saro' avevano la testa malata. Pippo Iannello si riferiva a Pippo Gullotti e a Saro Cattafi, soggetto che non conoscevo di persona ma soltanto di vista e che sapevo fare parte del nostro gruppo. In quell'occasione Iannello disse che Pippo e Saro avevano la testa malata perchP avevano accettato l'incarico da parte dei catanesi e dei palermitani di compiere un attentato ai danni di Martelli e del giudice Di Pietro. In pratica Iannello si lamentava del comportamento imprudente di questi soggetti che si arrischiavano a compiere azioni così pericolose. Quando Iannello disse queste cose in ogni caso il proposito di uccidere Martelli e Di Pietro era stato accantonato".
"Sempre in quella circostanza - ha proseguito nel racconto - Iannello, parlando con Santalco, aggiunse che Gullotti aveva la testa malata perchè ce l'aveva con il giornalista Beppe Alfano, in quanto costui, in quel momento, stava indagando sul circolo "Corda Fratres" e sul giudice Cassata. In pratica Iannello sosteneva che Gullotti voleva ammazzare Alfano. Quando Iannello disse queste cose, Peppuccio Santalco gli rispose di non preoccuparsi perché egli stesso avrebbe parlato con il giudice Cassata, il quale sarebbe intervenuto a sua volta nei confronti di Pippo Gullotti e gli avrebbe fatto 'levare dalla testa' l'idea di uccidere Alfano".

La morte di Attilio Manca
Durante l'esame da parte dell'avvocato Repici, D'Amico ha avuto modo di riferire anche ciò che ha saputo sulla morte del giovane urologo Attilio Manca, affermando che Rugolo aveva eccellenti rapporti con Cattafi, ma che si infuriò con lui quando venne a sapere i retroscena dell'omicidio Manca. "Poco dopo la morte di Manca incontrai Rugolo che mi disse di averla a morte con l'avvocato Saro Cattafi perché aveva fatto ammazzare Attilio Manca (lo riteneva responsabile della morte di Manca che riteneva sicuramente un omicidio e non certo un caso di overdose). In quell'occasione Rugolo mi disse che un soggetto non meglio precisato, un generale dei carabinieri ("non so chi fosse"), amico di Cattafi, vicino e collegato agli ambienti della Corda Frates, aveva chiesto a Cattafi di mettere in contatto Provenzano, che aveva bisogno urgente di cure mediche alla prostata, con l'urologo Attilio Manca, cosa che Cattafi aveva fatto".
"Quando Rugolo mi disse queste cose -ha aggiunto - ebbi l'impressione che mi stesse chiedendo di eliminare il Cattafi, cosa che era già successa in precedenza, così come ho già detto quando ho parlato di Saro Cattafi, perchè ritenuto il responsabile della cattura di Nitto Santapaola".
La prossima udienza è prevista il prossimo 22 febbraio, quando si concluderà l'esame del collaboratore con l'intervento delle difese degli imputati.

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