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“Era l’astro nascente della Dc, cercò di rendere trasparente la gestione della vita politica Siciliana”

“Quarantuno anni dopo, quel delitto continua a essere avvolto da una cortina di ferro. Non conosciamo, infatti, il nome dell’esecutore materiale e dei registi occulti”. Ha ricordato così, in un articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano, la morte dell’ex presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, avvenuta a Palermo il giorno dell’Epifania del 1980, il procuratore aggiunto di Firenze Luca Tescaroli. “Quel che è certo - ha continuato - è che la via Libertà, dove Mattarella fu assassinato, rientra nel territorio del mandamento di Resuttana, governato da Francesco Madonia, che alcuni collaboratori di giustizia hanno accreditato di legami con esponenti dei Servizi segreti”. “Un processo tuttavia è stato celebrato - ha sottolineato Tescaroli - sono stati riconosciuti colpevoli, in via definitiva, quali mandanti, gli appartenenti alla cupola (Riina, Madonia e soci). Come assassini di Mattarella per anni furono indicati due neofascisti, Gilberto Cavallini e Valerio Fioravanti. Una pista nera, che portò Giovanni Falcone a emettere nei loro confronti mandati di cattura per omicidio e favoreggiamento. Si sospettò che avessero agito su espressa richiesta di Pippo Calò. Una pista che non trovò conferme. Permangono segreti rimasti non adeguatamente esplorati. Gli interrogativi - volti a scoprire se vi sia stato un interesse della politica collaterale a quello di cosa nostra - sono senza risposta”. Per il magistrato Piersanti Mattarella era “l’astro nascente della Democrazia Cristiana, che aveva cercato, percorrendo la via dell’intransigenza, di moralizzare, di rendere trasparente la gestione della vita politica in Sicilia e di aprire al Partito comunista il governo dell’isola, sulla scia di quanto aveva fatto Aldo Moro su scala nazionale”.
Luca Tescaroli ha quindi ricordato l’impegno di Mattarella nel “sgretolare il sistema di potere politico-mafioso e il vasto raggio delle complicità che si irradiava sulla gestione degli appalti regionali per le opere pubbliche, che aveva in Salvo Lima e in Vito Ciancimino i massimi garanti”. “Prima di morire - ha spiegato - aveva ordinato un’ispezione al Comune di Palermo su appalti di sei scuole comunali, aggiudicati al gruppo Spatola-Gambino-Inzerillo. Pochi mesi prima di essere trucidato, aveva rappresentato al ministro dell’Interno, Virginio Rognoni, il proposito di far pulizia, come ci ricordano gli appunti del diario del giudice istruttore Rocco Chinnici. Erano gli anni in cui i politici, che trescavano disinvoltamente con i mafiosi, erano convinti di appartenere a una classe di intoccabili. E un uomo come Mattarella, a Palermo, quando il nostro Paese era privo di una legislazione antimafia, aveva il destino segnato: la sua ascesa andava fermata e occorreva lanciare un segnale forte a quella parte della classe dirigente che aveva in animo di liberare la Sicilia dal giogo del sistema di potere mafioso”. “Da quell’assassinio - ha concluso il magistrato - molte cose sono cambiate nel Paese. Una lunga scia di sangue di servitori dello Stato ed eventi stragisti hanno preceduto la celebrazione di grandi processi contro le cosche e le complicità politiche; è stata varata una efficacia legislazione antimafia; si è formata una coscienza antimafia in molti e oggi il fratello della vittima riveste la più alta carica dello Stato. Sono rimasti, però, Cosa Nostra, l’omertà, il reticolo delle sue relazioni politico-affaristiche e le infiltrazioni nella vita pubblica. Ma anche il valore della moralizzazione e la voglia di novità in politica voluti da Piersanti Mattarella: l’esempio della sua netta e coraggiosa presa di posizione costituisce una lezione di civiltà e di democrazia per le classi dirigenti del Paese”.

Foto © Paolo Bassani

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