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L’ex pm mette però in guardia: “Magistrati dovranno avere massimo rigore nella valutazione delle sue dichiarazioni”

“La sensazione è che Pietro Riggio sia proprio quel pentito di Stato di cui si parlava nelle indagini del processo Trattativa Stato-mafia quando si diceva che avevamo bisogno di un pentito di stato che ci raccontasse cosa è successo dall’interno di esso”.
A dirlo, intervistato da Vox Italia Tv, è l’avvocato Antonio Ingroia, già procuratore aggiunto di Palermo e “padre” dell’inchiesta “Sistemi criminali”, confluita poi nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. L’ex magistrato ha risposto ad alcune domande su Pietro Riggio, ex agente di polizia penitenziaria poi affiliato in Cosa Nostra e oggi collaboratore di giustizia, che soprattutto negli ultimi mesi sta rilasciando importanti dichiarazioni in merito alla stagione stragista dei primi anni ’90 e agli omicidi eccellenti del secolo scorso. Le sue dichiarazioni sono state raccolte da ben 4 procure (Palermo, Caltanissetta, Firenze e Reggio Calabria) ma in tanti si interrogano sull’attendibilità di Riggio. E Antonio Ingroia non è da meno anche se, ha affermato, “le sue dichiarazioni hanno una serie di riscontri formidabili in tutte le ricostruzioni degli ultimi anni alle quali ho contribuito anche io fino a dieci anni fa sulle stragi, sui mandanti esterni e sugli omicidi eccellenti”. Secondo Antonio Ingroia, Pietro Riggio “non è un pentito di Stato di primissimo rango però è un pezzo dello Stato che racconta, soprattutto dentro una componente fondamentale che è quella del circuito carcerario, quei retroscena spesso rimasti dei buchi neri”. E, a detta di Ingroia, una delle sue chiavi di lettura che ad esempio corroborerebbero con i sospetti emersi dall’inchiesta sulla Trattativa riguarda “la vicenda di Antonino Gioè che è in sintonia con quella che intuivamo ma non avevamo le prove per affermarlo”.

I dubbi di Borsellino
Sempre parlando del pentito Riggio è stato decisamente più cauto Salvatore Borsellino, fondatore del Movimento delle Agende Rosse e fratello del giudice Paolo, anche lui intervenuto in diretta su Vox Italia Tv. “Non posso entrare nel merito delle rivelazioni di questo nuovo collaboratore di giustizia, ma ho una sensazione che ci sia qualcosa che non mi quadri nei tempi e nei riscontri che è indispensabile che ci siano”, ha affermato Borsellino. “Non basta che Riggio dica qualcosa, servono riscontri possibilmente anche da altri collaboratori. Riggio parla del relato non parla di sue esperienze dirette e questo mi lascia molto perplesso”, ha aggiunto. “L’unica mia speranza è che ci sono più procure che si avvarranno delle sue dichiarazioni e quindi ci sono meno rischi che avvenga ciò che è avvenuto nel Borsellino 1 e nel Borsellino 2, ovvero che ci sia una procura che avalli per due volte un depistaggio come il caso Vincenzo Scarantino. Non vorrei che anche in qualche maniera dietro le rivelazioni di questo pentito ci sia qualche depistaggio anche in questo caso ma di un altro livello. Non sono un addetto ai lavori ma ci sono cose che non mi quadrano nelle sue rivelazioni - ha ribadito - cose su cui bisogna andare più a fondo e cercare riscontri”.

Raccogliere e approfondire
E i riscontri pare, ci sono, almeno per il momento. Ne ha elencati alcuni Aaron Pettinari, capo redattore di ANTIMAFIADuemila anche lui intervenuto nella trasmissione. Pettinari ha riportato alcuni elementi importanti relativi alle dichiarazioni di Riggio rilasciate in aula a Palermo alla quale il giornalista ha presenziato qualche giorno fa. “Lunedì doveva essere sentita Marzia Giustolisi, dirigente della Squadra Mobile di Caltanissetta che si è occupata degli accertamenti al dichiarato di Riggio”, ha detto Pettinari. “Ma è stata interrotta su richiesta delle difese perché volevano avere la certezza che le domande vertessero solo sugli atti non omissati. Fatto sta che quelle poche dichiarazioni che sono state fatte comunque una prima base di riscontro ad alcuni elementi che Riggio aveva riportato ce l’hanno”. Ad esempio, ha spiegato il giornalista, “sulle lettere criptiche che Riggio si sarebbe scambiato con altri soggetti appartenenti alla polizia e poi immischiati nei servizi segreti sono state riscontrate e decifrate dalla Squadra Mobile a detta di Marzia Giustolisi. E ancora “la descrizione che fa Riggio sulla morte di Antonino Gioè - ha affermato Pettinari - coincide clamorosamente con alcuni passaggi. Infatti si fa riferimento a un metodo in cui intervenivano queste ‘squadre della morte’ all’interno delle carceri italiane e si fa riferimento anche ai colpi dati al costato di Gioè”. Il boss di Altofonte, ha ricordato il capo redattore di ANTIMAFIADuemila, “venne ritrovato con qualche costola fratturata e c’erano i segni della corda che non coincidevano con l’impiccagione. Riggio poi dice anche che Marcello Dell’Utri è stato colui che ha dato indicazione dei luoghi da colpire del 1993 e sappiamo in questo momento che la procura di Firenze ha aperto un fascicolo su Marcello Dell’Utri e sull’ex presidente Silvio Berlusconi in qualità di mandanti”.
“Ovviamente - ha concluso il suo intervento Pettinari - non ci si deve sbilanciare troppo e non si deve cadere in depistaggi come avvenuto con Vincenzo Scarantino, ma deve essere preso tutto. Bisogna approfondire perché ci sono elementi sicuramente importanti che rappresentano grosse novità e che possono dare una spinta alle indagini. “Mettendo in fila i pezzi - ha concluso Pettinari - penso si potrà comprendere quanto è vero questo dichiarato”.

"O grande pentito o grande depistatore"
Sulla questione, dopo aver ascoltato gli interventi degli altri ospiti, ha poi ripreso parola Antonio Ingroia sottolineando che “siamo di fronte a una vicenda molto grossa e rilevante”. “Riggio non è un chiacchierone. O è un collaboratore serio, e quindi può dare una spinta alle indagini sulle stragi come si aspettava da anni, oppure anche lui è un depistatore costruito a tavolino”, ha sentenziato. “Non c’è una via di mezzo o siamo in presenza di un collaboratore di giustizia di grandissimo rilievo che può svoltare le indagini o siamo in presenza di un’altra operazione di depistaggio che irrompe in una fase delicatissima dove la verità sta prendendo strada e dove, ricordiamo, abbiamo in appello il processo Trattativa e quindi questo nuovo apporto dichiarativo potrebbe portare degli scossoni a favore o contro il procedimento”. “I magistrati dovranno avere massimo rigore nella valutazione di queste dichiarazioni e vano mantenuti accessi i riflettori”.

Non è detta l’ultima
Antonio Ingroia ha poi risposto a una domanda sullo status del raggiungimento della verità in merito alle stragi.
“Più ci si allontana dai fatti più è difficile recuperare il tempo perduto”, ha detto Ingroia. “I riscontri diventano più difficili e non si possono più requisire, ad esempio, i tabulati del tempo. Tutto diventa più difficile anche perché ci sono stati depistaggi. Però è anche vero che a distanza di decenni si è comunque potuto scoprire la verità, come nel caso De Mauro o nel caso Rostagno (proprio oggi la Cassazione ha confermato la condanna all’ergastolo per il mandante Vincenzo Virga, ndr). Penso che ancora possiamo scoprire la verità, mi auguro che tutte le procure competenti stiano facendo la loro parte e anche la procura Nazionale Antimafia. In questo senso, mi consenta di dire, un contributo prezioso in più per fare dei passi avanti sarebbe potuto arrivare da Nino Di Matteo se non fosse stato estromesso dal pool stragi. Così non è stato ma non disperiamo”, ha concluso.

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