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Il sottufficiale di Cosenza avrebbe favorito imprese vicine ai clan di 'Ndrangheta

L’ex comandante della stazione di Cava di Melis nel comune di Longobucco, Carmine Greco, è stato condannato in primo grado a tredici anni di carcere per concorso esterno con la ‘Ndrangheta, favoreggiamento, rivelazione di segreto istruttorio e omissione d’atti d’ufficio. Certificate, secondo i giudici del Tribunale di Crotone (presidente Marco Bilotta), le connessioni tra le cosche e il carabiniere forestale arrestato nel 2018 nell’ambito dell’inchiesta coordinata dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e dei sostituti della Dda Domenico Guarascio e Paolo Sirleo. Nel corso della requisitoria l’accusa aveva chiesto 16 anni per Greco che nel 2012 era stato anche nominato dall’ex ministro all’Ambiente Corrado Clini consigliere per le tematiche inerenti ai parchi nazionali. Stando all’inchiesta il maresciallo, conosciuto negli ambienti della malavita come “Carminuzzo”, da una parte favoriva gli imprenditori Spadafora, ritenuti espressione delle cosche cirotane e finiti nell’inchiesta “Stige”, e dall’altra, anche grazie ad alcune prove confezionate ad arte, si faceva aiutare da questi per manipolare le indagini delegate dalla Procura di Castrovillari. Nel gennaio 2018 vennero a galla i rapporti tra l’ex comandante (ora sospeso dal servizio) e gli Spadafora, è emerso infatti che, con il tempo, gli Spadafora, da semplici “imprenditori di fiducia” delle cosche, sono diventati “il braccio” della consorteria mafiosa. Tramite loro “la ‘Ndrangheta avvicinava guardie forestali che si ponevano a disposizione e orientavano i controlli secondo il gradimento dell’associazione criminale”.
“Guardiamo quattro cose e ce ne andiamo. Non si vede un cazzo, poi ci sediamo e scriviamo”, si legge nelle carte. Tra il sottufficiale e i boss ci sarebbe stata una sorta di formula “do ut des”, si apprende dall’inchiesta.
E al maresciallo, secondo i pm, ogni tanto serviva qualcuno da dare in pasto ai magistrati. “Gli facevano fare numeri… denunce, arresti. Che cazzo gliene fregava”. Tra i numeri c’era anche Antonietta Caruso, la dirigente di Calabria Verde fermata a un posto di blocco con 20mila euro appena ricevuti dagli amici Spadafora per una pratica relativa a un lotto boschivo. In sostanza il maresciallo si sarebbe fatto aiutare dall’imprenditore, Antonio Spadafora, utilizzato come “agente provocatore” e spacciato quasi come un soggetto “concusso” e non vicino alla ‘Ndrangheta, come invece è emerso nell’inchiesta “Stige”.
L’inchiesta su Carmine Greco si intreccia poi con quella a carico di Eugenio Facciolla, l’ex procuratore di Castrovillari rinviato a giudizio per corruzione e falso dal gup di Salerno (nel frattempo sanzionato in sede disciplinare dal Csm e trasferito come giudice civile a Potenza). Anche il maresciallo Greco è imputato in quel processo per una “falsa e retrodatata” relazione sull’imprenditore Spadafora redatta quando già era sotto inchiesta dalla Procura di Catanzaro per concorso esterno in associazione mafiosa. Dalle intercettazioni telefoniche è emerso che aveva manipolato un’indagine che stava conducendo per conto della Procura di Castrovillari sulla dirigente della Regione Calabria. Secondo i pm di Salerno, prima del suo arresto, Greco e l’allora procuratore Facciolla avrebbero cercato di mettere una pezza: “Concordavano - si legge nel capo di imputazione - la redazione di una annotazione nella quale fossero descritte le attività informative che il militare dell’Arma aveva acquisito mesi prima nel corso delle interlocuzioni con Spadafora”. Quel documento è poi risultato “materialmente falso”.

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