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Gherardo Colombo, ex magistrato di Mani Pulite, presenta il suo nuovo libro “Anche per giocare servono le regole”

Un urlo di libertà. Un atto di amore e di resistenza. La Costituzione Italiana: “Per capirla bisogna conoscerla, andarci dentro e riuscire a viverla”. Sono state le parole di Gherardo Colombo, ex magistrato, protagonista della stagione di Mani Pulite, che da anni si dedica alla formazione di centinaia di migliaia di giovani in molte scuole d’Italia. Quest’anno ha pubblicato il suo ultimo libro intitolato “Anche per giocare servono le regole”. Venerdì scorso, a dialogo con il politico e giornalista Luigi Manconi, in un’intervista andata in diretta su Facebook, Colombo si è soffermato ancora una volta sul valore inestimabile della nostra Carta costituzionale non solo nella vita e nella sopravvivenza della nostra Repubblica ma in quella quotidiana di ogni cittadino italiano. Quella carta, entrata in vigore il 1° gennaio del 1948, fu la conseguenza della sofferenza e del dolore vissuti durante la Prima e la Seconda Guerra mondiale. Dopo le violenze, le ingiustizie e i soprusi subiti nel ventennio fascista le forze politiche italiane protagoniste di quel periodo trovarono un punto di incontro nonostante le loro convinzioni ideologiche fortemente contrapposte. Ogni termine ed ogni concetto sono stati ponderati perché tutti si sentissero rappresentati e identificassero la propria esistenza nei diritti e nei doveri stabiliti in quei 139 articoli. “Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione!”, disse uno dei padri fondatori, Piero Calamandrei, in un discorso pronunciato nel 1955 davanti ad un pubblico di giovani studenti milanesi, “dietro a ogni articolo di questa costituzione, oh giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti”. Per questo è necessario non dimenticare, perché il ricordo è l’arma più forte per combattere la perdita di consapevolezza, e quindi anche il deterioramento e la decadenza. Oggi, sono passati più di 50 anni, e la nostra carta rappresenta ancora un esempio e un modello di riferimento per la maggior parte del mondo. Colombo nell’intervista ha evidenziato infatti una differenza fondamentale tra la Costituzione Italiana e la Dichiarazione universale dei diritti umani: quest’ultima all’art. 1 afferma che “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”.

anche per giocare servono regole verMa dopo la nascita chi e soprattutto come viene gestita questa libertà? Ci sono Stati che hanno firmato ma ad oggi prevedono la pena di morte. “Noi siamo un po' più avanti. Perché la costituzione difende la dignità delle persone sempre”, ha affermato l’ex magistrato. Per i padri costituenti non era sufficiente essere uguali di fronte alla legge per vivere in un paese democratico e giusto, era necessario che la Repubblica si adoperasse a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (articolo 2). Ed è la garanzia dell’uguaglianza di fatto, che, come diceva Calamandrei, avrebbe permesso a tutti i cittadini “di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, dove le forze spirituali di ognuno sono messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società”, che è il fondamento della vera democrazia. Perché “la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”. E il primo strumento è la politica, nel senso più profondo della parola. Purtroppo, ormai da molti decenni, la più grande paura dei nostri padri costituenti, cioè una Nazione dove si vivesse una democrazia puramente formale, è diventata realtà. Come ha chiarito anche Colombo “tutti gli uomini sono importanti e sono importanti allo stesso modo degli altri. Tutti sono degni tanto quanto gli altri. La nostra costituzione è una specie di garanzia per il nostro futuro. Se la tradiamo come stiamo facendo non ci garantiamo il nostro futuro. Ed è quello che stiamo continuando a fare”. Allora tornano ancora una volta come un richiamo martellante tra le strade delle città, dentro le case degli italiani ma in particolare all’interno delle aule parlamentari e della giustizia, le parole di Calamandrei quando diceva ai suoi giovani: “E allora voi capite da tutto questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!
Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendendosi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo”. Oggi questo monito è rivolto ai nostri giovani, chiamati a ricordare gli errori delle loro precedenti generazioni e a ripartire da zero, dando vita finalmente alle parole della Costituzione, innalzandola a baluardo delle loro azioni e delle loro decisioni. Solo così potremo davvero tornare a definirci un Paese profondamente giusto e democratico.

Foto © Imagoeconomica

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