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di Aaron Pettinari
Ex ministro condannato a due anni nel processo Breakfast

Una condanna di due anni per procurata inosservanza della pena in favore dell'ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena, latitante a Dubai dopo la condanna definitiva a tre anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. E' questa la sentenza di primo grado del Tribunale di Reggio Calabria, presieduto da Natina Pratticò, nei confronti dell'ex ministro dell'Interno, ed oggi sindaco di Imperia, Claudio Scajola.
Si è concluso così il processo "Breakfast", che, oltre all'attuale sindaco di Imperia, vedeva alla sbarra anche la moglie di Matacena, Chiara Rizzo, condannata ad un anno (escluse le aggravanti e riconosciuta l'attenuante) e riconosciuta l'intervenuta prescrizione per un altro capo di imputazione. Assolto, perché il fatto non costituisce reato e per non aver commesso il fatto, l'uomo di fiducia di Matacena, Martino Politi, mentre è stata riconosciuta la prescrizione (e pronunciata l'assoluzione per non aver commesso il fatto per un altro capo di imputazione) per l'ex segretaria di Matacena, Maria Grazia Fiordelisi.
Per tutti il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo aveva chiesto condanne più pesanti. Per Scajola, per cui nel novembre scorso lo stesso pm aveva chiesto l'esclusione dell'aggravante mafiosa, era stata chiesta una condanna a 4 anni e mezzo di reclusione per procurata inosservanza della pena. Una condanna ad 11 anni e sei mesi era stata chiesta per Chiara Rizzo, imputata anche lei di procurata inosservanza della pena ma con l'aggravante di avere favorito un'associazione mafiosa e di essere stata complice di Matacena nella gestione dei suoi beni e delle sue imprese. Per Maria Grazia Fiordelisi e Martino Politi, collaboratori di Matacena, il pm aveva chiesto la condanna a sette anni e sei mesi di reclusione.
Questa mattina, prima che i giudici si ritirassero in Camera di Consiglio, Lombardo aveva chiesto l'escussione del pentito Pino Liuzzo, che sta svelando la rete di affari della cosa Rosmini, sulla base di un nuovo verbale. Il pentito, oltre a riferire del ruolo di Amedeo Matacena, avrebbe parlato agli inquirenti dell'impresa Cogem dicendo che il "socio occulto" della stessa sarebbe la 'Ndrangheta mentre quello "palese" sarebbe il latitante.

lombardo rizzo scajola

Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo


Successivamente il magistrato ha replicato alle discussioni delle difese tornando in particolare sulla posizione di Scajola definendolo un "reo confesso". "Lui non nega - ha ricordato il pm - in più occasioni durante il suo esame, di essersi adoperato in favore di un latitante per reati di mafia". E poi ancora ha ricordato che lo stesso imputato, il 24 settembre 2014, chiese tramite i legali una richiesta di patteggiamento senza ammissione di responsabilità: "So che c’è un orientamento dottrinale che tenta di sostenere che il peso della richiesta di patteggiamento sia pari a zero. Ma la Suprema Corte, in più occasioni, ha detto il contrario". Quindi ha anche evidenziato, riferendosi alla lettera d’addio risalente al 13 febbraio 2014, con la quale la difesa di Scajola ha ritenuto di poter provare l’interruzione dei rapporti fra l’ex ministro e Chiara Rizzo, come la missiva sia di poco valore probatorio: "In presenza di un qualche sentimento, ci sono condotte delittuose che perdono il loro disvalore penale. Ho la spiacevole sensazione che quel sentimento diventi, di contro, il collante migliore per rappresentare alla vostra attenzione il motivo per cui un uomo dello Stato ha consumato gravi reati. Non ci si è resi conto che portare alla vostra attenzione un rapporto di conoscenza avvenuto negli ambienti di cui abbiamo sentito parlare, sia in realtà la genesi di una spinta nei confronti di una famiglia che ha un legame ben diverso. Scajola sapeva che il suo agire era penalmente rilevante. Perché lo sapeva? Perché il 24 settembre era stato lui ad ammettere che la soluzione migliore era chiudere la vicenda con una sentenza di patteggiamento. Tutto quello che è stato fatto per Matacena ha una evidentissima rilevanza penale".
Scajola, da parte sua, ha dichiarato già di voler ricorrere in appello: "Speravo che già in primo grado fosse riconosciuto il comportamento corretto che ho sempre avuto. Mi auguro e anzi sono certo che il residuo che rimane nei miei confronti possa essere cancellato in appello. Non sono certamente contento. E' vero che è stata più che dimezzata la richiesta che il pm aveva fatto, è altresì vero che, da come questa inchiesta era partita con grande risalto e come inchiesta più significativa contro la 'ndrangheta così impostata dalla procura di Reggio Calabria, mi pare che la sentenza di oggi smonti tutto il castello accusatorio". Fino a che punto sia stata questa o meno la considerazione dei giudici, però, si potrà saper solo dopo il deposito delle motivazioni della sentenza, previsto entro 90 giorni.
(24 gennaio 2020)

Foto di copertina © Imagoeconomica

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