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Quelli che verranno dovranno essere tempi di riflessione, di studio e di proposta affinché la magistratura, la sua rappresentanza, il suo autogoverno si mettano alle spalle la grave crisi di immagine e di funzionamento che si portano dietro.
Occorre rifondare tutto, ripensare tutto in una prospettiva diversa, allontanando il nuovo corporativismo fatto di pregiudiziale difesa del potere interno e di controllo dei meccanismi di acquisizione del consenso, spacciati come strumenti di difesa da pericoli esterni.
E’ tempo che il consenso e la fiducia tra base dei magistrati e componenti e organo di autogoverno avvenga su un terreno diverso, che non sia esclusivamente la carriera.
Ma soprattutto occorre riportare il CSM alla sua originaria funzione di organo di garanzia. Non affezionarsi all’idea di un accentramento di competenze e funzioni in pochi luoghi di influenza; impedire che l’autonomia dei singoli magistrati guadagnata verso l’esterno sia poi perduta a vantaggio dei centri di potere interno.
In questo quadro di riforma culturale la magistratura non deve temere né il confronto, né il giudizio o la critica della pubblica opinione, degli avvocati e delle altre categorie professionali. E’ tempo di superare conflittualità, riguadagnare la fiducia degli operatori, abbattere ogni muro con l’avvocatura evitando atteggiamenti di incomprensibile e ingiustificata superiorità. Occorre condividere con tutti gli operatori una posizione di garanzia verso i cittadini - parti offese ed imputati - partendo dal basso, dai disagiati, dai soggetti desiderosi di giustizia, e riportando così la funzione giudiziaria alla sua originaria istanza di strumento per la difesa dei deboli. Bisogna rilanciare l’importanza della questione penitenziaria, come momento centrale dell’azione sociale dello Stato, supportando e incoraggiando le iniziative di reinserimento dei detenuti attuate con sacrificio dall’amministrazione penitenziaria in un quadro di regole e di civiltà della pena. E poi alla luce della grave carenza di intervento sociale, occorre rivedere le strategie, anche culturali, di contrasto alla mafia troppo spesso incentrate sulla esclusiva condanna di chi è nato e vissuto in quartieri a rischio ed ha conosciuto un solo welfare, quello di Cosa nostra. E riservare perciò altrettanta attenzione al contrasto di chi ha dato copertura e forza ai poteri mafiosi, anche distogliendo le risorse che sarebbero servite per dare dignità a cittadini che vivono nel disagio o sotto la soglia della povertà. Una antimafia che trascuri questi aspetti rischia di dare luogo ad una giustizia di ceto, dove la sotto-protezione sociale finisce per diventare la causa del delitto ma anche l’unica vera ragione della repressione. A questi principi, che riportino le responsabilità nell’alveo di chi le ha generate e non le ricerchino semplicemente a valle sulle singole declinazioni del delitto, vorremmo fosse ispirata l’azione della giustizia sempre e non solo nell’anno che verrà.

Foto © Imagoeconomica

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