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di Francesco Ciotti
Sembrava un giorno qualsiasi, la SS 640 che da Agrigento porta a Palermo era percorribile come sempre e i campi bruciati dal sole tutt’attorno ricreavano uno sfondo statico ed immutabile che sembrava mai avrebbe perso familiarità. Una BMW scura si affiancò all’auto, si abbassarono i finestrini, ed ecco una raffica di proiettili calibro 9 che irruppero improvvisamente sui conducenti.
C’erano Antonino Saetta ed il figlio Stefano su quella macchina presa d’assalto a colpi di mitra. Erano in viaggio verso casa, di ritorno da una giornata trascorsa a Canicattì.
Non era un semplice regolamento di conti tra bande rivali, Antonino Saetta, classe 1922, era un magistrato che aveva ricoperto la carica di presidente della Corte d’Assise d’Appello tra il 1985 ed il 1986 a Caltanissetta e, successivamente, a Palermo fino alla sua esecuzione.
Si era occupato di processi di primo piano in merito alle organizzazioni criminali: a Caltanissetta aveva curato come presidente della corte d’assise la strage in cui morì il giudice Rocco Chinnici, ed i cui imputati erano i celebri Michele “Il Papa” e Salvatore “Il Senatore” Greco, considerati esponenti all’apice della mafia di allora. Il processo si concluse con un aggravamento delle pene e delle condanne rispetto al giudizio di primo grado.
A Palermo presiedette il processo relativo alla uccisione del capitano Basile, che vedeva imputati i capi emergenti Giuseppe Puccio, Armando Bonanno, e Giuseppe Madonia.
Fu in questa occasione che una tradizione assolutoria nei confronti della mafia, sempre presente nei giudizi di secondo grado, venne calpestata: il processo che in primo grado si era concluso in una discussa e sorprendente assoluzione si era tramutato, in appello, in una condanna al massimo della pena per gli imputati.
Un magistrato retto, intransigenze, rigoroso, che non si lasciava facilmente influenzare dalle pressioni della giuria popolare. Un potenziale pericolo incombente per Cosa Nostra, che il 16 dicembre 1987 aveva assistito alla sentenza che concludeva il maxiprocesso di primo grado: 346 condannati, 114 assolti, 19 ergastoli e pene detentive per un totale di 2665 anni di reclusione.
Effettivamente, contrariamente a quanto era avvenuto per il processo di primo grado solo pochi magistrati erano disposti a presiedere il maxiprocesso in appello. Uno di questi era Antonino Saetta.
A seguito della notizia sul suo assassinio, Giovanni Falcone dichiarò apertamente: “È un’esecuzione decretata dai corleonesi, e non averlo ucciso a Palermo è solo il tentativo di sviare l’attenzione, per provare a far pensare a qualcosa di diverso tirando in ballo le cosche locali. Ma la decisione viene da lì, e secondo me ha anche a che fare sia con il processo Basile che con il maxi”.
Sarebbe stato lo stesso Falcone, giunto all’ufficio affari penali nel 1991, a rendere onore al magistrato, introducendo assieme a Martelli la regola della turnazione in Cassazione dei processi di mafia: il ruolo di giudice di Cassazione al maxiprocesso passò dall’“ammazzasentenze” Carnevale ad Arnaldo Valente e tutte le condanne di primo grado furono, per i mafiosi, clamorosamente riconfermate.
Nel 1996 la sentenza della Corte d’Assise di Caltanissetta formulò la condanna dei boss mafiosi Totò Riina e Francesco Madonia, come mandanti dell’omicidio Saetta e Pietro Ribisi, come esecutore materiale.
Oggi ricordiamo il magistrato come esempio di quella coerenza e responsabilità istituzionale che ha aperto la strada alle prime grandi vittorie contro il sistema criminale, tutt’altro che sconfitto ancora oggi: altri maxi-processi sono in corso e altri lo saranno nei prossimi anni, dunque è quanto mai è necessario trarre ispirazione da coloro che non hanno mai piegato la testa alle intimidazioni delle organizzazioni mafiose.

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